A pochi giorni dall’incontro del 24 settembre alla Casa Bianca tra Donald Trump e Xi Jinping — secondo vertice tra i due leader nel 2026, dopo quello di maggio a Pechino — il rapporto tra Stati Uniti e Cina torna al centro dell’agenda internazionale, tra commercio, tecnologia, Taiwan e gestione delle crisi globali. Ma comprendere le mosse di Pechino significa anche guardare oltre la contingenza del confronto con Washington e interrogarsi sulle radici profonde del modo in cui la Cina concepisce il potere, lo Stato e il proprio posto nel mondo.È il terreno su cui si muove Francesco Sisci in Thinking from the Tip of the Spear. Military Power, Political Order, and the Making of China’s Grand Strategy, un lavoro maturato attraverso decenni di studio e di esperienza diretta della Cina, che mette in relazione strategia, organizzazione politica, filosofia e geografia per ricostruire le logiche di lungo periodo che continuano a influenzare le scelte cinesi.Nel dialogo con Formiche.net, Sisci ragiona proprio su questa distanza tra Cina e Occidente: dall’eredità dell’isolamento geografico del bacino del Fiume Giallo alla diversa concezione del rapporto tra Stato e mercato, fino alle conseguenze che una struttura politica fortemente centralizzata può avere sulla capacità militare. Il punto, sostiene, è capire quanto la Cina contemporanea possa adattare modelli sedimentati per millenni a un mondo ormai interconnesso, competitivo e imprevedibile — un mondo che, nella sua lettura, assomiglia sempre più al Mediterraneo e sempre meno allo spazio chiuso nel quale si formò l’antica Cina.Nel libro la geografia occupa una posizione centrale: non è un semplice quarto angolo, ma una forza che agisce su strategia, governo e visione del mondo. In che modo l’isolamento storico del bacino del Fiume Giallo — legato alla necessità di grandi opere collettive per tessere l’ordine interno — continua a condizionare le decisioni geopolitiche della Cina contemporanea rispetto al modello marittimo, aperto e competitivo proprio del Mediterraneo e dell’Occidente?Dopo tanti anni, credo di capire che la Cina si muove secondo logiche che non sono dettate puramente dalla politica contemporanea o anche solo moderna. Ci sono radici culturali che influenzano pesantemente la percezione del mondo in Cina come in Occidente. Ciò avviene al di là di quello che il mondo è effettivamente sia. E ciò è avvenuto perché per migliaia di anni la geografia politica di questi mondi separati, il mondo cinese, il mondo indiano e il mondo centro asiatico, il Mediterraneo eccetera sono rimasti separati.Poi, a partire dalla scoperta dell’America e dalla circumnavigazione del globo di Magellano, tutti questi mondi sono stati messi in comunicazione diretta, non indiretta come avveniva prima, e man mano si sono integrati. Questa integrazione, in realtà, vera e completa, è avvenuta con l’accelerazione delle navi a vapore, a motore, cioè indipendenti dai capricci delle stagioni e dei venti. Questa integrazione sta man mano accelerando, con Internet e i nuovi mezzi di comunicazione. Ma ciò non cambia la cultura che per 3000 anni almeno si è accumulata nella testa delle persone.Ciò è stato particolarmente marcato in Cina, che prima è rimasta chiusa e marginale nell’integrazione mondiale delle potenze europee a causa della chiusura della dinastia Manchu, poi è rimasta chiusa per via del comunismo. Quindi la Cina affronta una geografia moderna, quella delle interconnessioni rapidissime, non con un approccio filosofico occidentale, che è stato assorbito e accettato da tutto il resto del mondo, anche se in varia misura e con varie declinazioni. Ma cerca di adattare il mondo al suo modello culturale filosofico. Cioè, come la “Cina” (gli stati centrali) era il centro di un mondo in grande ebollizione nelle pianure centrali intorno al Fiume Giallo, oggi la Cina si sente, spera di essere il centro del mondo in una situazione di grande ebollizione e confusione.Allora la “Cina”: erano gli Stati centrali più piccoli, eredi della cultura originaria Zhou e Shang. Oggi la Cina sembra scommettere che chiudendosi a riccio riuscirà a superare questa fase molto critica del mondo dove tutti gli altri paesi rischiano di essere travolti. La domanda, cioè, diventa: dobbiamo pensare al futuro e a questo mondo secondo i modelli culturali e storici della Grecia e di Roma, o sono più adatti quelli dell’antica Cina? La percezione della storia, la storia influenza anche il futuro. Oggi dobbiamo pensare alla trappola di Tucidide o alle dinamiche degli Stati combattenti? Questa è una domanda che pare esoterica, per essere troppo libresca, ma credo che in realtà sia estremamente politica.Il testo analizza la frattura tra la ricerca occidentale di proposizioni logiche assolute (Vero/Falso) e la tradizione cinese focalizzata sul Tao (la “Via”), inteso come ricerca relazionale di un equilibrio adattabile tra sovrano, popolo e circostanze. Quanto questa differenza filosofica di fondo ostacola oggi la comprensione reciproca tra Pechino e Washington, portando le due potenze a fraintendere le rispettive intenzioni strategiche?Direi che non ostacola la comprensione del mondo, ma la comprende in modo diverso. Per essere molto pratici oggi ci sono due guerre, in Ucraina e in Medio Oriente, ci sono tensioni in Asia e frizioni commerciali tutto intorno all’America. L’istinto della nostra cultura sarebbe quello di mettere Ordine, correggere, di affrontare di petto ciascuno di questi nodi.L’istinto cinese di seguire la Via, il Tao, può essere quello di adattarsi a questi sussulti, cercare di andare avanti tenendosi saldi, ma anche non affrontare nessuno dei nodi, ma lasciare che i nodi si sciolgano da soli o trovino una loro nuova diversa solidità.Anche qui il problema diventa radicale: è meglio questo interventismo sistematico, che sembra generare sempre più entropia, o l’atteggiamento della Cina, che alza le mani rispetto ai problemi del mondo? Qui poi c’è un lato ancora diverso, se la Cina si sfila, si allontana dai problemi del mondo dicendo che non li ha causati, quindi non li deve sistemare, diventa un atteggiamento responsabile? La nostra idea è che la leadership deve essere accompagnata da responsabilità. La presidenza di Donald Trump sembra voler rinunciare a parte di questa responsabilità perché sente che l’America non ce la fa a guidare un mondo così diverso e complicato.Ma naturalmente, se l’America fa un passo indietro e la Cina pure, l’ordine mondiale che, nel bene o nel male, si è affermato nell’ultimo paio di secoli rischia di andare a scatafascio e di creare elementi di caos sempre maggiori. Quindi sembra che l’atteggiamento cinese sia irresponsabile, allontanarsi in un momento caotico aiuta ad aumentare il caos. Ma dobbiamo anche pensare se abbiano ragione o torto, perché, d’altro canto, interventi non ben ponderati possono incidere sul caos più della distrazione di un momento.Credo che sia il momento di riflettere profondamente su come riprendere il filo delle cose. In questo vedo adesso solo un minimo di punto di luce. La Santa Sede che ha un interesse per la pace e contro il caos potrebbe essere l’inizio, lo spunto per cercare di guardare come e dove si possa costruire un ordine nuovo. In questo il fatto che la Santa Sede abbia aperto un rapporto con la Cina, ancora molto controverso, per la nomina dei vescovi, ma abbia contemporaneamente un Papa americano, che quindi oggettivamente pesa nel dibattito di Washington, sembra elemento fortunato, forse provvidenziale per cercare di capire in primo luogo cosa si possa fare a partire dalle esigenze reali e non dalle idee astratte.La Cina ha sviluppato storicamente uno Stato burocratico e centralizzato in cui il “sovrano” garantisce sicurezza e stabilità in cambio della lealtà dei sudditi, privi di diritti individuali formali. Quali sono i limiti e i rischi di questa struttura di governance di fronte alle sfide della modernità, alla gestione delle crisi finanziarie e alla necessità di costruire un consenso internazionale libero?Il punto è essenziale perché la modernità nasce da una convergenza di vari fattori che, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, portano alla rivoluzione industriale e alla creazione del mondo moderno. Questo ha una radice nel fatto che c’è un ruolo dello Stato come garante ultimo del mercato, e delle sue regole, ma la base principale, il motore della macchina, è affidata alla libera impresa dei cittadini. In un conflitto di interessi tra Stato e mercato, la modernità insegna che tendenzialmente prevalgono la logica e gli interessi del mercato, non dello Stato.Inoltre, lo Stato non è rappresentazione di un potere terzo, ma è concepito come centro di mediazione dei vari interessi economico-commerciali presenti nello Stato. La democrazia moderna,in sostanza e luogo di mediazione pacifica di interessi politici diversi. Senza questo luogo di mediazione pacifica i contrasti potrebbero altrimenti sfociare in violenza. Ciò vale per diversi interessi industriali, chi vuole produrre acciaio e chi alluminio, e per i vari interessi sociali, i ricchi e i poveri, per capirci in maniera brutale.Viceversa, lo Stato cinese era uno Stato che concentrava gli interessi generali nelle mani di pochi burocrati bravissimi e intelligentissimi che indirizzavano il paese in grandi direzioni. Gli interessi del mercato dovevano servire agli scopi dettati dallo Stato, non viceversa. In ogni caso in cui c’era un contrasto tra gli interessi dello Stato e quelli del commercio, lo Stato prevaleva quasi per default.Il punto di frattura dov’è: il mondo moderno cresce grazie al capitalismo. La Cina, in realtà, negli