Negli ultimi 10 anni, la progressiva finanziarizzazione dello sport ha contribuito a modificare dinamiche che, fino a poco tempo fa, sembravano intoccabili. Uno dei principali cambiamenti che si è verificato in questo decennio riguarda l’addio definitivo alle grandi famiglie imprenditoriali, legate a una visione dello sport certamente più romantica ma, al tempo stesso, meno inclini a proiettare il business verso una nuova era sportiva ed economica.In questo senso, l’uscita di scena delle figure tradizionali ha innescato un profondo cambiamento anche nelle logiche di investimento che caratterizzano le società sportive. Il capitale, infatti, è sempre più il mezzo utilizzato per spazzare via i vecchi modelli di business e per crearne e accrescerne di nuovi, con l’intenzione di introdurre pratiche manageriali sempre più strutturate e in linea con gli obiettivi aziendali.È quello che, in sostanza, fanno gli attuali protagonisti dello sport globale: fondi d’investimento, private equity, grandi gruppi finanziari. La trasformazione del sistema d’impresa in ambito sportivo parte dunque da un presupposto chiaro: i fondi non comprano una squadra per allenarla meglio, ma per renderla un’azienda che vale di più. In questa prospettiva, per i nuovi investitori, le organizzazioni sportive rappresentano asset strategici in grado di fungere da moltiplicatore del valore e, in moltissimi casi, per diversificare il rischio del portafoglio investimenti.Perché si investe tanto nello sport?Ed è proprio la gestione della volatilità l’ambito più controverso ma anche quello più interessante delle nuove proprietà a carattere finanziario. Infatti, mettendo da parte per il momento il peso del successo sportivo, le organizzazioni professionistiche non sono diventate improvvisamente di interesse per la finanza perché eliminano il rischio, quanto perché ne introducono uno finanziariamente più gestibile.Per un investitore istituzionale, la vera opportunità non è acquistare una squadra che sa di poter vincere ogni anno, bensì entrare in un settore con dinamiche economiche peculiari: asset scarsi difficilmente replicabili (i club), diritti TV in crescita, esposizione del brand a livello internazionale, sviluppo e valorizzazione del patrimonio immobiliare.Si investe, dunque, non necessariamente per ottenere vittorie nell’immediato, benché la conquista di un trofeo sia un potente acceleratore della crescita dell’immagine di un brand. In realtà, lo scopo primario delle nuove proprietà è quello di aumentare il valore societario, anno dopo anno, per monetizzare da una futura rivendita. Ciò significa che valore sportivo e valore d’impresa viaggiano su due binari paralleli ma differenti. La sfida pertanto è una: costruire bilanci sostenibili anche in assenza di vittorie.In che modo le nuove proprietà aumentano il valore di club e franchigieIn quest’ottica, subentrano dunque dinamiche operative e di gestione delle risorse che tagliano in maniera piuttosto netta con il passato. Il miglioramento della redditività (attraverso la riduzione del monte ingaggi e la razionalizzazione dei costi), la costruzione di un nuovo stadio, lo sviluppo dei settori giovanili e un broadcasting sempre più globale sono i punti fermi su cui poggia la crescita del valore economico di un club. In questo scenario, calcio europeo e basket NBA seguono modelli differenti, offrendo opportunità e rischi diversi agli investitori.Il calcio: un mercato enorme ma estremamente complessoIl calcio è sicuramente lo sport con il volume economico più alto al mondo ma è anche quello in cui volatilità e incertezza influenzano profondamente le scelte di investimento. In questa prospettiva, non è un mistero che i risultati economici di un’organizzazione calcistica siano strettamente legati a componenti economiche differenti, tra premi UEFA, diritti TV, incassi da stadio e sponsorizzazioni con partner nazionali e internazionali.Il mancato raggiungimento della qualificazione alla UEFA Champions League, ad esempio, può avere un effetto “cascata” negativo e comportare l’incasso di minori premi, una riduzione dei ricavi televisivi, una minore attrattività per gli sponsor, una riduzione delle presenze allo stadio. A questo si aggiunge un sistema, quello delle retrocessioni, che se da una parte premia il merito sportivo, dall’altra rischia di condizionare pesantemente le prospettive economiche e finanziarie di una società. In altre parole, in nessun altro settore economico il “prodotto” dipende così tanto da una classifica. Il rischio è dunque strutturale e l’esito della performance sportiva è senza dubbio la componente che più condiziona la stabilità dell’ecosistema calcio.Il vero obiettivo: ridurre la volatilitàPer un fondo di investimento, la vera