AI in mano alla Polizia, quali sono i limiti

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Il punto di svolta è arrivato. Con il decreto legislativo n. 160 del 9 settembre, appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale, l’Italia (adeguando la normativa nazionale all’AI Act) ha stabilito, fra le altre cose, le regole con cui l’intelligenza artificiale potrà entrare nell’attività delle forze di polizia. Tra queste, la possibilità, in casi determinati e sotto controllo dell’autorità giudiziaria, di identificare e localizzare una persona attraverso i suoi dati biometrici in tempo reale. C’è una differenza enorme tra una telecamera che ci riprende e una telecamera che sa chi siamo. Dal 30 settembre quella differenza avrà anche una disciplina giuridica precisa.Il decreto pone limiti altresì importanti. Vieta le banche dati biometriche costruite attraverso la raccolta massiva e indiscriminata di immagini dal web e disciplina anche il riconoscimento “a posteriori”. Negli stadi, nei concerti e in altri luoghi o eventi con particolari esigenze di sicurezza, le immagini dei volti potranno essere associate ai dati ricavati dai titoli di accesso, ma il riconoscimento biometrico potrà essere attivato soltanto dopo la commissione di un reato. I dati saranno cancellati dopo sette giorni.Garanzie significative. Ma quanto siamo disposti a essere identificabili per essere più sicuri? È facile evocare il “Grande Fratello” Orwelliano. Più difficile è affrontare l’interrogativo successivo: e se funzionasse? La Cina rappresenta il più grande laboratorio mondiale di sorveglianza digitale. Telecamere, riconoscimento facciale e analisi dei dati sono diventati strumenti ordinari della sicurezza pubblica. Il prezzo in termini di controllo sociale è lontanissimo dalla sensibilità delle democrazie liberali. Eppure, una recente ricerca sulle città cinesi tra il 2014 e il 2019 ha rilevato che dove le reti di videosorveglianza erano più dense la criminalità è diminuita maggiormente, soprattutto per i reati visibili nello spazio pubblico.Liquidare il modello cinese come distopico, allora, è troppo semplice. Se una maggiore sorveglianza producesse davvero meno reati, quanta privacy saremmo disposti a sacrificare? La questione diventa ancora più delicata quando la tecnologia non si limita a identificare. Negli Stati Uniti sono state sperimentate forme di predictive policing: algoritmi che analizzano grandi quantità di dati (i c.d. big data) per individuare le aree nelle quali sarebbe statisticamente più probabile la commissione di determinati reati e, in alcune applicazioni, fattori di rischio riferibili alle persone. L’idea è seducente: se possiamo prevedere un reato, perché aspettare che venga commesso? Ma l’algoritmo impara dal passato. Un quartiere storicamente sottoposto a più controlli produrrà più arresti e segnalazioni; quei dati potranno indurre il sistema a considerarlo più pericoloso, suggerendo ulteriori controlli. La previsione rischia così di alimentare sé stessa.E quando dai luoghi si passa alle persone emerge un problema ulteriore: si rischia di spostare l’attenzione dal fatto commesso alla pericolosità statisticamente attribuita all’individuo. Non ciò che hai fatto, ma ciò che un algoritmo ritiene potresti fare. Non è un timore estraneo al nostro legislatore. Il decreto impone una revisione umana qualificata degli output dell’IA e prevede che la formazione delle forze di polizia comprenda la conoscenza di errori e bias (i.e. pregiudizi o distorsioni sistemiche dell’algoritmo), con particolare attenzione al riconoscimento biometrico e all’analisi predittiva. C’è poi una domanda meno appariscente, ma forse ancora più politica: chi deve costruire questi algoritmi?Il decreto consente alle forze di polizia di collaborare nello sviluppo dell’IA con università, enti di ricerca e soggetti pubblici e privati. Un sistema sviluppato interamente dallo Stato sarebbe sottratto agli interessi commerciali, ma concentrerebbe nelle mani del potere pubblico capacità di sorveglianza, dati e tecnologia.Saremmo tranquilli se un sistema capace di riconoscere milioni di cittadini fosse progettato e controllato direttamente dall’amministrazione di Xi Jinping? Da quella di Putin? E, portando provocatoriamente la domanda dentro una democrazia occidentale, da quella di Trump? Il punto non è giudicare i singoli leader. Le garanzie dovrebbero essere costruite pensando al governante del quale ci fidiamo meno.Affidare sviluppo e aggiornamento alle imprese tecnologiche, lasciando allo Stato regole e controllo sull’utilizzo, apre però un problema speculare: algoritmi proprietari, interessi economici, dipendenza dalle Big Tech e una parte della sicurezza nazionale affidata a soggetti che nessun cittadino ha eletto. Forse la questione non è scegliere tra algoritmo dello Stato e algoritmo delle multinazionali, ma applicare anche alla tecnologia un principio antico: la separazione dei poteri. Chi sviluppa il sistema non dovrebbe decidere da solo quando utilizzarlo; chi lo utilizza non dovrebbe controllare sé stesso; chi vigila dovrebbe poter conoscere davvero il funzionamento dell’algoritmo.Anche il diritto penale entra in questo nuovo equilibrio. Il decreto introduce l’art. 437-bis del Codice penale, che punisce l’omessa adozione delle misure di sicurezza e di sorveglianza umana nei sistemi di IA ad alto rischio, quando ne derivi un pericolo per la vita o l’incolumità, nonché determinate condotte di alterazione illecita. Il riconoscimento facciale può aiutare a trovare un latitante, una persona scomparsa o l’autore di un grave reato. Negarlo per una generica paura della tecnologia sarebbe miope. Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che uno strumento rimanga neutrale soltanto perché nasce con una buona finalità.Del resto, l’avvertimento arriva anche da chi questa rivoluzione tecnologica la sta costruendo. Dario Amodei, CEO di Anthropic, nei giorni scorsi – invitando a rallentare lo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati – ha usato parole difficili da equivocare: «Non vi mentirò: i pericoli sono reali». E ha aggiunto di ritenere che, per troppo tempo, lo stesso settore abbia minimizzato davanti all’opinione pubblica i rischi legati a questa tecnologia. Dal 30 settembre, dunque, il confine tra ciò che la tecnologia permette e ciò che lo Stato può fare con quest’ultima diventerà molto più concreto. La domanda decisiva, allora, non è se saremo controllati dalla tecnologia. Bensì: chi controllerà chi ci controlla?Ettore Pulidori, 17 settembre 2026L'articolo AI in mano alla Polizia, quali sono i limiti proviene da Nicolaporro.it.