ultimi cinquant’anni è cresciuta grazie a una forma di capitalismo più o meno sregolato. Oggi la Cina sta cercando di riportare le regole. Ma non sono solo le regole del mercato a renderlo più efficiente. Sono regole che servono a rafforzare lo Stato, ma stanno soffocando e ostacolando il mercato. Senza mercato non c’è forza economica, e quindi la Cina rischia di avere difficoltà nell’affrontare le sfide future e quindi a essere grande come vorrebbe essere.In altre parole, se la Cina vuole essere grande e forte, deve avere un mercato libero, attivo una popolazione che consuma i prodotti che fabbrica ed essere pienamente integrata nel mondo. Dicendola con una formuletta.Se invece c’è uno stato sedicente onnisciente che piega il mercato ogni volta che gli pare opportuno, alla fine la Cina, con la sua economia, si asciuga e si indebolisce. Questo forse ci riporta alla visione globale. Oggi è un mondo che passa tra i mari, che sembra più simile al Mediterraneo che non al bacino del Mar Giallo, e certamente è gestito e funziona secondo queste regole del capitalismo che non sono pienamente applicate in Cina. Può la Cina diventare grande senza adottare il capitalismo liberale? Qui, naturalmente, è anche la grande questione dell’analisi di Marx e Lenin: che il capitalismo, con il suo disordine e i suoi sussulti, prima o poi cadrà e distruggerà tutto in sé e intorno a sé.Questo può essere un altro punto di vista che popola i sogni o gli incubi cinesi. Di certo il capitalismo ha avuto negli ultimi due secoli grandi crisi, ma finora ne è emerso sempre più forte e non più debole.A differenza della tradizione occidentale dove l’organizzazione della formazione tattica e l’iniziativa del soldato sono state centrali, la tradizione cinese considera la guerra come parte integrante dell’amministrazione statale, dove a vincere è lo Stato capace di mobilitare e nutrire l’esercito più numeroso. Come si riflette questo impianto tradizionale nella Grand Strategy di Xi Jinping e nella modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) di fronte al confronto strategico globale?La risposta breve a questa domanda è: non lo so, perché non so cosa pensa Xi Jinping, e non so cosa pensa della strategia militare. Nel libro mi limito a dire che ci sono due tendenze nel militare. Su una, la Cina oggi sembra essere in vantaggio; sulla seconda, invece, sembra essere in difetto. La prima in cui è in vantaggio, è quella della capacità industriale. Le guerre sono fatte di acciaio e polvere da sparo; oggi la Cina è la singola maggiore potenza industriale e quindi è in grado di fabbricare più navi, aerei, fucili e, nei tempi attuali, anche più droni.In queste capacità industriali l’America è più debole perché negli ultimi circa trent’anni ha sistematicamente deindustrializzato, smettendo di pensare l’industria come legata alle capacità militari. D’altro canto, però, il militare non è solo il fucile che si imbraccia e l’elmo che hai in testa. È la capacità di inventare strategie, combattere, trovare nuove tattiche.In questo caso c’è un volontarismo del soldato in Occidente che ha radici antiche ed è radicato nella disciplina e volontà dell’oplita nella falange, del legionario nella coorte di reggere l’asta, tenere lo scudo e combattere per sé, i suoi compagni e la Res Publica in modo da vincere e vivere.Tradizionalmente, il soldato cinese, invece, non è proattivo. Ciò non significa che non ci siano singoli eroi, ma essi sono l’eccezione, non la regola. Il soldato cinese è passivo, obbediente ma non proattivo. Questo lo vediamo concretamente, per esempio, nella storia della guerra di Corea, dove milioni di soldati cinesi furono mandati a farsi massacrare sotto il fuoco delle mitragliatrici americane. I soldati corsero, obbedirono, ma le strategie, le idee erano dei generali lontano dal fronte.Eppure, la guerra moderna è invece fatta con un collegamento tempestivo e diretto a una piattaforma centrale che analizza, raccoglie e distribuisce le informazioni sul campo di battaglia, ma anche dall’iniziativa dinamica dei soldati su quel campo di battaglia che rispondono in proprio rispetto a queste informazioni. Questo attivismo del soldato cinese non c’è e, se c’è, non è ben coordinato con una piattaforma centrale.Ci sono, insomma, probabilmente, molti problemi di cesura nella linea di comando e controllo delle forze armate cinesi. O il comandante sul terreno è troppo indipendente, o lo è troppo poco, perché il sistema politico alle spalle di questo soldato è autoritario.Cioè la mia tesi è che un sistema politico democratico funziona meglio per mobilitare l’attivismo dialettico del soldato sul campo con il suo comando. Con linee di comando rigido rischiano di esserci inceppi e cortocircuiti. La Cina, in altre parole, ha bisogno di più democrazia per avere soldati migliori.