SEUL — Il no che il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha pronunciato questa mattina davanti ai giornalisti, nella foresteria della Casa Blu, non è una risposta improvvisata: è il punto d’arrivo di quattro mesi di braccio di ferro con Washington, cominciato con una telefonata di Donald Trump e passato per rappresaglie sulle esercitazioni, avvertimenti iraniani e sondaggi in caduta. «Non ci sarà alcun invio di truppe per un coinvolgimento o un intervento nella guerra. Questo posso affermarlo con chiarezza», ha detto Lee poco prima di mezzogiorno (le 4:46 in Italia).Ma il rifiuto ha una seconda metà, ed è lì lo sviluppo vero. «Come stanno facendo altri Paesi, la Corea deve proteggere le vite dei suoi cittadini, i mercantili e le rotte del greggio», ha aggiunto il presidente, riferisce il Korea Herald, quotidiano di Seul in lingua inglese: allo studio c’è un rafforzamento dell’unità Cheonghae, il contingente navale antipirateria sudcoreano. Niente combattimento, dunque, ma una possibile missione di scorta. Perché Seul non può semplicemente sfilarsi? Perché dallo Stretto di Hormuz, teatro della guerra tra Stati Uniti e Iran cominciata a febbraio, l’anno scorso è transitato il 61% del greggio importato dalla Corea del Sud e il 54% della sua nafta.L’episodio più pesante della catena lo ha reso pubblico Trump stesso a metà agosto, raccontando — ricostruisce Al Jazeera — di aver chiesto a Lee «una piccola mano» nella guerra all’Iran, in una telefonata che risalirebbe al 17 maggio. La risposta di Seul, nella versione affidata dal presidente americano ai social: «No, grazie!».La rappresaglia non si è fatta attendere. Il 16 agosto, alla vigilia dell’avvio, Trump ha ordinato di tagliare le esercitazioni annuali congiunte Ulchi Freedom Shield da oltre undici giorni a cinque, definendole «costose» e «ostili» verso Kim Jong Un, il leader nordcoreano con cui dice di voler costruire un rapporto. Il ministro degli Esteri Cho Hyun ha ammesso in Parlamento che non c’era stato alcun preavviso. Saltata anche un’esercitazione anfibia prevista per settembre.L’avvertimento di TeheranSul fronte opposto preme l’Iran. Il portavoce degli Esteri di Teheran ha avvertito a inizio settembre che qualsiasi presenza militare straniera nel Golfo e nello Stretto «sarebbe inevitabilmente considerata un sostegno diretto all’aggressore e avrebbe serie conseguenze», ricordando a Seul i 64 anni di relazioni diplomatiche tra i due Paesi.E poi c’è il fronte interno, il più insidioso. Il won è ai minimi da 17 anni, il gradimento di Lee è sceso al 38% — il punto più basso del mandato, secondo Gallup Korea — proprio sull’onda dell’opposizione all’invio: a marzo il 55% dei sudcoreani si era detto contrario a mandare navi nel Golfo. La partita vera è tutta qui: Lee offre a Washington abbastanza da non incrinare l’alleanza, e ai suoi elettori abbastanza da non tradirli.La macchina, intanto, si muove. Il 3 settembre l’ufficio presidenziale aveva smentito un’anticipazione sull’invio; pochi giorni dopo, però, il ministero della Difesa ha spedito una squadra ricognitiva negli Emirati. L’ipotesi sul tavolo — discussa anche nei colloqui di sicurezza con gli americani del 14 settembre — è una missione navale non da combattimento, navi più aerei da pattugliamento marittimo, con voto del Parlamento. Un copione che a Seul conoscono bene: nel 2004, sotto la pressione dell’amministrazione Bush, la Corea del Sud mandò truppe in Iraq tra proteste durissime. La prossima mossa spetta all’Assemblea nazionale.