Più autonomia all’intelligence. La risposta europea alle nuove minacce

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Per anni il problema delle intelligence europee è stato anche quello dei loro limiti. Vincoli costruiti per ragioni storiche, costituzionali e politiche, soprattutto nei Paesi nei quali l’esperienza dei regimi autoritari aveva reso particolarmente sensibile qualsiasi ampliamento delle capacità dello Stato in materia di sorveglianza. Ora quell’equilibrio sta cambiando.A raccontarlo è Politico, che ricostruisce una serie di riforme avviate nelle ultime settimane in Europa per ampliare i margini operativi dei servizi di sicurezza e intelligence di fronte alla crescita delle attività ostili russe e dello spionaggio cinese. Non esiste un modello europeo unico, né sembra profilarsi la nascita di un’intelligence comunitaria sul modello nazionale. Il movimento, però, è convergente: più capacità operative, maggiore possibilità di intervento nel dominio cyber e una circolazione più rapida delle informazioni tra servizi, forze armate e settore privato.Il caso tedescoIl governo di Friedrich Merz ha approvato in agosto un progetto di riforma che Berlino definisce la più ampia revisione della legislazione sui servizi nella storia della Repubblica federale. L’obiettivo dichiarato è adeguare Bundesnachrichtendienst (Bnd) e Bundesamt für Verfassungsschutz alla minaccia rappresentata da spionaggio, sabotaggio, attacchi cyber e operazioni ibride.Non si tratta soltanto di raccogliere più informazioni. Il progetto prevede per il Bnd la possibilità, in determinate circostanze e con meccanismi di controllo, di adottare quelle che il governo tedesco definisce “misure attive”: penetrare nei sistemi informatici di strutture considerate una minaccia, rendere inutilizzabili server appartenenti a gruppi hacker statali o apparati di disinformazione e, nei casi previsti dalla legge, interferire materialmente con capacità ostili. Berlino cita persino l’ipotesi di intervenire digitalmente contro laboratori chimici o fabbriche di droni. È un passaggio importante per un servizio tradizionalmente concepito soprattutto come strumento di raccolta informativa.Il cambio di passo tedesco risponde anche a una percezione della minaccia ormai consolidata. Il governo federale parla apertamente di una Germania sottoposta ad attività di sabotaggio, spionaggio, disinformazione e azioni ibride e ritiene necessario colmare il divario accumulato rispetto ad altri servizi europei. Allo stesso tempo, la riforma mantiene un sistema di autorizzazione e controllo indipendente per le misure più invasive, proprio per evitare che l’ampliamento delle capacità operative coincida con un arretramento delle garanzie costituzionali.Da Amsterdam a StoccolmaUna discussione analoga è aperta nei Paesi Bassi. Il 28 agosto il governo ha avviato la consultazione sulla nuova Wet bescherming nationale veiligheid, la legge destinata a ridisegnare le prerogative dell’Aivd e del servizio militare Mivd. Nella presentazione del provvedimento, l’esecutivo olandese cita esplicitamente le operazioni russe per acquisire informazioni sensibili e i tentativi di hacker cinesi di sottrarre tecnologie avanzate.La logica è rendere più rapida la risposta contro soggetti già identificati come una minaccia, riducendo alcuni passaggi autorizzativi per singole operazioni e aumentando contemporaneamente la cooperazione con banche, università, piattaforme digitali, imprese e forze armate. Anche qui il punto politico è l’equilibrio tra velocità e controllo: il progetto prevede un nuovo organismo indipendente con il potere di interrompere attività giudicate illegittime.L’Aia guarda però oltre la dimensione nazionale. Nell’accordo di governo 2026-2030 compare esplicitamente l’obiettivo di rafforzare la cooperazione europea fino a ipotizzare una sorta di equivalente continentale dei Five Eyes, almeno tra un gruppo ristretto di Paesi. Nello stesso documento viene indicata come priorità la costruzione di una capacità informativa europea più autonoma.Anche la Svezia sta ridisegnando la propria architettura. Dal primo gennaio 2027 entrerà in funzione lo Swedish Foreign Intelligence Service, separando più chiaramente l’intelligence estera civile da quella militare. Il governo ha già nominato Andreas von Beckerath direttore generale e Annika Brändström vice direttrice. La nuova struttura avrà il compito di identificare e anticipare le minacce provenienti dall’estero e svilupperà anche capacità tecnologiche e di raccolta su fonti aperte.È difficile separare questa riforma dal mutamento strategico svedese seguito all’invasione russa dell’Ucraina e all’ingresso di Stoccolma nella Nato. Anche in questo caso, dunque, l’intelligence non viene trattata come un compartimento tecnico della sicurezza nazionale, ma come uno degli strumenti attraverso cui adattare l’intero apparato dello Stato a un ambiente europeo molto diverso da quello del periodo post-Guerra fredda.Il fattore americanoSecondo Politico, la spinta verso una maggiore capacità autonoma europea ha acquistato ulteriore peso dopo la temporanea sospensione, nel marzo 2025, della condivisione statunitense di intelligence militare con l’Ucraina, mostrando quanto la disponibilità di informazioni strategiche possa dipendere da decisioni politiche prese a Washington e facendo sì che diversi governi europei riconsiderino la capacità autonoma di raccolta, analisi e intervento informativo come una componente della sovranità nazionale e, sempre più, della sicurezza europea.L’ex direttore del Gchq britannico David Omand, interpellato da Politico, riassume bene la difficoltà: di fronte a un sabotaggio o a un’operazione clandestina, stabilire rapidamente se si tratti di criminalità ordinaria, attività riconducibile a un servizio straniero o qualcosa di diverso richiede che intelligence tecnica, digitale e umana vengano integrate.È probabilmente questo il filo che collega Berlino, Amsterdam e Stoccolma. La risposta europea alla guerra ibrida passa anche dalla capacità di vedere prima, attribuire meglio e, quando necessario, interrompere un’operazione avversaria.