La legge elettorale fa un altro passo avanti. E, come spesso accade quando il Parlamento mette mano alle regole con cui il Parlamento stesso verrà eletto, il clima è tutto tranne che notarile. Il Senato ha approvato il nuovo sistema con 113 voti favorevoli, 71 contrari e due astenuti. Il testo, modificato a Palazzo Madama, dovrà ora tornare alla Camera per la terza lettura, prevista a partire dal 28 settembre. L’obiettivo della maggioranza è chiudere la partita entro la prima metà di ottobre. Ma dopo quello che è già successo a Montecitorio, nessuno sembra avere particolare voglia di fare previsioni granitiche.A luglio, infatti, il voto segreto aveva già regalato al centrodestra un incidente tutt’altro che trascurabile: l’emendamento sulle preferenze era stato affossato anche grazie ai franchi tiratori della maggioranza. Ed è anche per questo che Elisabetta Casellati, ministro per le Riforme, prima del voto del Senato ha voluto mettere le mani avanti: “Io sono molto ottimista, il cosiddetto ‘incidente’ per un voto dell’emendamento che riguardava proprio le donne non si riprodurrà”. Ottimismo comprensibile, prudenza altrettanto comprensibile. Alla Camera le opposizioni puntano infatti a sfruttare nuovamente gli scrutini segreti previsti su alcune materie per tentare di aprire crepe nella maggioranza.A Palazzo Madama, intanto, il voto finale ha restituito l’immagine di due fronti contrapposti. Il capogruppo del Movimento 5 Stelle Luca Pirondini ha definito la riforma “una legge truffa”, con “preferenze farlocche”, mostrando in Aula un facsimile della scheda con il simbolo di Fratelli d’Italia in evidenza. A quel punto è intervenuto Ignazio La Russa: “Lei è capogruppo: forse non era proprio necessaria questa caduta di stile. La richiamo all’ordine”. Pirondini ha protestato e il presidente del Senato ha precisato: “È il cartello che censuro non quello che dice ma quello che ha fatto”. Siparietto parlamentare a parte, lo scontro è molto più sostanziale: riguarda chi sceglierà gli eletti, quanto conteranno i piccoli partiti e, soprattutto, quale percentuale servirà per trasformare una vittoria elettorale in una maggioranza parlamentare.Per capire la riforma – ribattezzata a seconda dei gusti “Melonellum” o “Stabilicum” – conviene partire proprio da quest’ultimo punto. Il Rosatellum oggi in vigore è un sistema misto: circa tre ottavi dei seggi vengono attribuiti nei collegi uninominali, dove vince chi prende un voto in più degli altri, mentre i restanti cinque ottavi sono assegnati con metodo proporzionale nei collegi plurinominali. La nuova legge cancella sostanzialmente la componente uninominale e costruisce invece un sistema a base proporzionale accompagnato da un premio di governabilità. Ed eccoci al numero magico: 42.La lista o la coalizione che arriva almeno al 42 per cento dei voti e risulta vincente sia alla Camera sia al Senato ottiene un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori. Non significa, però, che il vincitore possa prendere seggi senza limiti: è previsto un tetto di 220 deputati su 400 e 113 senatori su 200, al netto della rappresentanza eletta all’estero. Se invece nessuno raggiunge il 42 per cento, oppure non ricorrono le condizioni previste in entrambe le Camere, niente premio: i seggi vengono distribuiti su base proporzionale. È questa la vera differenza politica rispetto al Rosatellum. La nuova legge non premia tanto chi arriva primo quanto chi riesce ad arrivare primo superando una precisa asticella nazionale. Non è un dettaglio. Anzi, è probabilmente il dettaglio.La riforma obbliga inoltre le forze politiche, al momento del deposito di simboli e programmi, a indicare il nome della persona che intendono proporre al presidente della Repubblica per Palazzo Chigi. Le liste della stessa coalizione devono indicare lo stesso candidato. Non è, tecnicamente e costituzionalmente, l’elezione diretta del presidente del Consiglio: le prerogative del capo dello Stato restano ferme. Ma è evidente il significato politico dell’operazione. L’elettore saprebbe prima del voto non soltanto quali partiti si presentano insieme, ma anche quale nome intendono portare al Quirinale per la formazione del governo.Poi ci sono le preferenze, il terreno sul quale la maggioranza ha rischiato più volte di inciampare. Il compromesso uscito dal Senato è abbastanza particolare: il capolista resta bloccato, quindi viene scelto dal partito, mentre sotto il suo nome compaiono altri sei candidati prestampati. L’elettore può indicarne fino a tre, rispettando le regole sull’alternanza di genere. In altre parole, tornano le preferenze ma non scompare il potere delle segreterie. Ed è esattamente su questo che le opposizioni parlano di preferenze soltanto