O con la Cina o contro la Cina. In Germania è un bel problema. La prima economia d’Europa, forse il Paese che più di tutti ha pagato il prezzo della concorrenza del Dragone (la drammatica crisi di Volkswagen ne è l’esempio più lampante), mostra un doppio volto che sa di gigantesca e plateale contraddizione. Da una parte monta la protesta tra le imprese tedesche, stufe di veder passare sotto il proprio naso prodotti a basso costo e fuori dalle regole e dalla logica del libero mercato. Un malcontento, inutile negarlo, che ha fatto da carburante all’ultima tornata elettorale nei lander, confluendo nel sostegno al partito di estrema destra Afd in Sassonia. Dall’altra, ed ecco il rovescio della medaglia, le stesse aziende tedesche hanno aumentato di un terzo gli investimenti in Cina nella prima metà del 2026, riducendo al contempo drasticamente gli investimenti negli Stati Uniti.Fantasia? Nemmeno per sogno, forse più un corto circuito messo nero su bianco nell’ultimo studio dell’Istituto economico tedesco (IW). Ebbene, secondo l’analisi dell’Istituto, basata sui dati della Bundesbank, le aziende tedesche hanno investito ulteriori 5,6 miliardi di euro in Cina nella prima metà del 2026, cifra che è risultata circa un terzo superiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente ma che tuttavia, in un confronto a lungo termine, rientra nella norma: la media per il primo semestre di ogni anno dal 2020 al 2025 si è attestata anch’essa a 5,6 miliardi di euro. Di contro, la spesa verso gli Stati Uniti è scesa a 4,3 miliardi, in calo di quasi due terzi.L’Istituto tedesco mette a fuoco un quadro variegato: alcune aziende stanno per esempio ridimensionando le proprie attività in Cina, poiché il contesto è diventato più difficile e la pressione competitiva è enorme. Dal 2017, il valore delle partecipazioni cedute ha superato quello delle nuove acquisizioni: tra il 2017 e il 2024, le imprese tedesche hanno investito due miliardi di euro all’anno in nuove partecipazioni, liquidando contemporaneamente quelle esistenti per un valore di 3,6 miliardi di euro. Il risultato netto è stato un deflusso di 1,6 miliardi di euro all’anno, e la stessa cifra si è confermata anche nel 2025. I prestiti diretti agli investimenti delineano un quadro simile: dal 2023, le società madri tedesche hanno contratto prestiti con le proprie filiali cinesi, raggiungendo i 2,7 miliardi di euro nel 2025.Tuttavia, la stragrande maggioranza delle aziende continua a concentrarsi sul mercato cinese. Secondo la Camera di Commercio tedesca nella Grande Cina, citata nello stesso studio, oltre l’85% delle filiali tedesche intende almeno mantenere la propria presenza in Cina. Più della metà prevede addirittura di incrementare gli investimenti. I fondi necessari provengono sempre più dalle attività svolte direttamente in Cina. Nel 2025, gli utili reinvestiti ammontavano a 7,8 miliardi di euro. A titolo di confronto, tra il 2017 e il 2024, la cifra era stata di 5,4 miliardi di euro. Ma perché le aziende tedesche continuano a investire in Cina?Secondo gli economisti del IW “non hanno altra scelta che continuare a investire in Cina. Il Paese rappresenta un mercato di vendita cruciale e alcune imprese lo utilizzano come campo di addestramento. Il calcolo di fondo è che chi riesce a prevalere nella spietata concorrenza locale ha maggiori probabilità di successo sul mercato globale”. Attenzione però, a ciò si aggiunge un problema: la produzione in Cina è artificialmente a basso costo, visto che lo Stato sovvenziona le imprese e la valuta sottovalutata riduce ulteriormente il prezzo dei prodotti cinesi.Pertanto, le aziende che vogliono competere con le imprese cinesi nella spietata competizione globale sui prezzi devono aumentare la propria produzione in loco e sfruttare a proprio vantaggio queste distorsioni competitive. Per la Germania, questo significa che la produzione e i posti di lavoro si stanno spostando in Cina. E per questo lo stesso Istituto rilancia un’idea peraltro condivisa proprio dalle colonne di questo giornale dall’economista Alberto Forchielli. E cioè che “l’Ue dovrebbe porre fine a questa pratica sleale e imporre dazi compensativi sulle importazioni cinesi”. Succederà?