Agli occhi di qualcuno, una lattiera d’argento a forma di mucca potrebbe apparire un accessorio piuttosto inutile; i più severi potrebbero definirla un po’ kitscht.Sia quel che sia, nessuno si sognerebbe di negare che tale ameno oggetto sia innocuo come un bicchiere d’acqua.Ed è qui l’errore.La realtà è che intere schiere di collezionisti di argenteria antica commetterebbero una vasta gamma di reati pur di mettere le mani sul suddetto bricco per il latte. Il singolare ammennicolo, infatti, ha l’indubbio pregio di risalire al diciottesimo secolo; certo, forse le sue qualità si fermano lì, ma vuoi mettere la soddisfazione di diventarne il legittimo – o illegittimo – proprietario, specie se si è riusciti a soffiarlo ad un altro collezionista.Va da sé che tutti coloro che non sono interessati alla singolar tenzone farebbero bene a tenersene alla larga, visto il pericolo di colpi bassi.Sarebbe piaciuto seguire il consiglio a Bertie Wooster, giovane aristocratico inglese con il dono di ficcarsi nelle situazioni più assurde. E invece, purtroppo per lui non può, perché è il nipote di uno dei collezionisti interessati alla lattiera a forma di mucca, e ha ricevuto dalla zia l’ingrato compito di rubarla. Bertie vorrebbe rifiutarsi, in fondo in vita sua non ha mai sgraffignato niente, a parte magari un elmetto di proprietà di un poliziotto; ma non conta, perché all’epoca era ancora uno studentello, e si sa come sono fatti i ragazzi.Ma la vetusta congiunta si accanisce contro di lui minacciandolo, se si rifiuta di portare avanti l’operazione, di non invitarlo più alle cene di Anatole, il cuoco di famiglia che sforna prelibatezze degne dei banchetti degli dei dell’Olimpo.Messo davanti al crudele dilemma, Bertie non ha altra scelta e cede al vile ricatto ziesco. Naturalmente, ne scaturisce una serie di guai a non finire. L’unica speranza è che Jeeves, il maggiordomo del povero Lord, si faccia venire un’idea per aiutare il suo strampalato padrone. Al momento, però, sembra esserne pericolosamente a corto.P.G. Wodehouse è un geniale scrittore di romanzi umoristici che i suoi connazionali inglesi non hanno saputo capire, costringendolo addirittura all’esilio.Per fortuna, lui l’ha presa come ha sempre fatto con i tanti drammi che ha dovuto affrontare in vita sua: a ridere.Ed è stato tanto generoso con l’umanità da voler trasmettere la sua sconfinata voglia di divertirsi nonostante tutto attraverso i suoi spassosissimi libri. Inutile dire che ci è riuscito pienamente; alzi la mano, infatti, chi riesce a leggere un romanzo dello scrittore inglese senza ridere, specie quelli appartenenti al ciclo dedicato alle avventure dell’eccentrico Lord Bertie Wooster e del suo fedele maggiordomo Jeeves, di cui fa parte “Il codice dei Wooster”.Sull’opera, c’è poco da dire. Scorrendone le pagine, si rimane strabiliati dalla capacità di Wodehouse di escogitare le situazioni più assurde, trovare i paragoni più strampalati, creare i personaggi più eccentrici pur di far trascorrere al lettore qualche ora di sano spasso.Altro che esilio. P.G. Wodehouse ha amato il suo pubblico al punto che non basterebbe un monumento per ringraziarlo. E noi, nel nostro piccolo, lo facciamo, sicuri che, ovunque sia, ci sentirà.Federica Focà