NEW YORK — «Esortiamo con forza i colleghi occidentali a fermare le loro azioni molto pericolose sul fronte iraniano, che minacciano di complicare ulteriormente la soluzione della crisi nel Golfo Persico». Così Vassily Nebenzia, ambasciatore russo alle Nazioni Unite, giovedì al Consiglio di sicurezza, subito dopo aver affondato — insieme alla Cina — la risoluzione americana che prorogava di un anno il mandato del panel di esperti incaricato di vigilare sulle sanzioni all’Iran. Il conto del voto, riferisce Reuters, è impietoso per Mosca e Pechino: 11 sì, 2 no, con Pakistan e Somalia astenuti. Ma al Consiglio di sicurezza i numeri non bastano: basta un veto.Il risultato pratico è paradossale solo in apparenza. Le sanzioni restano tutte in vigore — congelamento dei beni iraniani all’estero, embargo sulle armi, misure sul programma di missili balistici — ma da oggi nessun organo indipendente potrà documentarne le violazioni. Mosca e Pechino non hanno i voti per cancellare le sanzioni: possono però accecarle. Ed è esattamente quello che hanno fatto.«Senza un panel indipendente di esperti, questo Consiglio perde la sua principale fonte di informazione imparziale e basata sulle prove sulle violazioni delle sanzioni, creando un vuoto di monitoraggio che avvantaggia solo il regime iraniano e chi lucra sull’aggiramento di quelle misure», ha replicato in aula la vice ambasciatrice americana all’Onu, Jennifer Locetta. Per Nebenzia, al contrario, il testo era «profondamente viziato e privo di qualsiasi base giuridica», perché per Mosca è illegale lo stesso meccanismo che ha reimposto le sanzioni.Quel meccanismo è lo «snapback», la clausola dell’accordo nucleare del 2015 che consente di ripristinare automaticamente le sanzioni Onu senza passare per un nuovo voto — e quindi senza rischiare il veto russo. Francia, Germania e Regno Unito lo hanno attivato il 27 settembre 2025, riportando in vita sei risoluzioni. Da allora, però, la macchina è rimasta a metà: il comitato sanzioni è stato ricostituito ma è paralizzato da oltre nove mesi, e gli esperti proposti dal segretario generale António Guterres non sono mai stati approvati per mancanza di consenso tra i quindici.Il precedente coreanoLa mossa di giovedì non è un caso isolato. Nel marzo 2024 un veto russo mise fine, con la stessa tecnica, al monitoraggio delle sanzioni sulla Corea del Nord; ritardi e rifiuti hanno colpito anche i dossier di Yemen e Repubblica Centrafricana, mentre in Mali le sanzioni sono state chiuse del tutto. Il metodo è ormai collaudato: non si tocca la sanzione, si smonta il termometro.Il voto arriva in un momento particolarmente teso del dossier iraniano. La guerra scatenata dagli attacchi israeliani e americani ai siti nucleari del giugno 2025 dura da oltre sei mesi, in stallo, e da allora gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica non riescono più a verificare lo stock di uranio arricchito al 60 per cento — 440,9 chili all’ultima conta, un passo tecnico dal 90 necessario per un ordigno. Mercoledì il Consiglio dei governatori dell’Agenzia ha deferito l’inadempienza iraniana al Consiglio di sicurezza e all’Assemblea generale: non accadeva da vent’anni. E lunedì Washington ha revocato il visto al capo del programma nucleare di Teheran, Mohammad Eslami, costringendolo a rinunciare alla conferenza annuale dell’Agenzia a Vienna.Sempre giovedì, intanto, una missione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che le forze iraniane hanno commesso crimini contro l’umanità nella repressione delle proteste interne. Ma da Teheran, per ora, arrivano solo ringraziamenti: Russia e Cina, ha scritto su X la missione iraniana all’Onu, hanno «impedito l’ennesimo cinico tentativo degli Stati Uniti e dei loro alleati di abusare del Consiglio di sicurezza per i loro scopi politici».