WASHINGTON — «Le sanzioni unilaterali imposte dall’amministrazione Biden cinque anni fa non erano giustificate da alcun parametro. Accogliamo con favore il gesto e le misure riparatrici dell’amministrazione Trump». Il ministro dell’Informazione eritreo, Yemane Gebremeskel, lo ha detto a Reuters poche ore dopo la notizia che Asmara aspettava da cinque anni. I danni inflitti al Paese, ha aggiunto, sono stati «incalcolabili».Venerdì l’ufficio del Tesoro americano che amministra le sanzioni, l’Ofac, ha pubblicato la notifica di rimozione delle misure imposte all’Eritrea nel novembre 2021. Escono dalla lista nera il Fronte popolare per la democrazia e la giustizia, il partito unico al potere; le forze armate eritree; la Red Sea Trading Corporation, la società di Stato che controlla gran parte del commercio estero del Paese; e Hagos Ghebrehiwet, consigliere economico del presidente Isaias Afwerki. Il meccanismo è semplice: le sanzioni si reggevano su una dichiarazione presidenziale di «emergenza nazionale» da rinnovare ogni anno — Trump stesso l’aveva rinnovata nel 2025 —. Questa volta il presidente ha scelto di lasciarla scadere, e il Tesoro ha certificato che l’emergenza è «scaduta».Le misure erano nate dal ruolo delle truppe eritree a fianco dell’esercito federale etiope nella guerra del Tigrè, con accuse di atrocità contro i civili: un conflitto chiuso dall’accordo di Pretoria del novembre 2022 e costato almeno 600mila morti, con centinaia di migliaia di sfollati che ancora oggi non sono tornati a casa. Un portavoce del Dipartimento di Stato ha ammesso che l’attuazione di quella pace è stata «disomogenea», ma ha aggiunto che è «tempo di adattare la nostra politica estera alle realtà attuali» e di dialogare con Asmara e Addis Abeba «per far avanzare gli interessi americani».La partita di Bab el-MandebPerché proprio adesso? La risposta sta sulla carta geografica. L’Eritrea ha oltre mille chilometri di costa sul Mar Rosso e il porto di Assab affaccia quasi su Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden: nel punto più angusto appena venti miglia nautiche separano l’Eritrea dallo Yemen. E sull’altra sponda avanzano gli Houthi, che hanno strappato al governo yemenita riconosciuto l’intera costa sul Mar Rosso. Con lo Stretto di Hormuz bloccato dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, quel corridoio d’acqua è diventato la rotta petrolifera decisiva. Il delisting di Asmara, più che un atto contabile del Tesoro, è un messaggio a chi controlla la riva di fronte.Gli analisti sentiti dall’agenzia leggono la mossa proprio così: la revoca apre la strada a un riavvicinamento con un Paese che siede su uno dei passaggi marittimi più sensibili del mondo. Asmara, isolata per decenni, torna merce pregiata.Ma il corteggiamento non parte da zero, né senza precedenti scomodi. Durante la guerra in Yemen l’Eritrea ospitò una base militare degli Emirati Arabi Uniti proprio ad Assab; oggi quei rapporti sono ai minimi. Il ministro degli Esteri eritreo, Osman Saleh, in un’intervista a Middle East Eye ha accusato Abu Dhabi di «imperialismo dei porti» in Africa e di cercare una base navale sul Mar Rosso da usare insieme a Israele. La libertà di navigazione, sostiene, devono garantirla gli Stati rivieraschi — non le potenze esterne.È l’avvertimento che accompagna la stretta di mano. Washington vuole «adattarsi alle realtà attuali», dice il suo portavoce; Asmara, che di realtà attuali si sente finalmente parte, ha già fatto sapere che sul suo mare intende decidere da sola.