Il fatto di oggi, accaduto in una scuola media di Roma, ove un tredicenne ha ferito a coltellate la sua professoressa di storia e materie umanistiche, non è certo una novità. Tutti i giornali e tutte le televisioni ne parlano, per non dire dei canali web e dei social, sui quali impazza le polemica.Che un tredicenne sia arrivato a scuola armato di coltello e spray urticante (che ovviamente ha usato contro l’insegnante, a quanto pare prima di accoltellarla e dopo averle sferrato un paio di pugni, ci dicono le agenzie di stampa) è già un fatto gravissimo e purtroppo molto più diffuso di quanto si pensi.Non parliamo, poi, del tentativo di riprendere l’aggressione col telefonino, per fare una diretta su Telegram, a quanto dicono i compagni di classe del giovane delinquente. Sì, signori miei, il termine è appropriato, perché anche se il ragazzino è appena tredicenne (e quindi a malapena imputabile) non possiamo che definire tale chi deliberatamente compie un’aggressione armata che ha le caratteristiche del tentato omicidio.I soliti colpevoliCi aspettiamo ampi capitoli dedicati al fatto di stamattina nelle trasmissioni televisive corredate dai sapienti interventi dei soliti psicologi e criminologi del piccolo (si fa per dire, con 55 pollici) schermo. Sarà, come sempre, una gara a vivisezionare il disagio giovanile nei suoi aspetti più aberranti, ma, alla fine, ne usciranno colpevoli le famiglie e la stessa società, potete scommetterci. Solite frasi fritte e strafritte che lasciano le cose esattamente quali sono state finora. Domani o dopodomani avremo un altro accoltellatore o sparatore scolastico.Chi mi legge da qualche anno sa che sono solito schematizzare queste situazioni ricorrendo alla figura retorica della formula chimica e persino al cocktail, ossia una miscela di ingredienti vari in ben precise proporzioni (anche se talvolta inconsapevoli) che, interagendo tra loro, formano il prodotto finale. Quasi mai si parla di un comportamento criminoso (altro termine che sarebbe meglio non vergognarsi di utilizzare).Si tratta allora del frutto di un piano particolareggiato ed a lungo studiato e provato prima del giorno fatidico del “grande evento”? Molto più di frequente va diversamente ed è come se si trattasse del continuo e inesorabile confluire degli ingredienti (rabbia, mancanza di autocontrollo più o meno indotta da sostanze, insoddisfazione personale, mania di protagonismo e molte altre componenti) che, giorno dopo giorno, fanno traboccare un vaso (nemmeno assimilabile intellettualmente a quello di Pandora) che il soggetto agente nemmeno riesce a portare con sé senza rovesciarne il contenuto o farlo cadere a terra.Deficienti da smartphoneSto parlando in termini generali, sia ben chiaro, anche perché del fatto dell’accoltellamento all’Istituto Giovanni Verga di Roma se ne sa poco. Non coglie nel segno chi assimili questi deprecabili delitti (altro termine appropriato: il tentato omicidio è un delitto) senza considerare la crescente massa di deficienti da telefonino che nemmeno sanno portare a termine un’azione criminale senza commettere errori madornali nella fase progettuale (perché in larga parte non si tratta di furor brevis bensì di azioni premeditate) o in quella esecutiva (palese sottovalutazione delle reazioni di altri soggetti presenti o ignorando la limitata nocività effettiva dell’arma scelta).Una indecorosa ma consistente pletora di giovani che vivono con l’immancabile telefonino in mano (rigorosamente coi social attivi) è qualcosa che nemmeno i più evoluti padri della criminologia moderna (come Antonio Canepa, Franco Ferracuti, Benigno Di Tullio per citarne solo alcuni tra gli eminenti) potevano prevedere: un’intera generazione di cerebrolesi da smartphone, per i quali il telefonino è fonte d’ispirazione comportamentale in quanto unico strumento utilizzato per agire sui social media, a loro volta unico spazio vitale scelto dai giovani.Nemmeno più capaci di usare un pc, perché perlomeno bisogna imparare ad usare la tastiera ed il mouse, si accontentano dei pochi pollici dello schermo dello smartphone, unica loro finestra sul mondo ed unico mezzo col quale sappiano esprimersi. Purtroppo, tali deficienti da smartphone non riescono