L’Italia non vede la minaccia della guerra cognitiva russa? Scrive Germani 

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Grazie alla sua vasta esperienza come fotogiornalista in numerose aree di crisi globali, Franz Gustincich ha osservato da vicino il ruolo crescente della comunicazione e del dominio cognitivo nei conflitti contemporanei. Ha iniziato ad analizzare la disinformazione, la manipolazione dell’infosfera e il loro impatto sulla democrazia oltre vent’anni fa, quando in Italia la rilevanza di questi temi era colta solo da pochi pionieri.Questo libro raccoglie interviste di grande interesse a studiosi ed esperti multidisciplinari, offrendo un contributo fondamentale a una necessaria e urgente battaglia culturale tesa a diffondere nel nostro Paese una sempre maggiore consapevolezza della  guerra cognitiva: una minaccia che attacca in modo diretto  la mente dell’avversario per controllarne emozioni, pensieri e decisioni. Si tratta di una minaccia molto insidiosa e complessa per le democrazie liberali, di fronte alla quale il nostro Paese mostra ancora una preoccupante impreparazione,Negli ultimi cinque anni, nel mondo dell’intelligence e tra gli esperti europei e nordamericani  si è imposto il concetto di “guerra cognitiva”, che è una componente chiave  del concetto più ampio di “guerra ibrida”. Pur includendo le tradizionali categorie novecentesche di propaganda e guerra psicologica, la minaccia della guerra cognitiva  va oltre. Sfrutta infatti il potenziamento degli strumenti di manipolazione psicologica di massa reso possibile da tre fattori chiave: la diffusione dei social media, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e i progressi nelle neuroscienze e neurotecnologie.Da anni gli analisti di intelligence occidentali segnalano che Cina, Russia, Iran e Corea del Nord hanno integrato la guerra cognitiva nelle proprie strategie militari e geopolitiche.   Spesso agendo in sinergia, questi regimi autoritari utilizzano tale strumento per influenzare e destabilizzare le democrazie liberali, ridimensionandone il potere globale.   Sul fronte interno, la manipolazione cognitiva della popolazione si rivela invece indispensabile per garantire il controllo sociale e preservare la stabilità di questi sistemi politici dittatoriali.L’approccio russo alla cognitive warfare contro le democrazie occidentali vanta una lunga tradizione ed è oggi il più evoluto. Questa strategia si articola attraverso sofisticate tecniche di manipolazione psicologica e informativa, tra cui: la disinformazione sistematica; la creazione di un caos informativo volto a sovvertire l’idea stessa di verità oggettiva; l’erosione della razionalità dell’opinione pubblica mediante la promozione di teorie complottiste; la falsificazione storica e il ricorso al ricatto atomico per generare panico di massa.Le minacce cognitive non provengono solo da Stati avversari: oggi la disinformazione e la guerra psicologica non sono più un’esclusiva delle intelligence governative. Questi strumenti vengono utilizzati anche da una vasta gamma di attori non-statali per raggiungere i propri obiettivi, influenzando e sfruttando diversi settori della società. Tra questi si distinguono soggetti leciti – come partiti e movimenti politici (specie quelli di orientamento illiberale, come, ad esempio, il Maga trumpiano negli Usa), aziende, lobby e Ong – e attori illeciti, tra cui gruppi terroristici, organizzazioni criminali e sette pseudo-religiose estremiste.Per diverse ragioni insite nella  storia politica e intellettuale contemporanea del nostro paese, l’Italia sconta un grave ritardo culturale che le impedisce di comprendere a fondo la minaccia della guerra cognitiva, soprattutto quella orchestrata da potenze straniere autocratiche, e in particolare dalla  Russia di Putin.Una delle cause principali di questo vuoto analitico risiede nella storica diffidenza, se non nel rifiuto, della cultura italiana nei confronti del concetto di totalitarismo. Questa chiusura fu una conseguenza dell’egemonia culturale esercitata per decenni dal PCI, che si adoperò in ogni modo per screditare tale categoria. All’epoca, infatti, «molti studiosi ritenevano erroneamente che il termine “totalitario” non fosse un concetto scientifico, bensì uno strumento polemico e propagandistico, introdotto durante la Guerra Fredda per denigrare