Mascate in 48 ore, la capitale che parla con tutti

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Mascate è la capitale che non alza la voce. Nessun grattacielo, per legge; le case bianche e color sabbia non superano i sette piani, le montagne del Hajar scendono nere fino al mare, e in mezzo, su cinquanta chilometri di costa, sta una città che da cinquant’anni fa un mestiere solo: parlare con tutti. Con l’Iran e con gli americani, con i sauditi e con gli Houthi — è qui, in questo mese, che yemeniti e statunitensi si sono seduti allo stesso tavolo. Per il viaggiatore vuol dire una cosa semplice: la città più tranquilla del Golfo, a due ore di volo da Dubai e a sette dall’Italia. Due giorni bastano per capirla, non per stancarsene.Sabato mattina: la moschea e il silenzioSi comincia presto, perché la Grande Moschea del Sultano Qaboos apre ai non musulmani solo dalle otto alle undici, dal sabato al giovedì, e perché alle otto la luce sul marmo è quella giusta. È l’edificio che racconta il Paese: costruita fra il 1995 e il 2001, capace di ventimila fedeli, con un tappeto persiano di quattromila metri quadrati tessuto da seicento donne in quattro anni e un lampadario Swarovski di quattordici metri. Ma quello che colpisce è il vuoto: i cortili bianchi, i portici, nessuno che vi metta fretta. Braccia e gambe coperte per tutti, capo coperto per le donne; un foulard qualunque va bene.Il souq di Mutrah e il lungomareA metà mattina il taxi vi porta a Mutrah, il porto vecchio. Il souq è il più antico del Paese e uno dei pochi del Golfo che non è stato rifatto per i turisti: sotto i tetti di legno si vendono incenso, argento beduino, khanjar — i pugnali ricurvi che gli uomini portano alle feste —, tessuti e caffè. Si contratta, senza teatro. Uscendo, il lungomare: la corniche di Mutrah è una passeggiata di due chilometri fra le case dei mercanti, la piccola moschea con la cupola azzurra e il forte portoghese sulla roccia. Il pesce lo si vede arrivare al mercato all’alba; a ora di pranzo si mangia da Bait Al Luban, al primo piano sul porto, cucina omanita con le tende e i cuscini: provate lo shuwa, l’agnello marinato e cotto un giorno intero in una buca coperta di foglie di banano, che qui fanno anche fuori dalle feste.Il pomeriggio nella Mascate vecchiaDieci minuti a est c’è la città che dà il nome a tutto: Old Muscat, chiusa fra due forti portoghesi del Cinquecento, Jalali e Mirani, che si guardano dalle due punte della baia. In mezzo, il palazzo Al Alam del sultano — una facciata di colonne blu e oro degli anni Settanta che si fotografa dal viale, senza entrare — e due musei da scegliere. Il Museo nazionale, aperto nel 2016, è il posto giusto per capire come un sultanato di quattro milioni di abitanti sia diventato il mediatore del Golfo: due secoli di commerci con Zanzibar e l’India, una flotta, una diplomazia. Bait Al Zubair, in una casa privata, è più piccolo e più caldo: costumi, gioielli, la vita quotidiana di prima del petrolio.La sera: l’opera e il caffèLa Royal Opera House, sulla strada di Qurum, è il vezzo del sultano Qaboos, che amava la musica classica: una sala da mille posti in marmo e legno intagliato, con una stagione che va da settembre a maggio e biglietti che si trovano. Anche senza spettacolo, il giro guidato del pomeriggio vale il biglietto. La cena si fa sul mare a Qurum, dove le famiglie omanite passeggiano fino a tardi, oppure si torna a Mutrah. E in ogni caso, prima di dormire, il rito: il caffè omanita, chiaro e profumato di cardamomo, servito in tazzine senza manico insieme ai datteri e alla halwa, il dolce gelatinoso di amido, zafferano e acqua di rose. Vi verrà offerto ovunque; si accetta sempre.Domenica: l’acqua di Wadi ShabIl secondo giorno si esce dalla città. Wadi Shab è a due ore di macchina verso sud-est, sulla strada costiera per Sur: un canyon di roccia chiara dove un torrente color smeraldo scende in una serie di piscine naturali. Si attraversa la foce con una barchetta (un rial), poi quaranta minuti a piedi fra palmeti e pareti di pietra, e nelle ultime tre pozze si nuota; l’ultima si raggiunge solo a nuoto, passando sotto la roccia, e finisce in una grotta con una cascata. Scarpe che possono bagnarsi, acqua da bere, e partenza alle otto per essere lì prima del caldo e dei pullman. Al ritorno, il villaggio di pescatori di Qantab o la spiaggia di Bandar Al Khairan, a mezz’ora dalla città, per l’ultimo bagno.Le cose da sapereIl periodo giusto è da ottobre ad aprile: d’inverno si sta fra i venti e i venticinque gradi, d’estate si superano i quaranta e la città si svuota. L’aeroporto internazionale è a mezz’ora dal centro; i cittadini italiani entrano con un visto elettronico che si chiede online in pochi minuti e per soggiorni fino a quattordici giorni non serve nemmeno quello. Si gira in taxi — le app funzionano, i taxi arancioni vanno contrattati — o con un’auto a noleggio, che per Wadi Shab conviene. Il rial omanita vale circa due euro e quaranta: è una delle valute più forti del mondo, e i prezzi lo dicono. L’alcol si trova solo negli alberghi. Le spalle e le ginocchia coperte, in città, non sono un obbligo ma un riguardo che gli omaniti notano e apprezzano.Perché adessoPerché mentre il Mar Rosso si chiude e il Golfo si arma, Mascate resta la stanza dove ci si parla. Passeggiando sulla corniche di Mutrah, fra le dhow di legno e i mercanti che vengono da Zanzibar e dal Gujarat da tre secoli, si capisce da dove viene questa vocazione: un porto che ha sempre vissuto di scambi non può permettersi nemici. È la geopolitica che si spiega camminando, e per una volta il pericolo non c’è.