quasi mai a capire che la vita non la puoi “scrollare” spostando in basso il pollice e che non è possibile risolvere un problema chiudendo la finestra dell’app o lasciandolo in background.Non finisco di stupirmi quando osservo quanto accade ad una manifestazione sportiva o in presenza di un importante qualsiasi accadimento: non si guarda, si filma. Non basta guardare, bisogna anche filmare perché poi lo si può condividere sui social. Questa la regola, alla quale ahimè sono sempre più adulti ad attenersi. Sembrerebbe poca cosa, ma non lo è.Questo stramaledetto telefonino (e della sua qualità telefonica importa zero ad alcuno) è, piaccia o meno, l’inseparabile compagno di vita di tutti noi. L’ho già detto e scritto molte volte, anche qui, e ne sono conscio, ma non mi stuferò di ripeterlo: non è un pezzo di vetro e plastica al quale noi ci si debba adeguare, ma l’esatto contrario.Finché non ci si sia messi bene in testa che il telefonino (e tutto ciò che ne entra ed esce) sta dominando incontrastato la vita dei nostri giovani non capiremo una parte essenziale del problema delle devianze giovanili in genere.Cosa stava cercando di fare lo sconsiderato tredicenne, mentre accoltellava l’insegnante? Una bella diretta streaming, con tanto di cellulare fissato poco prima sul casco (evidentemente usato per il monopattino perché a 13 anni nemmeno il motorino si può guidare). Servono commenti? “Accoltello la prof perché la odio e perché mi ha messo un brutto voto e lo faccio postandolo sui social!” Servono altri commenti? Qualcuno non ha ancora capito come funziona?Quando eravamo giovani noi si additavano spesso “le cattive compagnie” come fonte quasi esclusiva di certe deviazioni dalla retta via e certamente accadeva spesso che quella fosse una delle cause di comportamenti penalmente rilevanti (limitiamoci a questi, sennò ci prederemmo). Adesso scriverò una cosa forte (vedo già i commenti offensivi o indignati di certi miei commentatori): e se iniziassimo ad avere il coraggio di affermare che è proprio il telefonino la prima fonte delle peggiori stupidaggini delle (tantissime) menti deboli? Ma li vedete anche voi i ragazzi in birreria, seduti di fronte, che comunicano mandandosi messaggi?Perché solo il telefonino e non il computer in genere? Mi ripeto: quello, anno dopo anno, i nostri figli lo sanno usare sempre meno, perché, a loro detta, “si fa prima col telefonino”. Offro una birra (da bersi parlandoci a telefonino spento) a chi mi dimostri il contrario.Anche questo particolare è tutt’altro che secondario. Imparare a usare decentemente un personal computer è una ginnastica mentale ed un’attitudine decisamente istruttiva ed utile nel lavoro. Smanacciare compulsivamente con le dita sul vetro dello smartphone o tablet che sia è ben altra cosa ed esageratamente più limitativa delle possibilità che offre un computer vero e proprio.Cercano lavoro negli uffici e non sanno nemmeno usare la tastiera del computer! Vi assicuro che accade spesso; esperienza mia. Seguendo il trend attuale presto toglieremo i pc dagli uffici sostituendoli coi tablet, così i giovani potranno lavorare.Persino nei videogiochi, la versione per smartphone o tablet (Iphone o Android che sia) sono i più scaricati e le versioni per pc sempre meno presenti perché le Mayor dell’informatica puntano al profitto: sviluppano sempre più videogames e simulatori per dispositivi mobili (ai quali assimiliamo le console tipo Playstation o Xbox). In quella fascia di mercato, la versione per pc, mettiamo, di un simulatore di guida o di volo, è riservata ad un pubblico perlomeno di cinquantenni; i giovani vogliono giocare anche stando seduti sul water.Vietare l’uso dei social agli infra tredicenni? Bene benissimo. Io li vieterei anche a chi sia manifestamente un cretino e a chi non sappia scrivere in italiano. Non permettere l’entrata dei cellulari a scuola? Altra cosa che va benissimo. Io li vieterei anche a casa, a questo punto: per utilizzarli si dimostri di avere un lavoro che non sia fare “il content creator”, ossia un lavoro vero, avere una famiglia, aver fatto il militare (ah no: quello non si fa più, peccato).L'articolo Coltelli, social e cervelli fritti da smartphone proviene da Nicolaporro.it.