Giorgia Meloni non è un fulmine a ciel sereno, ma il culmine del cammino del popolo della destra da Fiuggi a oggi. È questa la tesi che attraversa “Il primato Meloni. La destra, la sinistra e il governo più longevo della Repubblica” (Kimerik), il nuovo libro di Carmelo Briguglio, giornalista, saggista e già deputato. Un viaggio colto e raffinato negli anni 2022-2026 tra cultura politica e storia istituzionale capace di affrontare al meglio i nodi e le prospettive del melonismo.La nemesi della sinistraFRANCESCO SUBIACO: Giorgia Meloni ha raggiunto tre primati: prima premier donna, prima presidente del Consiglio espressione della destra “sine glossa” e guida del governo più longevo della storia repubblicana. Come mai nonostante questi record è diventata, come scrive, la nemesi della sinistra?CARMELO BRIGUGLIO: Perché ha raggiunto questi obiettivi scardinando le narrazioni della sinistra su questi temi. Per quarant’anni élite femministe, donne dello spettacolo, scrittrici e militanti hanno immaginato che, infranto il tetto di cristallo, la prima donna a Palazzo Chigi sarebbe arrivata dalla sinistra.Pensiamo da ultimo al celebre “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi: in quel film l’emancipazione femminile è stata narrata come se avesse un esito politico obbligato. Meloni, invece, rompe quello schema e lo fa nel momento di massima crisi del progressismo, del femminismo ideologico e di una certa cultura woke.L’attuale premier smentisce questa escatologia progressista, mostrando che c’è un’altra strada oltre tale modello e si trasforma così nella nuova nemesi della sinistra. Da Fiuggi a Palazzo ChigiFS: Meloni è anche figlia della tradizione della politica costruita sul campo…CB: Certo. Meloni si è guadagnata i galloni della leadership sul campo, dentro una comunità politica principalmente maschile, seguendo un percorso di militanza che è partito dal basso. La destra italiana ha avuto pochi capi: Michelini, Almirante, Rauti, Fini. Meloni in questo è un’eccezione nell’eccezione perché è la prima donna a guidare quella storia e dimostra che una persona non proveniente dalle élite, che non è “figlia di”, può arrivare alla guida del governo. FS: Lei rifiuta l’immagine di Meloni come fulmine a ciel sereno. La colloca dentro una continuità che parte almeno dalla svolta di Fiuggi. Qual è il suo posto nella storia della destra italiana?CB: Meloni è pienamente nel solco delle Tesi di Fiuggi del 1995. Quella svolta ha segnato un tragitto che è proseguito, nonostante alcuni errori successivi, da Gianfranco Fini in poi. Meloni però non si limita a ereditare Fiuggi: la porta avanti. Nel libro individuo tre passaggi simbolici. FS: Quali?CB: Il primo sono le parole pronunciate nel centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti, che collocano la destra repubblicana fuori da qualsiasi nostalgia fascista.Il secondo è il Piano Mattei, il quale non è solo un progetto verso l’Africa, ma anche una sorta di “decolonizzazione” della storia della destra e di quella nazionale. Una proposta che ha aperto questa tradizione ad una nuova sensibilità verso i popoli africani, la collaborazione paritaria e non predatoria con i Paesi del sud globale e un nuovo approccio alla politica estera oltre gli vecchi schemi della destra tradizionale. Inoltre, scegliere il nome di Enrico Mattei, capo dei partigiani bianchi e figura della Resistenza, non è, del resto, una scelta culturalmente neutra. Il terzo passaggio è stato meno osservato, ma non per questo meno cruciale. Cioè la partecipazione di Meloni alla commemorazione del magistrato Vittorio Occorsio, assassinato dal terrorista nero Pierluigi Concutelli su decisione di Ordine Nuovo. Sono gesti che mostrano che quella di Meloni è una destra costituzionale pienamente inserita nella storia repubblicana e figlia dei suoi valori. Così facendo ha smentito tutte le polemiche dell’antifascismo militante.Il valore della stabilitàFS: Il titolo del libro richiama il record di durata del governo. Lei fa un elogio della stabilità. Perché considera questo dato un valore politico e non semplicemente statistico?CB: Perché la stabilità è sempre stata un obiettivo dei governi italiani, anche di quelli di centrosinistra. Che oggi sia il centrodestra ad aver raggiunto il risultato maggiore non cambia questo dato.C’è poi il peso che questa continuità ha nella credibilità del Paese nella comunità internazionale. Per anni l’Italia si è presentata ai vertici cambiando premier quasi ogni anno. Oggi si presenta con la stessa figura in un periodo di grande instabilità europea e questo è stato apprezzato all’estero.Ma la stabilità produce anche conseguenze concrete. Prima del governo Meloni la vita media degli esecutivi repubblicani era di circa quattordici mesi e questo indeboliva necessariamente le possibilità di azione del Paese. C’è poi il dato dell’occupazione, significativo perché il lavoro è storicamente uno dei paradigmi della cultura progressista.Durante questi anni l’occupazione ha raggiunto livelli record, la disoccupazione è scesa e sono aumentati i contratti stabili. Penso anche al taglio del cuneo fiscale: introdotto nel 2023, venne liquidato dall’opposizione come misura temporanea; invece oggi è stato reso strutturale. Con un governo diverso ogni anno sarebbe stato altrettanto facile consolidare politiche pluriennali? Io credo di no.Due destre per il futuroFS: Nel libro riprende René Rémond e la distinzione tra destra legittimista, orleanista e bonapartista. Dove collocherebbe Meloni? E quale sarà la destra di domani?CB: Meloni sta sicuramente nella famiglia bonapartista, per Rémond: una destra capace di adattarsi alla modernità, al suffragio, alla democrazia parlamentare e costituzionale, combattendo sul terreno del proprio tempo invece di rifugiarsi nella nostalgia.Ma oggi serve andare oltre quella classificazione. In Europa assistiamo a una liquefazione della sinistra tradizionale e la competizione potrebbe diventare sempre meno quella classica tra un blocco di destra e uno di sinistra. Potremmo vedere lo scontro tra due destre: una di governo, costituzionale, occidentale e capace di assumersi la responsabilità delle compatibilità; e una più radicale, identitaria e antisistema. Lo abbiamo visto, ad esempio, in Germania con le elezioni in Sassonia Anhalt con la competizione tra CDU e AfD. L’Italia però è un caso particolare. Quando esiste già una destra forte al governo, con una leadership consolidata e posizioni nette anche sull’immigrazione, diventa difficile costruire uno spazio consistente “a destra della destra”. Meloni occupa già una parte molto ampia di quel campo senza abbandonare la responsabilità istituzionale.La vera domanda sul futuro non è se tornerà la vecchia destra, ma quale destra saprà interpretare meglio la modernità. Ma credo che in questa sfida Meloni sia fortemente avvantaggiata, anche perché i suoi risultati parlano chiaro. L'articolo Il primato Meloni: la nemesi della sinistra proviene da Nicolaporro.it.