il comunismo equiparandolo al nazismo» (Luciano Pellicani, 1978).Eppure, è proprio il totalitarismo la categoria chiave indispensabile per decifrare le strategie di manipolazione cognitiva delle autocrazie, dei gruppi terroristici  e dei movimenti di estrema destra e di estrema sinistra del  XXI secolo.Il concetto di totalitarismo  si è affermato nel secolo scorso   a livello internazionale,  e  in varie discipline quali  scienza politica, sociologia e psicologia sociale, per analizzare le tirannie ideologiche del Novecento: il nazismo e il comunismo. Il fenomeno totalitario non è scomparso nel XXI secolo, ma si è trasformato e oggi il “neo-totalitarismo” è un problema di grande importanza e attualità.Una delle caratteristiche fondamentali dei regimi totalitari nazista e comunista era l’uso della guerra cognitiva da parte del potere per controllare la mente dei propri cittadini. Hannah Arendt, una delle più importanti filosofe e teoriche della politica del Novecento, nel suo capolavoro del 1951 Le origini del totalitarismo, affermò che «il suddito ideale di un regime totalitario non è il nazista convinto né il comunista devoto, ma le persone per le quali non esiste più la distinzione fra vero e falso, fra fatti e finzioni». Forgiare individui di questo tipo è proprio l’obiettivo degli attori della guerra cognitiva del XXI secolo.Già all’epoca, Hitler e i suoi specialisti della propaganda, come Goebbels, svilupparono una serie di tecniche di manipolazione di massa tese ad annientare il pensiero razionale, facendo prevalere le emozioni e gli istinti. Analogamente, secondo il sociologo Luciano Pellicani, nel totalitarismo comunista l’individuo è costretto «a riconoscere come corrispondente al mondo reale l’immagine del mondo che il regime costruisce e divulga attraverso i mass media. Così l’ideologia e la realtà diventano di fatto un’unica cosa […] e la manipolazione delle menti può essere totale» (Luciano Pellicani, 1986).  Boris Pasternak, nel Dottor Živago, scrisse che di fronte ai giganteschi disastri economici provocati dal sistema sovietico «le persone dovevano essere “curate” dall’abitudine di pensare e giudicare in modo indipendente, e obbligate a vedere ciò che non esisteva e ad affermare l’opposto di ciò che i loro occhi percepivano” (Martin Malia, 1990) .Secondo il filosofo polacco Leszek Kolakowski, tutti i governi hanno, in misura più o meno consistente, mentito ai propri cittadini. Tuttavia, «il XX secolo ha visto, per la prima volta nella storia, un nuovo tipo di civiltà – il totalitarismo comunista – in cui l’intero sistema di potere, cioè il controllo della popolazione da parte dei governanti, si fonda sul controllo dell’informazione. Colui che controlla tutto ciò che alla popolazione è consentito conoscere è indubbiamente il padrone».   I regimi comunisti del Blocco Sovietico aspiravano così a «riplasmare l’anima umana per creare un ‘Uomo Nuovo del Socialismo’: un manichino intellettualmente vuoto, passivo, ignorante, senza volontà, incapace di resistere, di ribellarsi, di pensare criticamente, che crede a qualsiasi cosa che i suoi governanti vogliono fargli credere» (Leszek Kolakowski, 1988).Durante l’epoca della  Guerra Fredda (1947-1991), Mosca utilizzava in maniera sistematica  la cognitive warfare – denominata “misure attive” (Aктивные мероприятия) nella terminologia del Kgb – come strumento di politica estera teso a destabilizzare e  indebolire progressivamente l’Occidente capitalista ed espandere l’influenza sovietica in tutto il mondo. Un manuale interno del Kgb definì le “misure attive” come “misure operative finalizzate a esercitare influenza su aspetti di interesse della vita politica di un paese-obiettivo, sulla sua politica estera, sulla soluzione di problemi internazionali, oppure tese a ingannare l’avversario, sovvertire e indebolire le sue posizioni, neutralizzare i suoi piani ostili, e conseguire altre finalità”(Vassili Mitrokhin, 2002).Le misure attive comprendevano un ampia gamma di operazioni di guerra psicologica contro le democrazie, tra cui:  campagne di disinformazione e propaganda occulte e palesi, reclutamento di  politici, giornalisti e intellettuali occidentali come “agenti di influenza” del Cremlino, la strumentalizzazione di movimenti pacifisti.La guerra cognitiva dell’Urss contro le democrazie comprendeva anche operazioni