La Cuba che Raúl non riuscì a cambiare. Il racconto di Vecchioni

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Raúl Castro, fratello minore ed erede di Fidel, passerà probabilmente alla storia come l’uomo che cercò di cambiare Cuba perché tutto potesse, in sostanza, rimanere com’era. Aveva compreso prima di molti altri dirigenti della rivoluzione che il sistema costruito da Fidel non funzionava più. Si era esaurito e rischiava di crollare. Tuttavia non arrivò mai alla conclusione che per salvarlo bisognasse cambiare non soltanto alcuni ingranaggi, ma la macchina stessa. Era questa la grande differenza tra i due fratelli. Fidel era il rivoluzionario, il tribuno, il comandante che viveva di politica, ideologia e mobilitazione permanente. Raúl era l’organizzatore, l’amministratore, il militare. Fidel parlava per ore alle folle; Raúl preferiva conoscere i numeri, voleva sapere quanto costava una decisione e se poteva funzionare. Copriva le spalle del fratello maggiore, era l’eminenza grigia del regime. Per cinquant’anni fu il “numero due”, discreto, efficiente, assolutamente fedele al fratello maggiore, che considerava una sorta di “padre di sostituzione”.Quando, a causa della malattia di Fidel, assunse progressivamente la guida del Paese nell’estate del 2006, Raùl si trovò davanti a un sistema che mostrava ormai tutti i suoi limiti. L’economia era scarsamente produttiva, l’agricoltura incapace di soddisfare i bisogni nazionali, la burocrazia soffocante, l’apparato statale elefantiaco. Il modello sovietico era scomparso, ma Cuba continuava sostanzialmente a vivere secondo regole concepite in un altro mondo e in un’altra epoca. L’economia era ancora fortemente ancorata ai parametri collettivisti del marxismo-leninismo. Riconobbe inefficienze che sotto Fidel sarebbe stato difficile ammettere apertamente. Cercò di ridurre il peso dello Stato, consentì una maggiore attività privata, ampliò il lavoro autonomo, autorizzò compravendite immobiliari e introdusse alcune aperture nell’agricoltura. I cubani ottennero spazi di libertà economica e personale prima impensabili. Persino il linguaggio ufficiale sembrò per qualche tempo cambiare: meno retorica rivoluzionaria, più attenzione alla produttività, ai salari, all’efficienza. Adottò misure che alleviarono le difficoltà quotidiane dei cubani, senza intaccare però nella sostanza l’impalcatura politico-economica del regime.Raúl capì che lo Stato non poteva continuare a essere il datore di lavoro quasi universale. Allargò quindi il trabajo por cuenta propia, consentendo ristorantini privati, affittacamere, taxi, piccoli servizi e attività commerciali. Ma non arrivò mai a riconoscere pienamente l’imprenditore come protagonista autonomo dell’economia. Licenze, controlli, limiti alle attività e incertezze normative impedirono al settore privato di diventare una vera alternativa all’economia statale. Vide inoltre chiaramente l’assurdità di un paese dall’agricoltura un tempo molto florida, costretto a importare una parte consistente degli alimenti che consuma. Concesse di conseguenza terre statali inutilizzate in usufrutto ai privati, sperando di aumentare la produzione. Ma lasciò sostanzialmente intatto il sistema di controllo pubblico, gli apparati burocratici e i meccanismi inefficienti di distribuzione. Voleva insomma più mercato senza creare un’economia di mercato.Raúl sapeva inoltre che Cuba aveva disperatamente bisogno di capitali, tecnologia e valuta. Favorì allora una nuova legge sugli investimenti esteri e puntò sul porto e sulla Zona speciale di sviluppo di Mariel. Ma l’investitore continuava a trovarsi davanti uno Stato onnipresente, procedure lente, scarsa certezza giuridica e forti limitazioni nella gestione della manodopera. La verità è che Raul voleva i capitali del capitalismo senza accettarne fino in fondo le regole.Dove la politica “riformista” di Raul ebbe maggiore successo, fu nella vita quotidiana dei cubani, costretti da Fidel a privazioni e rinunce irrazionali e incomprensibili. Essi furono finalmente autorizzati ad acquistare cellulari e computer (cosa che prima incredibilmente non potevano fare), accedere agli alberghi prima sostanzialmente riservati agli stranieri (un vergognoso apartheid interno), comprare e vendere case e automobili; nel 2013 fu inoltre profondamente liberalizzata la disciplina dei viaggi all’estero. Erano cambiamenti reali e importanti. Ma riguardavano soprattutto la sfera privata del cittadino, senza alcun riflesso sulla sua vita pubblica o politica.Sembrò in ogni caso l’inizio di una nuova Cuba. Un inizio, però, che non ebbe un seguito. I limiti invalicabili delle riforme di Raúl Castro emersero progressivamente in tutta la loro chiarezza: si potevano correggere gli errori del sistema, ma non mettere in discussione le fondamenta del sistema stesso. Si poteva concedere qualcosa al mercato, purché esso non diventasse abbastanza forte da produrre una società economicamente indipendente dallo Stato. Si poteva tollerare l’iniziativa privata, ma non permettere che si trasformasse in un autentico capitalismo cubano. Si poteva modernizzare l’economia, purché il monopolio politico del Partito comunista restasse intoccabile. Erano contraddizioni difficilmente risolvibili. Raúl in definitiva voleva trovare una soluzione (impossibile) al suo costante paradosso: se cioè si apre troppo, il sistema implode; se invece si mantiene la chiusura, il sistema esplode. Le sue riforme finirono così per rimanere a metà del guado.Il momento più spettacolare della