No, non tutte le strade portano a Roma. Lo studio dell’archeologo Brughmans che sfata il mito

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Non tutte le strade portavano a Roma e la maggior parte non era affatto dritta. A smontare i luoghi comuni sulla rete viaria dell’impero è Tom Brughmans, archeologo dell’Università danese di Aarhus, autore insieme ai suoi colleghi di uno studio pubblicato su Nature Communications. La ricerca ha portato alla creazione della mappa stradale romana più dettagliata di sempre, consultabile sul sito itiner-e.org.Una rete che serviva più per le province dell’ImperoI numeri del progetto restituiscono un quadro di enorme complessità: 300mila chilometri di strade — oltre 200mila delle quali secondarie — che collegavano un territorio di 5,5 milioni di chilometri quadrati e 100 milioni di abitanti.Dallo studio emerge come la rete viaria nell’epoca del suo massimo splendore (intorno al II secolo) servisse prioritariamente i collegamenti tra le capitali delle province (come Sofia, Aquileia, Narbona e Bisanzio) e centri come Ankara o Antiochia, dove spesso la connessione via terra era migliore rispetto a quella verso la capitale, per la quale si preferiva il trasporto marittimo.Una rete «sette volte lunga l’equatore»Al progetto, spiega Brughmans, ci lavora dal 2020 con il collega Pau de Soto. «L’archeologia si è sempre concentrata sulle arterie principali, come l’Appia. Non sapevamo nulla della rete secondaria. Abbiamo diviso e conquistato le varie regioni dell’impero, cercando tutte le fonti che menzionavano le vie di collegamento fra le città, digitalizzando i nuovi itinerari e applicando ai risultati i metodi della scienza delle reti. Abbiamo scoperto che il sistema viario romano aveva una lunghezza doppia rispetto a quello che pensavamo: 300mila chilometri, 7 volte l’equatore. Ma abbiamo riportato alla luce solo la punta dell’iceberg. Le strade dell’impero sono ancora più lunghe di così», ha raccontato l’archeologo a Repubblica. «A Roma ho deciso di girare senza mezzi»«Tra missioni di lavoro e vacanze ho percorso a piedi le strade di ogni provincia dell’impero, Albania, Siria, Spagna, Turchia, ovviamente Italia. La scorsa estate con la mia famiglia ci siamo avventurati lungo il vallo di Adriano. Abbiamo usato Itiner-e per cercare i percorsi militari lungo la frontiera. A Roma l’anno scorso avevo deciso di camminare tutto il tempo: niente bus o metro. Ho ripercorso il tragitto di un’anfora di olio di oliva spagnolo dal porto sul Tevere a Monte Testaccio, dove le anfore venivano gettate via», racconta lo studioso. E l’Appia, spiega, «riflette il modello perfetto di strada romana: pavimentata, rettilinea, puntata direttamente su Roma. Ma è dritta solo nella prima parte, nel Lazio. Poi si riempie di curve come tutte le altre».La bellezza di Roma, o meglio della strada romana: perché è variaInfine, racconta, le strade romane «erano tutte diverse fra loro». «Dipingevano una battaglia tra il territorio e la tecnologia del tempo. Abbiamo sia l’Appia, dritta e pavimentata, che le tortuose piste di sabbia nel deserto egiziano, che univano fortezze e oasi. La bellezza della rete viaria dell’impero stava proprio in questa diversità».(in copertina foto di kristian Hjuler su Unsplash)L'articolo No, non tutte le strade portano a Roma. Lo studio dell’archeologo Brughmans che sfata il mito proviene da Open.