sovversive ad elevato impatto psicologico come il sostegno militare, finanziario e logistico occulto a formazioni terroristiche europee di matrice marxista-leninista (Rote Armee Fraktion tedesca, Brigate Rosse), etnico-separatista (Ira e Eta) e a gruppi terroristici arabi  (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina).Le misure attive sovietiche  puntavano  ad acuire le divisioni all’interno delle società democratiche e tra alleati occidentali, delegittimare le Istituzioni dello Stato, demoralizzare le popolazioni dei paesi occidentali e  indebolire la loro volontà  di contrastare l’espansionismo sovietico alimentando paure (specie la paura della guerra nucleare) e sensi di colpa.In Italia le operazioni sovietiche di influenza, disinformazione e sovversione furono  molto intense negli anni dello scontro bipolare Washington-Mosca.  Il nostro paese rivestiva una particolare importanza per la strategia sovietica di destabilizzazione dell’Occidente: veniva visto dal Cremlino come l’anello debole della catena occidentale, il “ventre molle” dell’Alleanza Atlantica.All’epoca, negli Usa e in diversi Paesi europei la dezinformacija e le misure attive dell’Urss diventarono oggetto di numerose  inchieste, ricerche e rapporti analitici elaborati non solo in ambito governativo ma anche nel mondi accademico, dei think tank e giornalistico. Questo importantissimo  filone di studi fu tuttavia pressoché ignorato in Italia a causa dell’enorme influenza esercitata in quegli anni dal PCI nella cultura e nella vita intellettuale del nostro paese, e dall’antiamericanismo che permeava ampi settori della società italiana, non solo nella sinistra comunista ma anche nel mondo cattolico e in quello della destra post-fascista.Dopo la fine della Guerra Fredda nel 1991 e il crollo della Prima Repubblica nel 1992 la storia  della disinformazione e della sovversione orchestrate dai servizi segreti del Patto di Varsavia in  Italia non solo rimase un tema poco esplorato:  esso fu rimosso dalla riflessione politica e culturale nazionale, e diventò quasi un tema “tabù”.   La rimozione della memoria storica delle misure attive sovietiche in Italia all’epoca della Guerra Fredda ha reso il nostro paese culturalmente vulnerabile di fronte alla minaccia odierna della guerra cognitiva.  Questa amnesia storica  a tutt’oggi  impedisce a settori significativi della società e della cultura del nostro paese di comprendere che l’Italia, da anni,  è sotto attacco cognitivo da parte della Russia di Putin.Dopo il collasso dell’Urss, negli anni 90, l’epoca della caotica semi-democrazia di Boris Eltsin, la Russia non venne più vista da decisioni politici e analisti italiani come minaccia alla sicurezza nazionale e come problema strategico, ma essenzialmente come grande opportunità economica per le imprese italiane, fonte di gas e petrolio a basso costo, e vasto mercato per i prodotti made in Italy  (moda, arredamento, agroalimentare, macchinari).In questo contesto  non venne effettuata  una riflessione strategica seria sul futuro della Russia dopo il crollo dell’impero sovietico, mentre si diffuse, tra le élites politica e culturale italiane la falsa percezione di una Russia destinata a diventare anch’essa un paese  liberal-democratico e ad assomigliare sempre di più alle società occidentali.Nell’Italia degli anni 90 le istituzioni governative (compresi i responsabili delle politiche di intelligence e sicurezza nazionale), le   università, e i think tank trascurarono gravemente l’attività di studio e analisi sulla Russia e la formazione di esperti e analisti nel campo degli studi russi e post-sovietici. Come conseguenza, la stragrande maggioranza degli esperti e analisti italiani all’epoca ignorarono gli allarmi lanciati da paesi che avevano sofferto il totalitarismo sovietico – come Polonia e  paesi baltici – circa la  fragilità della transizione democratica russa e la possibilità di un ritorno di Mosca a una politica estera neo-imperialista.  Inoltre, furono ignorate segnali preoccupanti nelle dinamiche politiche russe degli anni 90, come il progressivo intreccio  tra Stato e criminalità organizzata, e la crescente influenza dei servizi segreti eredi del Kgb, che successivamente, nel 1999, con l’ascesa di Vladimir Putin, finirono per prendere il potere.Le mancanza di esperti qualificati e il deficit analitico sulla Russia contribuì alla diffusa incapacità, di politici, giornalisti e intellettuali, di comprendere la natura del regime putiniano, che stava  gradualmente risuscitando la guerra cognitiva come strumento di politica interna ed estera dello Stato.   