Il Mar Rosso resta un nervo scoperto per la sicurezza globale. Lo stretto di Bab el-Mandeb, la “Porta delle Lacrime”, è tornato al centro delle cronache dopo l’annuncio del ministro della Difesa Guido Crosetto sulla disponibilità dell’Italia a intervenire anche unilateralmente per proteggere i navigli nazionali in transito, una decisione che dovrà comunque passare dal Parlamento. Sullo sfondo, la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio ha già lasciato il segno sull’economia occidentale: il petrolio resta sopra i 100 dollari al barile, e secondo le stime del New York Times la crisi del Golfo è costata finora circa 1.800 dollari a famiglia negli Stati Uniti, proprio alla vigilia delle elezioni di metà mandato.In questo scenario si inserisce la lettura di Alberto Negri, giornalista esperto di Medio Oriente, che a ‘Un Giorno Speciale’ smonta pezzo per pezzo la narrazione di un’Arabia Saudita potenza regionale solida. “La struttura militare saudita è totalmente di cartone e totalmente dipendente dagli Stati Uniti”, spiega, ricordando come Riyadh non sia riuscita a piegare gli Houthi, gli stessi che da noi vengono liquidati come “i guerrieri con le ciabatte”. Un’etichetta che Negri smonta subito: “Li ho incontrati io, ma in ciabatte nel 2009. Sono passati quasi 20 anni, e in questi 20 anni gli Houthi sono diventati un esercito importante nella regione”.La fragilità saudita ha in effetti radici strutturali. Trump lo aveva già detto senza troppi giri di parole durante il primo mandato: “Senza di noi voi durereste 1 o 2 settimane”. Una debolezza demografica, prima ancora che militare: “L’Arabia Saudita dice di avere 25 milioni di abitanti, ma di questi voglio vedere quanti sono i sauditi e quanti sono, per esempio, i pakistani naturalizzati“. Il Pakistan, ricorda Negri, è presente in Arabia Saudita con circa 18.000 uomini, di cui 8.000 schierati sul fronte saudita-yemenita, mentre l’accordo trilaterale con Turchia e Arabia Saudita — il patto della Mecca firmato ad agosto — non sembra tradursi in un reale impegno operativo di Islamabad. “Questi paesi non addestrano il loro esercito. Ragazzi, questi sono pieni di soldi. Secondo voi gente piena di soldi vuole andare al fronte a morire? Io non ne ho mai visti”.Il vero obiettivo degli HouthiAl centro del ragionamento c’è l’obiettivo reale degli Houthi, secondo Negri fraintenso da chi li riduce a semplici guerriglieri: “Non è soltanto andare avanti a fare una guerriglia. Loro stessi vogliono un riconoscimento internazionale”. Il movimento controlla Sana’a, capitale dello Yemen, dal 2016 e due terzi del Paese, mentre la comunità internazionale continua a riconoscere un governo yemenita che Negri definisce senza mezzi termini “un ectoplasma”. Un’organizzazione militare tutt’altro che improvvisata, costruita in anni di addestramento: “Gli Houthi hanno organizzato una difesa con dei comandi coesi, hanno dimostrato di essere in grado di spostare rapidamente le proprie truppe su vari fronti”. Si sono impadroniti di un’isola nello stretto di Bab el-Mandeb e del porto di Moka, hanno bombardato con i droni l’oleodotto saudita Est-Ovest costringendo Riyadh a chiuderlo, e hanno saputo portare il conflitto oltre i confini yemeniti grazie alla formazione ricevuta “sia dall’Iran, sia dai Pasdaran, sia dagli Hezbollah libanesi”.Il paradosso è che proprio gli Stati Uniti avrebbero già cambiato strategia nei confronti del vecchio nemico: “I sauditi si sono visti negare per due volte l’aiuto americano per combattere gli Houthi. Sembra addirittura che funzionari degli Stati Uniti abbiano incontrato gli Houthi”. Dietro questa mossa, l’ipotesi di sganciare Sana’a da Teheran, anche se — precisa Negri — “fino a quale punto questo sarà possibile non si capisce”. Una lettura diplomatica che si intreccia con la geografia del conflitto: la guerra contro l’Iran ha ridisegnato le alleanze del Golfo, dopo che Teheran ha colpito le basi americane in Qatar, negli Emirati e in Arabia Saudita. “Si sono resi conto che in realtà avere le basi militari americane non è una garanzia di protezione, ma anzi può diventare motivo per essere un bersaglio”.Sul riassetto degli equilibri regionali, Negri individua un Golfo sempre più diviso. Gli Emirati Arabi Uniti, spiega, hanno già cambiato asse: “Sono usciti dall’OPEC, un segnale molto evidente. Poi sono alleati di Israele, sono alleati con l’India, hanno interessi nel Mar Rosso, in Somalia, in Etiopia, sono nei Patti di Abramo”. Anche l’Arabia Saudita guarda fuori dalla penisola arabica, verso Pakistan e Turchia, mentre resta esclusa dai Patti di Abramo per la questione palestinese. Sul rialzo dei prezzi energetici, che pesa più sull’Europa che sugli Stati Uniti — produttori di idrocarburi e ormai presenti anche sul petrolio venezuelano — Negri chiude senza sconti: “Guardate, questo è il problema. Perché gli Houthi in qualche modo guadagnano terreno? Guadagnano terreno perché sanno benissimo che hanno di fronte attori che hanno più interrogativi che soluzioni”.The post Gli Houthi stanno per bucare le petromonarchie di cartone | Con Alberto Negri appeared first on Radio Radio.