sua presidenza arrivò sul terreno internazionale. Nel dicembre 2014 Raúl Castro e Barack Obama annunciarono il disgelo tra Cuba e Stati Uniti. Dopo oltre mezzo secolo di ostilità, Washington e L’Avana ristabilirono formali le relazioni diplomatiche. Obama visitò Cuba nel marzo 2016: un’immagine che sembrava appartenere più alla storia che alla cronaca. Per un momento si ebbe davvero l’impressione che la Guerra fredda nei Caraibi fosse terminata. Ma anche quella storica occasione non produsse la trasformazione sperata. Cuba non accompagnò l’apertura internazionale con un’apertura politica interna comparabile. Poi arrivò Donald Trump, che invertì buona parte della politica di Obama, mentre le successive crisi economiche e le sanzioni americane contribuirono a restringere ulteriormente gli spazi di manovra dell’Avana.Rimane tuttavia un dubbio: Raúl avrebbe potuto osare di più? Probabilmente sì. Ed è proprio qui che si misura il fallimento della sua politica riformista. Aveva, in effetti, una possibilità che Fidel non aveva mai avuto: riformare il castrismo dall’interno, godendo della legittimità rivoluzionaria necessaria per farlo e avviare quella transizione democratica da tutti attesa e che avrebbe fatto di lui uno dei grandi protagonisti della Storia cubana. Era pur sempre un Castro, un comandante della Sierra maestra, uno degli uomini che avevano fatto la rivoluzione. Difficilmente qualcuno avrebbe potuto accusarlo di tradirla senza mettere in discussione la propria stessa legittimità. Eppure non andò fino in fondo. Forse perché, sotto il pragmatismo, Raúl rimase sempre un comunista ortodosso. Forse perché temeva che, togliendo una pietra, l’intero edificio sarebbe crollato. Forse perché sapeva che una vera liberalizzazione economica avrebbe inevitabilmente prodotto, prima o poi, una richiesta di liberalizzazione politica. Preferì quindi conservare. Diventò un “rivoluzionario conservatore”. Quando lasciò la presidenza della Repubblica nel 2018 e in seguito, nel 2021, la guida del Partito comunista, consegnò formalmente il potere a una generazione che non aveva combattuto nella Sierra maestra. Era la fine biologica, prima ancora che politica, dell’epoca guerrigliera.Il successore designato, Miguel Díaz-Canel, rappresentava esattamente questo passaggio. Non era un rivoluzionario storico, un capo militare, un leader capace di mobilitare le masse, ma era un funzionario cresciuto metodicamente all’interno dell’apparato. Ed è forse questa la più problematica delle eredità lasciate da Raúl.  Fidel poteva chiedere sacrifici ai cubani appellandosi alla rivoluzione, alla Sierra maestra, alla resistenza contro gli Stati Uniti, al proprio gigantesco carisma personale. Raúl poteva rivendicare di essere stato, accanto al fratello, uno dei protagonisti della rivoluzione e poteva aggiungervi il pragmatismo dell’amministratore. Díaz-Canel invece non possiede né l’uno né l’altro. È chiaramente incapace di mobilitare le folle, non ha molto carisma, non suscita entusiasmi. È obbligato così a governare facendo affidamento sull’apparato, sul Partito, sulle Forze armate e sulla continuità istituzionale. E deve farlo mentre Cuba attraversa una delle crisi più profonde della sua Storia recente: scarsità di beni essenziali, difficoltà energetiche, deterioramento dei servizi, bassa produttività, emigrazione massiccia e crescente disillusione, soprattutto tra i giovani.Naturalmente sarebbe semplicistico attribuire tutto questo a Raúl Castro. Le sanzioni americane hanno pesato e continuano a pesare; la pandemia ha inferto un colpo durissimo al turismo, una delle principali poste delle entrate statali; le difficoltà dei tradizionali alleati dell’Avana hanno ridotto gli aiuti esterni. Cuba ha dovuto affrontare condizioni internazionali estremamente sfavorevoli. Ma dopo oltre sessant’anni diventa difficile spiegare ogni fallimento soltanto con l’embargo statunitense. Il problema fondamentale rimane interno: un sistema economico che non riesce a produrre ricchezza sufficiente, che scoraggia l’iniziativa individuale e che continua a subordinare le esigenze dell’economia alla sopravvivenza politica del regime. Il giudizio storico su Raul rischia di essere più severo di quanto potrebbe sembrare. Fidel poteva ancora sostenere di credere nel proprio modello. Raúl ne aveva visto chiaramente le crepe. E tuttavia decise di puntellarlo anziché ricostruirlo.Lascia così in eredità una Cuba che, nonostante alcune modernizzazioni, appare economicamente esausta e politicamente immobile; un sistema che ha perduto gran parte della spinta ideale delle origini senza trovare un nuovo modello capace di sostituirla; e un successore che deve difendere un’eredità rivoluzionaria alla quale non può aggiungere né il carisma di Fidel né il pragmatismo di Raúl. È forse questa l’ultima ironia della lunga stagione dei Castro. Raúl aveva cercato di salvare il sistema correggendolo. Ma proprio perché non volle cambiarlo abbastanza, finì per consegnarlo al futuro con gli stessi problemi fondamentali che aveva ereditato dal fratello. Raúl Castro aveva capito che Cuba doveva cambiare, ma non poteva accettare che cambiasse fino al punto da non essere più la Cuba costruita dal suo idolo Fidel. Cercò dunque di salvare il sistema correggendone le conseguenze senza modificarne le cause. Fu questa la contraddizione fondamentale del suo riformismo: voleva cambiare Cuba per conservare la rivoluzione, quando forse, per cambiare davvero Cuba, avrebbe dovuto accettare di cambiare la rivoluzione stessa.