apparenti. Il Senato ha approvato questo meccanismo dopo che le proposte per introdurre preferenze completamente libere erano state respinte.Il presidente della commissione Affari costituzionali Andrea De Priamo, di Fratelli d’Italia, ha difeso invece l’impianto rivendicando l’ambizione di costruire regole destinate a durare: “In Italia abbiamo cambiato troppe leggi elettorali e proprio per questo la legge che proponiamo, che non è perfetta, ha l’ambizione di essere una legge per i prossimi lustri e non certamente per questa o quella maggioranza”. È precisamente qui che maggioranza e opposizione raccontano due leggi completamente differenti. Per il centrodestra è una norma sulla stabilità; per le minoranze è una legge costruita a ridosso delle elezioni e capace di alterare pesantemente la rappresentanza attraverso il premio.Resta poi la giungla delle soglie. Per una lista la soglia ordinaria per ottenere seggi è il 3 per cento, mentre per le coalizioni è fissata al 10. Ma è prevista una sorta di salvagente: all’interno di ogni coalizione sopra il 10 per cento può partecipare alla distribuzione dei seggi anche la lista più votata fra quelle rimaste sotto il 3 per cento. È il cosiddetto “miglior perdente”.Ed è stata modificata anche una norma apparentemente tecnica che, in realtà, potrebbe pesare moltissimo. Alla Camera era stata introdotta una clausola “anti-cespugli”: i voti dei partitini sotto la soglia, con l’eccezione della lista ripescata, non avrebbero contribuito al raggiungimento del 42 per cento necessario per ottenere il premio. Il Senato l’ha cancellata. Risultato: anche il voto raccolto da una piccola lista che non eleggerà parlamentari potrà contribuire a portare la coalizione sopra la soglia del premio. In una gara che può decidersi per qualche decimale, anche gli zero virgola diventano improvvisamente preziosi.Da qui l’altra modifica molto contestata: per le formazioni non già rappresentate in Parlamento aumenta nettamente il numero di firme necessarie alla presentazione. Si passa da 1.500 a 6mila sottoscrizioni per collegio. Presentarsi in tutti e 49 i collegi significherebbe raccoglierne circa 300mila. La maggioranza considera la misura un argine alle liste civetta; le opposizioni la vedono come una barriera all’ingresso di nuove formazioni. E le due cose, a ben vedere, non sono necessariamente incompatibili.Ci sono poi altre correzioni, dal ridisegno della circoscrizione Estero all’estensione del voto fuori sede ai caregiver, ma il senso politico della riforma sta altrove: spostare il sistema dalla competizione nei collegi alla competizione fra coalizioni nazionali, incentivando gli schieramenti a presentarsi il più possibile compatti. E a spiegare perché basta guardare i sondaggi.La Supermedia YouTrend/Agi del 10 settembre fotografa Fratelli d’Italia al 26,9 per cento, il Pd al 21, il Movimento 5 Stelle al 12,1, mentre Futuro Nazionale di Roberto Vannacci è salito al 7,6 per cento, alla pari con Forza Italia. La Lega è al 5,6. Ma il dato più interessante non riguarda i singoli partiti: riguarda la somma delle coalizioni. Il centrodestra composto da FdI, Forza Italia, Lega e Noi Moderati è oggi stimato al 41,1 per cento. Un punto delicatissimo: sarebbe primo o comunque competitivo, ma resterebbe sotto quel 42 necessario a far scattare il premio. Con Futuro Nazionale salirebbe invece, aritmeticamente, al 48,7 per cento. Dall’altra parte, Pd, M5S e Avs insieme valgono il 39,4; aggiungendo Italia Viva e +Europa il campo progressista arriverebbe al 43,2.Naturalmente un sondaggio non è un’elezione e sommare meccanicamente i voti dei partiti non significa sapere come voteranno gli elettori davanti a coalizioni diverse. Ma il messaggio politico è abbastanza evidente. Con questa legge il 41,9 e il 42,1 per cento potrebbero appartenere a due mondi completamente diversi. Nel primo caso ci si divide i seggi proporzionalmente; nel secondo si apre la cassaforte del premio di maggioranza.Ed ecco il paradosso finale. Una legge pensata per produrre stabilità rischia di rendere ancora più importante la costruzione di coalizioni molto larghe. A destra rende decisivo il rapporto con Vannacci; a sinistra rende molto più complicato liquidare come irrilevanti Renzi, +Europa o qualunque altra forza capace di portare qualche decimale. Perché quando l’obiettivo è il 42 per cento, il piccolo alleato può essere politicamente scomodissimo. Ma elettoralmente indispensabile. È la vecchia regola della politica applicata a una legge nuova: prima si scrivono i numeri. Poi sono i numeri a dettare le alleanze.Massimo Balsamo, 15 settembre 2026L'articolo Legge elettorale, ecco il Melonellum: come si vota (e cosa cambia secondo i sondaggi) proviene da Nicolaporro.it.