Usa, la Camera vota per la terza volta il ritiro dalla guerra con l’Iran: 7 i repubblicani ribelli

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WASHINGTON — «Un voto privo di significato». Così Donald Trump aveva liquidato a giugno, su Truth Social, la prima risoluzione della Camera che gli ordinava di ritirare le truppe dalla guerra con l’Iran, prendendosela con «4 cattivi repubblicani e tutti i democratici». Tre mesi dopo, quel voto «privo di significato» è arrivato per la terza volta. E i repubblicani cattivi non sono più quattro: sono sette.La Camera dei rappresentanti ha approvato di nuovo, riferiscono Al Jazeera e la CBS, una risoluzione sui poteri di guerra che impone il ritiro delle forze americane dalle ostilità con l’Iran, mai autorizzate dal Congresso. Sette deputati repubblicani hanno votato con i democratici: mai la fronda interna era stata così ampia. I due via libera precedenti non hanno rallentato di un giorno la campagna militare, e nemmeno questo lo farà. Ma il conto dei ribelli è la vera posta: a ogni passaggio in aula, la maggioranza di Trump si sfilaccia un po’ di più.La guerra è cominciata a febbraio, con raid congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, senza alcun voto del Congresso — che pure, secondo la Costituzione americana, è il solo titolare del potere di dichiarare guerra. Da allora sono morti 18 militari americani e il conflitto, impopolare, ha fatto salire petrolio e benzina: è questa miscela, più delle questioni costituzionali, ad alimentare il malumore tra i deputati repubblicani dei distretti in bilico.Da quattro a setteIl primo tentativo, il 5 marzo, era fallito: 212 sì e 219 no. Il 3 giugno la svolta, 215 a 208 su un testo di Gregory Meeks, capogruppo democratico nella commissione Esteri: prima volta nella storia che un ramo del Congresso approvava in via definitiva una misura del genere su una guerra in corso. I leader repubblicani avevano fiutato il pericolo già a maggio — il voto, fissato per il 21, fu rinviato mandando i deputati in vacanza anticipata quando parve che i numeri ci fossero. Non bastò. A giugno votarono con l’opposizione quattro repubblicani: Thomas Massie del Kentucky, Brian Fitzpatrick della Pennsylvania, Tom Barrett del Michigan e Warren Davidson dell’Ohio. Il 23 luglio il bis, 214 a 208, su un testo della democratica Pramila Jayapal; poche ore dopo la risoluzione gemella cadde al Senato per due voti, 47 a 49.A che serve, allora, votare una terza volta un testo destinato a non fermare nulla? Serve a contare. Le risoluzioni sui poteri di guerra non sono giuridicamente vincolanti, il Senato resta in mano repubblicana e, anche se passasse tutto, alla fine ci sarebbe comunque il veto presidenziale. Ma ogni tabellone luminoso dell’aula fotografa l’erosione del consenso: quattro ribelli a giugno, quattro a luglio, sette adesso.Trump, dopo il primo voto, aveva parlato di un gesto «antipatriottico» compiuto «nel bel mezzo dei miei negoziati finali per porre fine alla guerra con la Repubblica islamica dell’Iran», attribuendo ai democratici la «sindrome da squilibrio anti-Trump». Lo speaker della Camera Mike Johnson, il suo uomo più fedele in aula, aveva chiuso il caso con una frase: «Il presidente sta cercando di proteggere la gente». È la linea che dovrà ripetere anche stavolta — con tre deputati fedeli in meno.