Come fermare le metastasi, individuata la molecola che "spegne" le difese del tumore

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AGI - Una scoperta importante nella lotta al contrasto dei tumori.Una molecola, IL-27p28/IL-30, potrebbe rappresentare un nuovo bersaglio per contrastare la formazione delle metastasi e potenziare l'immunoterapia: due studi internazionali guidati da Emma Di Carlo, dell'Università "Gabriele d'Annunzio" di Chieti-Pescara, mostrano che IL-30 è presente in concentrazioni molto elevate nelle metastasi rispetto ai tumori primari, contribuisce a disattivare i linfociti T e riprogramma alcune cellule del microambiente tumorale favorendo la migrazione delle cellule maligne verso organi come midollo osseo e polmoni.Il bersaglio per frenare le metastasiI risultati sono stati pubblicati su Biomedicine & Pharmacotherapy e Molecular Biomedicine. La ricerca è stata condotta nel Dipartimento di Medicina e Scienze dell'Invecchiamento e nell'Unità di Anatomia Patologica e Immuno-Oncologia del CAST, Center for Advanced Studies and Technology, della "D'Annunzio", con il contributo di Cristiano Fieni, Simona Marchetti, Stefania Ciummo e Carlo Sorrentino.Il primo lavoro ha analizzato il ruolo di IL-30 nella capacità del tumore di sottrarsi alla risposta immunitaria. I ricercatori hanno rilevato concentrazioni della molecola molto più elevate nelle metastasi rispetto ai tumori primari. IL-30 agisce disattivando i linfociti T e riducendo la produzione di molecole fondamentali per la risposta antitumorale, tra cui interferone- e TNF-.I risultati del primo studioI risultati indicano quindi IL-30 come un possibile bersaglio per contrastare l'esaurimento dei linfociti T e rafforzare la risposta immunitaria contro il tumore. La prospettiva indicata dai ricercatori è arrivare in futuro a combinare il blocco di IL-30 con immunoterapie già utilizzate, come la combinazione di nivolumab e relatlimab, nei pazienti con melanoma metastatico o non operabile.Ma in che modo favorisce la diffusione del tumore?Il secondo studio ha invece ricostruito un altro meccanismo attraverso il quale IL-30 potrebbe favorire la diffusione del tumore. La molecola riprogramma i fibroblasti presenti nel microambiente tumorale, inducendoli a creare condizioni che agevolano la migrazione delle cellule maligne verso altri organi, tra cui il midollo osseo e i polmoni.  Per studiare questo processo, il gruppo ha utilizzato piattaforme "organ-on-a-chip", dispositivi microfluidici nei quali vengono integrati tumori biostampati in 3D e analisi multi-omiche.Questi sistemi permettono di riprodurre e analizzare alcuni aspetti dell'interazione tra tumore e microambiente e vengono utilizzati dal gruppo anche con l'obiettivo di sviluppare modelli maggiormente personalizzati e ridurre il ricorso alla sperimentazione animale.Uno studio dai risvolti concretiI risultati si inseriscono in un percorso di ricerca precedente. In test preclinici, il gruppo era già riuscito a 'spegnere' il gene dell'IL-30 in modelli animali utilizzando l'editing genomico CRISPR-Cas9, somministrato per via endovenosa attraverso nanotecnologie.In questi modelli il trattamento ha frenato la crescita tumorale, bloccato le metastasi e prolungato la sopravvivenza. Anche in questo caso i risultati riguardano modelli preclinici e non dimostrano ancora l'efficacia della strategia nell'uomo."I nostri studi dimostrano che l'IL-30 gioca un ruolo chiave nel consentire al tumore di eludere le difese immunitarie e di colonizzare organi vitali come ossa e polmoni - spiega Di Carlo -. Avere individuato questo bersaglio ci permette oggi di guardare a nuove strategie terapeutiche: da un lato, possiamo rendere più efficaci le immunoterapie già in uso per prevenire l'esaurimento dei linfociti T; dall'altro, stiamo lavorando allo sviluppo di una nanomedicina di precisione". Il gruppo sta infatti lavorando, attraverso collaborazioni internazionali e con il supporto di partner farmaceutici, alla possibile traslazione clinica dei risultati. L'obiettivo dichiarato è sviluppare una nanomedicina di precisione diretta contro IL-30 e studiarne l'applicazione non soltanto nel melanoma e nel tumore della prostata, ma anche nei sottotipi piu' aggressivi di carcinoma mammario, compresi quelli HER2-positivi e triplo-negativi. "L'obiettivo finale - conclude Di Carlo - è offrire ai pazienti trattamenti personalizzati capaci di bloccare sul nascere la disseminazione metastatica, specialmente nei tumori a più alta aggressivita'".