Nel secondo mandato di Putin (2004-2008) il Cremlino riesumò la tradizione sovietica della dezinformacija  e delle misure attive , modernizzandola e adattandola alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione del XXI secolo.  La ricostruzione della macchina propagandistica globale del Cremlino fu accompagnata dal potenziamento continuo delle capacità dei servizi segreti russi – in particolare del SVR, del GRU e del FSB – di condurre operazioni di spionaggio,   di influenza e disinformazione all’estero.La  guerra cognitiva diventò così uno strumento fondamentale della strategia globale russa nel XXI secolo, che si prefiggeva quattro  obiettivi principali:  ricostituire un sistema imperiale riportando sotto il controllo di Mosca i paesi dello spazio post-sovietico,  disgregare la Nato e l’Unione Europea,  destabilizzare ed eventualmente abbattere  le democrazie liberali, e affermare l’egemonia russa in Europa.L’Italia rappresenta un bersaglio importante della guerra cognitiva russa, sin da quando questa iniziò a essere implementata nella seconda metà degli anni 2000. Il nostro Paese, infatti, è uno Stato pilastro della NATO e dell’Unione Europea, riveste un ruolo militare strategico nel Mediterraneo ed è un alleato chiave degli Stati Uniti. Inoltre, così come ai tempi della Guerra Fredda, anche nel XXI secolo Mosca percepisce l’Italia come l’anello debole dell’Alleanza Atlantica a causa di molteplici vulnerabilità, quali: l’elevata permeabilità alla propaganda russa, la radicata presenza di atteggiamenti ostili alla NATO e agli USA, il peso di influenti lobby politiche ed economiche filorusse e il diffuso deficit di cultura della sicurezza nazionale nella classe politica, pur con rare eccezioni.Fino al 2012 le misure attive di Mosca nel nostro paese avevano prevalentemente lo scopo di influenzare le élite politiche,  economiche e culturali italiane,  e condizionare il processo decisionale di politica estera, in modo da  favorire gli interessi geopolitici della Russia.Successivamente, la strategia russa  punta sempre di più  a manipolare le percezioni di massa diffondendo nello spazio informativo italiano  molteplici narrazioni strategiche finalizzate a offuscare la natura  espansionista e neo-imperiale della politica estera russa, a far percepire la Russia come potenza responsabile che promuove la sicurezza e la stabilità internazionale, e a rafforzare sentimenti di diffidenza e ostilità degli italiani nei confronti della Nato, dell’Unione Europea, degli Usa, erodendo progressivamente la loro fiducia nelle istituzioni  democratiche.Una componente centrale di questa strategia di manipolazione psicologica di massa era il sostegno alla rivolta populista-sovranista che allora iniziava a crescere, e ai  partiti e movimenti che ne erano l’espressione: Lega, M5S, ambienti di FdI, e formazioni più estremiste della sinistra e destra radicale.Mosca scelse  di promuovere, mediante diversi tipi di misure attive,  la crescita  dell’onda populista-sovranista in tutta  Europa perché la riteneva strategicamente utile per :  a) indebolire ed eventualmente disgregare l’Ue e la Nato:  b)  aumentare l’instabilità socio-politica interna dei paesi europei; c)  fomentare tensioni tra Stati dell’area euro-atlantica;  d) alimentare la sfiducia dell’opinione pubblica in Europa nei confronti della democrazia liberale e dei valori fondamentali della “società aperta”.A partire dai primi mesi del 2014 – con l’annessione russa della Crimea e la destabilizzazione dell’Ucraina orientale  – le operazioni russe di guerra cognitiva  aumentarono esponenzialmente, non solo nella stessa Ucraina ma anche  in Europa e in Italia.  