DUBAI — «Sto per prendere una grande decisione. Tutto può accadere». Donald Trump ha scelto queste parole poco prima dell’incontro con i leader del Golfo, e le ha accompagnate a un’ipotesi che nessun presidente americano aveva mai messo a verbale con tanta nettezza: «annientare» la leadership iraniana.Mentre il presidente parlava, la cellula della Royal Navy che da Dubai raccoglie gli allarmi dei mercantili — la sigla è UKMTO — segnalava due nuove navi colpite nello Stretto di Hormuz, riferiscono CBS News e Le Monde. Teheran ha rivendicato come deliberato l’attacco a una delle due, una petroliera battente bandiera del Togo. Non un errore, dunque, ma una scelta.Perché rivendicare il colpo a una nave con la bandiera di un piccolo Paese africano estraneo al conflitto? Perché il messaggio non è per il Togo: è per gli armatori e gli assicuratori di tutto il mondo. Nessuna bandiera, dice Teheran, protegge chi entra nello stretto.Le parole di Trump cadono su una guerra che dura da quasi sette mesi. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran è cominciato il 28 febbraio, e da sessanta giorni la marina americana impone un blocco navale: il comando Usa per il Medio Oriente rivendica la distruzione di 10 petroliere iraniane in una sola settimana e il dirottamento di 100 mercantili. L’Iran risponde colpendo il traffico civile. È la partita vera che si gioca nello stretto: ciascuno dei due vuole dimostrare all’altro — e ai mercati — di poter chiudere il rubinetto.Il traffico al collassoI numeri raccontano quanto il rubinetto sia già chiuso. Prima della guerra da Hormuz passavano oltre 130 mercantili al giorno, circa 20 milioni di barili di greggio, un quinto del petrolio mondiale trasportato via mare. Oggi i transiti si contano sulle dita di una mano. Il Brent ha superato i 100 dollari già l’8 marzo, con un picco a 126, e i nuovi raid sauditi in Yemen spingono ancora i prezzi dell’energia.Gli attacchi di questa settimana non sono episodi isolati. A luglio una metaniera qatariota, la Al Rekayyat, è stata colpita al largo di Limah, sulla costa omanita, con l’equipaggio tratto in salvo. A fine agosto altre due navi, la Burgan e la Senegal Prosperity, sono state centrate da tre razzi sul lato sinistro a 4 miglia dalla costa dell’Oman, con la sala macchine danneggiata. E nello stretto restano attive aree minate: per i mercantili, anche la rotta «sicura» non lo è più.Intanto la diplomazia cerca vie laterali. Iran e Oman trattano a Muscat un corridoio marittimo alternativo — un modo, per Teheran, di far uscire il proprio greggio aggirando il blocco americano. Ma finché le navi bruciano, nessuna compagnia di assicurazione firmerà polizze per quelle acque.Alla minaccia di Trump ha già risposto, in anticipo, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Sabato scorso, al vertice dei Brics a Nuova Delhi, aveva chiuso ogni spiraglio con una frase sola: l’Iran «non si arrenderà». Sei giorni dopo, nello stretto, altre due navi in fiamme dicono che faceva sul serio.