Il comitato di esperti sulla difesa europea promosso dall’alto rappresentante Kaja Kallas non ha fatto in tempo a nascere. La presentazione è stata cancellata poche ore prima dell’appuntamento, dopo le resistenze di Germania, Italia, Francia e altri Stati membri. Il gruppo avrebbe dovuto esaminare le principali carenze strategiche dell’Unione e suggerire dove concentrare i futuri investimenti militari. Il suo affondamento ha però fatto emergere una debolezza ancora più difficile da risolvere: gli europei concordano sulla necessità di rafforzare la difesa, molto meno su chi debba stabilirne obiettivi e priorità.Le obiezioni avrebbero investito sia il procedimento seguito sia i nomi scelti. L’Italia avrebbe contestato in particolare la presenza dell’ex ministra della Difesa Roberta Pinotti. Francia e Germania avrebbero posto una questione più sostanziale, sostenendo che un organismo destinato a occuparsi di capacità operative, investimenti e futuro dell’industria militare non possa essere costituito senza un confronto preliminare con i governi.Dal Servizio europeo per l’azione esterna sarebbe arrivata la precisazione che il gruppo avrebbe avuto esclusivamente funzioni consultive e sarebbe stato formato da specialisti, non da delegati degli Stati. Una distinzione formalmente corretta, ma politicamente meno netta quando si parla di difesa.Indicare le capacità militari mancanti significa infatti contribuire a stabilire dove indirizzare decine di miliardi di euro, quali sistemi considerare prioritari e quali programmi sostenere attraverso gli acquisti comuni. Di conseguenza, anche un organismo consultivo può incidere indirettamente sulle imprese destinate a beneficiare delle future commesse. La scelta degli esperti smette così di essere puramente tecnica e diventa una questione di distribuzione del potere.Il paradosso è che il comitato avrebbe dovuto occuparsi di problemi militari reali. Gli eserciti europei continuano a mostrare carenze in alcune categorie di munizioni, nella difesa antiaerea, nel trasporto strategico, nel rifornimento in volo, nella sorveglianza e nelle capacità satellitari. In diversi settori restano inoltre fortemente dipendenti dagli Stati Uniti, soprattutto per intelligence, comando e sostegno alle operazioni.La frammentazione degli arsenali aggrava il problema. I Paesi europei utilizzano numerosi modelli di carri armati, velivoli, sistemi di artiglieria, missili e mezzi corazzati. Questa moltiplicazione complica manutenzione, addestramento e logistica e aumenta la necessità di disporre di differenti catene di ricambi. Spendere di più a livello nazionale, quindi, non significa necessariamente costruire una forza europea più efficiente.L’iniziativa di Kallas partiva proprio dalla necessità di affrontare queste debolezze. La prospettiva che gli Stati Uniti possano rivedere la propria presenza militare sul continente obbliga l’Europa a prepararsi a sostenere una quota maggiore della propria sicurezza. Ma prima di decidere quali sistemi acquistare occorrerebbe stabilire per quale strategia debbano essere acquistati.Ed è qui che emergono le differenze tra le capitali. Polonia e Paesi baltici identificano nella Russia la principale minaccia. Italia, Spagna e Grecia attribuiscono invece un peso fondamentale anche al Mediterraneo, all’instabilità africana, alle rotte energetiche e ai fenomeni migratori. Parigi insiste sull’autonomia strategica europea e dispone della propria deterrenza nucleare. Berlino sta accrescendo il proprio ruolo militare, pur dovendo fare i conti con vincoli politici, industriali e strategici interni.La questione non riguarda quindi soltanto il livello della spesa. Una difesa comune richiede di stabilire quali minacce abbiano la precedenza, chi possa prendere le decisioni e sotto quale autorità debbano essere impiegate le capacità militari costruite con quelle risorse.A rendere ancora più difficile il compromesso c’è l’enorme partita industriale aperta dall’aumento dei bilanci della difesa. Carri armati, velivoli, missili, satelliti, sistemi senza pilota, difesa antiaerea e sicurezza informatica rappresentano un mercato pubblico destinato a muovere somme enormi nei prossimi decenni. Ogni programma significa contratti, posti di lavoro, sviluppo tecnologico e influenza.Francia, Germania e Italia possiedono grandi industrie militari e vogliono continuare a incidere sulle scelte. Parigi collega l’autonomia strategica anche alla necessità di ridurre la dipendenza dagli armamenti statunitensi. Berlino punta a rafforzare il proprio peso industriale e militare. Roma deve tutelare imprese nazionali coinvolte in importanti programmi europei e internazionali.Gli Stati più piccoli guardano alla questione da una prospettiva diversa. Una maggiore centralizzazione potrebbe rendere più efficiente il sistema europeo, ma potrebbe anche concentrare le decisioni nelle mani delle maggiori economie dell’Unione. Il confronto istituzionale nasconde dunque una domanda molto concreta: chi stabilisce cosa comprare, chi mette il denaro e chi ottiene i contratti.La vicenda del comitato si intreccia inoltre con il difficile equilibrio istituzionale tra Kaja Kallas e Ursula von der Leyen. Negli ultimi anni la Commissione ha esteso il proprio peso nelle questioni internazionali intervenendo su Ucraina, difesa, energia, sanzioni e sicurezza economica. L’alto rappresentante dispone invece del Servizio europeo per l’azione esterna, ma deve esprimere una politica estera che resta ampiamente condizionata dalle decisioni degli Stati membri.Non è quindi soltanto una rivalità personale. Una maggiore integrazione del servizio diplomatico con la Commissione potrebbe rendere più lineare il processo decisionale, ma sposterebbe anche ulteriore influenza verso l’esecutivo europeo. Le capitali continuano invece a considerare politica estera e difesa settori nei quali il controllo nazionale deve rimanere determinante.Il gruppo di esperti avrebbe toccato esattamente questo nervo scoperto, alimentando la percezione che il Servizio europeo per l’azione esterna stesse avviando autonomamente un processo con potenziali conseguenze politiche, industriali e militari.Non è la prima volta che un’iniziativa attribuita a Kallas incontra resistenze. Anche la proposta di mobilitare 40 miliardi di euro di sostegno militare per l’Ucraina non aveva raccolto il consenso necessario. Il punto non riguarda necessariamente gli obiettivi perseguiti, quanto la possibilità di trasformarli in una politica comune senza avere prima costruito un accordo tra gli Stati.La mancata nascita del comitato non dimostra quindi che una maggiore integrazione della difesa europea sia superflua. Mostra piuttosto che l’Unione non ha ancora risolto il problema politico che precede quello militare.Gli Stati vogliono eserciti più capaci, un’industria militare più forte e una dipendenza minore dagli Stati Uniti, ma non sono altrettanto disponibili a trasferire a Bruxelles il controllo delle forze armate, dei bilanci e soprattutto della decisione sull’impiego della forza.È la contraddizione che accompagna l’ambizione europea di diventare una potenza geopolitica. Le capacità militari possono essere finanziate e le industrie possono aumentare la produzione; molto più difficile è costruire un’autorità politica accettata da tutti.Il comitato di Kallas è stato fermato prima della sua costituzione. Le lacune della difesa europea che avrebbe dovuto studiare restano invece al loro posto. Prima ancora di decidere quali armi acquistare, l’Unione dovrà quindi risolvere una questione più difficile: chi abbia il potere di stabilire dove, come e contro quali minacce quelle capacità debbano essere utilizzate.