Il regime putiniano stava costruendo un ecosistema globale di disinformazione e propaganda composto  da  diversi componenti, tra cui: 1) media controllati dal Cremlino rivolti verso pubblici di destinazione di quasi tutti i paesi del mondo; 2) siti Internet di informazione e analisi geopolitica , rivolti a un pubblico internazionale, che si presentavano come fonti indipendenti ma che in realtà  erano strettamente collegati con i servizi d’intelligence russi o a gruppi oligarchici vicini al Cremlino; 3) campagne di manipolazione delle informazioni   sui social media usando troll e bot (e in anni successivi anche clonazione di siti di media autorevoli  e sfruttamento dell’Intelligenza Artificiale per creare deepfake  multimediali); 4) influencer filo-russi, inseriti nel sistema mediatico o nel mondo politico del proprio paese, che amplificavano sistematicamente narrazioni  strategiche filo-Cremlino..Una parte dei messaggi disinformativi filo-Cremlino, diffusi massicciamente in Italia a partire dal 2014, era finalizzata a manipolare le percezioni dell’opinione pubblica sulla crisi ucraina. Tra le molteplici narrazioni di questo tipo vi erano, ad esempio, le seguenti:La rivoluzione di piazza ucraina dell’inverno 2013-2014 (Euromaidan), dipinta come un colpo di Stato nazista sostenuto dagli Stati Uniti.L’annessione illegale della Crimea, definita come un “regolare referendum” con cui i residenti hanno deciso di ricongiungersi alla Russia tramite una procedura democratica.La tesi secondo cui in Ucraina fosse in corso una guerra civile, anziché una vera e propria aggressione militare russa a uno Stato sovrano.Un’altra parte dell’ingente flusso di narrazioni false o fuorvianti destinate al pubblico italiano  era tesa a screditare e delegittimare la Nato, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, l’Occidente e la democrazia liberale, nonché a promuovere la polarizzazione politica e sociale interna sfruttando temi divisivi come l’immigrazione di massa, il multiculturalismo e i diritti LGBT+.L’esplosione della disinformazione filo-Cremlino che accompagnò e seguì la prima aggressione militare russa all’Ucraina nel 2014 stimolò, in molti paesi europei e oltreoceano,   un notevole risveglio di interesse per il fenomeno della dezinformacija e  delle misure attive di Mosca, dopo quasi un quarto di secolo in cui prevaleva una diffusa mancanza di attenzione  per questo tema in tutto l’Occidente.Nei think tank e nel mondo accademico di diversi paesi si sviluppò rapidamente un filone di studio e analisi sulla disinformazione russa  –  vista come una dimensione cruciale della più ampia “minaccia ibrida”.  Diversi governi iniziarono a progettare la creazione di organismi istituzionali specializzati preposti al contrasto della disinformazione promossa da attori statuali, e a  prendere misure per potenziare l’expertise  sulla Russia nei centri di analisi sia governativi che non-governativi.  Il tema rapidamente diventò centrale nei dibattiti sulla sicurezza in ambito Nato e Unione Europea, che istituirono strutture specializzate per monitorare e contrastare la minaccia, come il progetto “EU vs Disinformation”, lanciato   nel 2015 dal Servizio Europeo per l’Azione Esterna.In Italia, invece,   non successe nulla di tutto ciò in quel periodo, malgrado le massicce campagne cognitive che  Mosca stava scatenando nel nostro paese e la crescente infiltrazione russa nella politica italiana. All’epoca della prima aggressione russa all’Ucraina nel 2014 e negli otto anni successivi  il mondo politico, i media, la comunità di esperti e le università non dimostrarono alcun serio interesse alla disinformazione e alla guerra ibrida russa, salvo pochissime eccezioni:   una manciata di giornalisti e studiosi che osarono occuparsi di una materia considerata ancora tabù nel nostro paese.All’epoca il dibattito pubblico italiano sulla Russia di Putin era dominato da due correnti di intellettuali filorussi: i Russlandversteher  e i Rossobruni.I Russlandversteher – storicamente influenti nel ministero degli Esteri, nella comunità di esperti e nel mondo accademico, con una forte sponda nella rivista Limes – tendevano a ridimensionare la gravità della politica estera neo-imperiale di Mosca, interpretandola come una reazione alle pressioni occidentali. Secondo questa scuola di pensiero, la Russia rappresentava un’opportunità strategica anziché una minaccia. Di conseguenza, l’Italia avrebbe dovuto preservare un “rapporto speciale” con il Cremlino per tutelare la propria sicurezza energetica ed economica, pur restando nei quadri di Nato e Ue. In quest’ottica, Mosca veniva inoltre considerata un potenziale alleato contro i veri pericoli per l’Occidente: l’Islam radicale e l’ascesa della Cina.I Rossobruni, spesso ammiratori del filosofo russo ultranazionalista Aleksandr Dugin,  proponevano narrazioni filo-russe e anti-occidentali più radicali rispetto alla corrente più moderata e pragmatica dei Russlandversteher. In precedenza, l’influenza dei Rossobruni era limitata agli ambienti di estrema destra ed estrema sinistra, ma a partire dal 2013-2014  iniziarono a entrare nei dibattiti mainstream in Italia grazie all’ascesa dei populismi e sovranismi di destra e di sinistra.  