Hacker ai vertici e proxy stranieri. La tassonomia delle nuove mafie secondo Ardituro

Wait 5 sec.

“Oggi se c’è un bravo hacker, un esperto di tecnologie, è un esperto che scala la leadership di un’organizzazione mafiosa”. La fotografia scattata da Antonio Ardituro, sostituto procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, restituisce l’immagine di mafie sempre più lontane dalle strutture verticali del passato: reti ibride, capaci di muoversi su più fronti e di sfruttare le stesse tecnologie che dovrebbero contrastarle. Intervenendo al Festival della Sicurezza organizzato a Cagliari dalla Fondazione Vittorio Occorsio, il magistrato ha tracciato una mappa delle trasformazioni della criminalità organizzata, sempre più intrecciata con dinamiche geopolitiche, dominio digitale e conflitti internazionali, senza tacere le lacune del sistema investigativo e normativo italiano.Il primo segnale del cambiamento, secondo Ardituro, è l’evoluzione della stessa Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Nata per la criminalità organizzata e poi estesa al terrorismo, la Dnaa coordina oggi anche le indagini sulla sicurezza cibernetica nazionale e, dal 2026, quelle sulle violazioni delle misure restrittive dell’Unione europea. Una traiettoria che il magistrato attribuisce a “un legislatore bipartisan”, consapevole di trovarsi davanti a fenomeni che non rispettano più i confini tra settori.Il cuore del ragionamento è quella che Ardituro chiama “saldatura”: mafie tradizionali, reti terroristiche, gruppi cyber, formazioni paramilitari e circuiti finanziari che si sovrappongono fino a comporre un unico tessuto. Gli esempi arrivano dalle indagini italiane. Da un lato reti neonaziste i cui membri si sarebbero addestrati con il battaglione Azov nelle prime fasi della guerra in Ucraina, dall’altro la presenza sul territorio nazionale di “proxy iraniani” disponibili come mercenari per obiettivi criminali specifici.C’è poi un fenomeno che, a detta del magistrato, resta sottovalutato: l’underground banking verso la Cina. Ingenti flussi di contante, difficili da quantificare, transitano attraverso una rete di società che emettono fatture per operazioni inesistenti. Un meccanismo di riciclaggio che per Ardituro è ormai “un tema di sicurezza nazionale”, ben oltre la dimensione della criminalità economica. Sul piano giuridico il nodo è il dominio cibernetico, che il procuratore definisce “aspaziale”, cioè privo di una dimensione territoriale, e quindi capace di mettere in crisi il concetto stesso di giurisdizione e mostra i limiti del diritto internazionale. La risposta passa da una cooperazione più stretta tra magistratura, intelligence e Difesa, un modello di collaborazione che, osserva, “forse mai è stato così proficuo come in questi anni”, pur in assenza di strumenti processuali pienamente adeguati.Non mancano le critiche. Ardituro parla di “arretratezza” nella dotazione tecnologica della polizia giudiziaria e di carenze nella formazione di chi deve confrontarsi con fenomeni sempre più complessi. E denuncia l’esistenza nel Paese di un “mercato delle informazioni illecite e clandestine”, usato per ricattare esponenti politici e imprenditori, in cui sarebbero coinvolti anche appartenenti o ex appartenenti ad apparati dello Stato. È in questo contesto che cambia anche la geografia del potere interno ai clan. Il controllo delle competenze digitali, spiega il magistrato, è diventato un fattore di comando pari, se non superiore, alla forza militare tradizionale. Da qui la richiesta finale: colmare la mancanza di una strategia nazionale di sicurezza cibernetica che definisca con precisione obiettivi, strumenti e modalità di contrasto. Perché, conclude Ardituro, “abbiamo bisogno di una professionalità nuova”.