LONDRA — Una promessa che per Londra esiste e per Gerusalemme non è mai stata pronunciata. Gli elementi del contenzioso sono questi: un corridoio di colline chiamato E1, a est di Gerusalemme; un bando per 1.234 alloggi pubblicato ad agosto; e una garanzia di congelamento che i funzionari britannici giurano di aver ricevuto dal governo israeliano. Israele nega di aver mai dato quella parola, rivela il New York Times.La rottura si consuma alla vigilia dell’Assemblea generale dell’Onu, mentre gli europei premono su Washington perché conceda i visti al presidente palestinese Mahmoud Abbas e alla sua delegazione — per ora, da New York, è arrivato solo il permesso di un messaggio registrato. E1 non è una colonia qualsiasi: collegherebbe l’insediamento di Maale Adumim a Gerusalemme Est, tagliando la Cisgiordania nel suo punto più stretto e rendendo di fatto impossibile uno Stato palestinese contiguo. Il segretario generale dell’Onu lo ha definito una «minaccia esistenziale».Ma qualcuno quella promessa l’aveva sentita. Già il 20 agosto un diplomatico europeo diceva al quotidiano israeliano Ynet: «Israele ha promesso esplicitamente ai suoi amici nel continente che non ci sarebbe stato alcun avanzamento delle costruzioni in E1». E aggiungeva: «È molto grave, soprattutto quando riguarda una promessa esplicita data a vari Paesi». La responsabilità della mossa, secondo la stessa fonte, è del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader dell’estrema destra dei coloni, «per ragioni politiche».Le date, in effetti, parlano da sole. Il piano E1 — nato nel 1999 e approvato in via definitiva nell’agosto 2025 con 3.401 alloggi — è rimasto sulla carta fino al bando di quest’estate. Le offerte dei costruttori si chiudono il 19 ottobre. Le elezioni israeliane sono il 27. Smotrich, che di E1 ha detto che «seppellisce l’idea di uno Stato palestinese», gioca la partita davanti al suo elettorato, non davanti alle cancellerie europee.La linea rossa di MilibandLondra, intanto, ha alzato il tiro. Il ministro degli Esteri Ed Miliband, in carica dal luglio scorso, ha definito i bandi di agosto una «linea rossa» che crea «fatti sul terreno» per rendere inattuabile la soluzione a due Stati. «Avremmo dovuto agire prima», ha ammesso ai Comuni: c’è voluto «un nuovo primo ministro». Le misure: estensione del regime sanzionatorio contro le colonie, in vigore «nelle prossime settimane», e divieto per le imprese britanniche di partecipare ai bandi. Il Foreign Office — l’equivalente della nostra Farnesina — ha convocato l’incaricato d’affari israeliano a Londra e chiesto direttamente al ministro degli Esteri Gideon Sa’ar di ritirare il bando. Nessuna risposta.Il Regno Unito non è solo. Ad agosto sette Paesi — con Londra anche Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia e Canada — hanno chiesto in una dichiarazione congiunta di «ritirare immediatamente questi piani». A maggio undici governi avevano già avvertito i costruttori dei rischi legali e reputazionali di E1.Resta il nodo di partenza: chi ha dato quella garanzia, a chi, e con quale mandato? Se la promessa c’è stata, Gerusalemme ha ingannato i suoi ultimi alleati europei; se non c’è stata, i diplomatici britannici hanno scambiato una cortesia per un impegno. In entrambi i casi il calendario corre: tra un mese esatto si aprono le buste dei costruttori, e sulle colline di E1 la parola passerà alle ruspe.