Il Rossobrunismo considerava la Russia di Putin un modello sociale e politico, e proponeva un’alleanza strategica tra Europa e Russia tesa a combattere i presunti nemici comuni:  la globalizzazione , le cosiddette “élites globaliste”, l’egemonia americana, l’Atlantismo, l’Unione Europea, il “Sionismo” e  la democrazia liberale.Entrambe le correnti rifiutavano decisamente l’idea che la Russia potesse rappresentare una minaccia di qualunque tipo per l’Europa e per l’Italia, liquidando sistematicamente   qualsiasi discorso sulla disinformazione o la guerra ibrida e cognitiva come ”paranoia”, “russofobia”, e/o  “propaganda atlantista”.Al silenzio sulle misure attive del regime putiniano nel nostro paese  contribuì anche l’atteggiamento reticente delle stesse Istituzioni italiane , che  non informarono l’opinione pubblica  dell’esistenza della minaccia. Le relazioni annuali  al Parlamento sulla politica dell’informazione per la  sicurezza,  curate dal Dis (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza) , dal 2017 cominciarono a parlare della disinformazione e della minaccia ibrida, ma in modo generico e criptico, senza neanche menzionare la Russia come attore  della minaccia.La Federazione russa e la Cina sono state  esplicitamente segnalate come attori della minaccia ibrida e cognitiva ai danni dell’Italia, e di tutte le democrazie occidentali, per la prima volta nella Relazione annuale del DIS pubblicata all’inizio del 2023, ossia dopo l’invasione militare totale dell’Ucraina del 24 febbraio 2022.La nuova guerra scatenata da Mosca contro l’Ucraina suscitò forti condanne in Italia e fece cadere la cortina di silenzio che nel nostro paese avvolgeva la problematica della guerra ibrida e cognitiva russa. Ci fu una presa di coscienza della minaccia da parte di molti politici, giornalisti, intellettuali ed esperti di politica estera italiani, una parte dei quali in precedenza abbracciavano acriticamente gli slogan della propaganda putiniana sull’Ucraina e altri temi. La dezinformacija e l’influenza russa entrarono, anche se con otto anni di ritardo, nei dibattiti  politici, mediatici e culturali italiani.Tuttavia, l’Italia resta ancora tra i paesi occidentali più condizionati dalle narrazioni strategiche filo-Cremlino.   Sono penetrate profondamente  nella società italiana molte  tesi disinformative diffuse dal Cremlino dopo l’invasione del 2022, come, ad esempio, l’idea che l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022 avrebbe lo scopo di “denazificare” il paese e difendere la minoranza russofona da un supposto genocidio, o che tale aggressione rappresenta una risposta di Mosca a una presunta strategia della Nato tesa ad accerchiare e disgregare la Russia.Inoltre, la presenza di agenti d’influenza italiani al servizio del Cremlino (più o meno consapevoli) nel mondo politico e nei media nazionali resta forte e in crescita. Di contro, le istituzioni non hanno ancora varato una strategia per contrastare la guerra ibrida e cognitiva di Mosca, nonostante i vertici politici conoscano bene la minaccia. In questo scenario, le iniziative della comunità scientifica e degli esperti – come questo volume curato da Gustincich – sono vitali. Servono a stimolare la consapevolezza pubblica e a difendere la democrazia liberale, oggi sotto l’attacco coordinato di potenze autocratiche, Russia in testa, e di movimenti illiberali sia interni sia transnazionali.Riferimenti bibliograficiLuciano Pellicani, Gulag o utopia? Interpretazioni del comunismo, Sugarco, Milano, 1978.Luciano Pellicani, “Il sistema totalitario”, Mondoperaio, n. 10, 1986.Martin Malia,  “To the Stalin Mausoleum”, Daedalus, n.1, 1990.Leszek Kolakowski, “On Total Control and its Contradictions: the Power of Information”, Encounter, luglio-agosto 1989,KGB Lexicon: the Soviet Intelligence Officer’s Handbook,  a cura di Vassili Mitrokhin,  Frank Cass, London and Portland, Oregon, 2002