La Cina chiede all’Iran di frenare gli Houthi nel Mar Rosso: la richiesta è partita da Riad

Wait 5 sec.

PECHINO — Il messaggio ha seguito una rotta insolita: partito da Riad, ha fatto tappa a Pechino ed è arrivato a Teheran. La Cina ha chiesto all’Iran di contenere gli Houthi, i ribelli che controllano il nord dello Yemen e la capitale Sanaa e che da anni colpiscono il traffico mercantile nel Mar Rosso. Lo ha fatto — rivela Reuters, citando fonti a conoscenza dei colloqui — dopo una richiesta esplicita dell’Arabia Saudita.La notizia sta tutta in quel triangolo. La monarchia saudita, per decenni abituata a chiedere protezione a Washington, si rivolge oggi a Pechino per ottenere ciò che le flotte occidentali non hanno garantito: che qualcuno parli agli Houthi nella lingua che capiscono, quella del loro sponsor iraniano. E la Cina — che nel marzo 2023 aveva fatto da mediatrice al disgelo tra Riad e Teheran, firmato proprio nella capitale cinese — accetta di spendere quel capitale diplomatico.Perché proprio Pechino? Perché è l’unica capitale con una leva reale su Teheran: è il grande acquirente del greggio mediorientale e il principale sbocco di un’economia iraniana strangolata dalle sanzioni. Quando la Cina alza la voce, in Iran ascoltano. Nessun altro può dire lo stesso.Il conto energeticoMa c’è un secondo quadro, meno diplomatico e più contabile. La Cina è il primo compratore di petrolio della regione e sta pagando in prima persona il caos sulle rotte marittime: i prezzi del greggio salgono, i corridoi di approvvigionamento si restringono e Pechino — riferiscono le stesse fonti — sta attingendo alle proprie riserve strategiche per compensare le interruzioni del traffico navale.È qui che i due quadri si saldano: la pressione su Teheran non è un favore reso a Riad, è autodifesa energetica. Il gigante asiatico ha costruito la propria crescita su un flusso costante di petrolio del Golfo, e quel flusso passa in buona parte da acque che gli Houthi hanno trasformato in una zona di tiro. Ogni nave dirottata verso il periplo dell’Africa, ogni premio assicurativo che sale, finisce nel bilancio cinese.Gli Houthi hanno cominciato a colpire il traffico mercantile alla fine del 2023, in dichiarata solidarietà con Gaza, concentrando gli attacchi attorno allo stretto di Bab el-Mandeb — la porta meridionale del Mar Rosso, tra lo Yemen e il Corno d’Africa, da cui transita una quota rilevante del commercio mondiale. L’Arabia Saudita, che contro i ribelli ha combattuto una lunga guerra dal 2015, ha tutto l’interesse a evitare una nuova fiammata ai propri confini e alle proprie installazioni petrolifere.La mossa saudita certifica anche un cambio di gerarchie nel Golfo: per disinnescare una milizia filoiraniana, il canale più corto oggi passa dalla Cina, non dagli Stati Uniti. Un risultato che a Pechino, impegnata da anni a presentarsi come potenza di pace in Medio Oriente, non dispiace affatto — anche se stavolta la spinta è arrivata dal portafoglio, non dalla dottrina.A fare da giudice tra diplomazia e necessità c’è un dato materiale: i depositi strategici cinesi che si aprono per compensare le navi che non arrivano. Ogni barile prelevato dalle riserve misura il tempo che Pechino ha davanti — ed è il prezzo che la Cina sta pagando per una guerra che non è la sua.