sfida dunque è cercare di ridurre la volatilità del mercato attraverso una profonda revisione del modello di business. L’obiettivo, tradotto, è sempre lo stesso: sciogliere il nodo della dipendenza tra risultati sportivi e risultati economici. Prendiamo ad esempio i diritti TV. Se gli accordi per la trasmissione delle gare assorbissero più del 50% dei flussi di cassa, saremmo di fronte ad una società fortemente vulnerabile alla “variabile risultati”. Viceversa, con una struttura dei ricavi più equilibrata, il risultato sarebbe un’impresa meno soggetta agli alti e bassi di una competizione.Diversificare i ricavi Il segreto dunque sta nel diversificare le fonti di ricavo, puntando a riequilibrare il peso delle differenti fonti di ricavo: dallo stadio (e non solo da matchday), alle sponsorizzazioni, dai diritti televisivi ai media content e al player trading. D’altra parte, la maturità del modello economico permette di distribuire il rischio su più aree, riducendo l’impatto che una singola variabile potrebbe avere sul conto economico.Gli altri tipi di rischio nel calcioTra i rischi patrimoniali merita un cenno particolare il possesso dei cartellini dei giocatori. Il valore di un calciatore infatti viene ammortizzato a bilancio, ma il suo valore può aumentare o diminuire a seconda dell’annata personale o della squadra, includendo nel computo dei rischi anche quello legato agli infortuni. Un calciatore che non rende come deve o che passa gran parte della stagione ai box per infortunio rappresenta un costo gravoso per i conti del club, che invece, dallo stesso calciatore, potrebbe monetizzare attraverso la valorizzazione del talento e il player trading. Il calcio inoltre è uno sport fortemente regolamentato: un cambiamento in corsa delle norme può incidere direttamente sul valore dell’investimento. È dunque fondamentale considerare anche il quadro normativo in cui si opera e la relativa stabilità.Il basket, meno ricavi, più prevedibilitàNel basket USA invece, emergono al confronto interessanti differenze con il calcio europeo. Da una prospettiva strutturale, si può certamente affermare che quello NBA sia decisamente il modello più prevedibile tra i due. Infatti, tra la stabilità previsionale dei ricavi, l’assenza del rischio di retrocessione, la presenza di regole condivise e la crescita strutturale del marchio NBA, il basket diventa terreno fertile per imponenti investimenti ad alto tasso strategico. Il tema della volatilità si ripropone, stavolta però con un profilo decisamente più basso rispetto a ciò che accade nel calcio. Non che non manchino i rischi; ma se nel calcio il sistema cerca di premiare il merito sportivo, nella NBA il sistema è costruito anche per garantire la sostenibilità economica delle franchigie.Quando gli algoritmi scelgono i campioni: il nuovo volto del mercato giocatori tra sport USA e calcio europeoLa logica di fondo è sempre la stessa: l’investimento deve essere sostenibile e soprattutto generare valore nel tempo. I casi sono diversi, dal basket al mondo del pallone.Il valore del brandVi è anche un altro aspetto per cui calcio europeo e basket americano differiscono in maniera sostanziale. Il “processo” attraverso il quale avviene la costruzione di un brand lascia spazio a una duplice interpretazione che dimostra la presenza di due modelli praticamente all’opposto. Nel calcio alle nostre latitudini, il marchio è spesso legato alla storia, al mito, ai racconti di epoche che hanno il compito di tramandare la tradizione legata ai successi del passato.In questo senso, i club con un’epopea di traguardi consolidati e con milioni di tifosi sparsi in giro per il mondo, possono generare ricavi enormi anche senza vincere ogni anno (vedi Manchester United). Nel basket, invece, il brand si costruisce prevalentemente attraverso la fruizione di contenuti digitali, fan engagement, presenza internazionale e sviluppo dell’immagine dei giocatori come icone globali. Questo consente alle franchigie di ampliare la propria base di tifosi ben oltre il mercato locale.Il tema infrastrutture: le differenze tra calcio e basketLo stadio di proprietà rappresenta un tema centrale per lo sviluppo di una sana struttura reddituale, tanto nel calcio quanto nel basket. Non solo: tra tutte le componenti in gioco, probabilmente è l’elemento che spiega meglio la distanza tra le logiche che dominano il “modello calcio” e il “modello basket“. La differenza è sostanziale: infatti, mentre nel primo non tutti i club possiedono un impianto di proprietà, negli States l’arena costituisce il cuore pulsante del business che fa capo alle franchigie.Il concetto, d’altra parte, è chiaro: il palazzetto, negli USA, non è semplicemente il luogo dove si giocano le partite; è un asset produttivo, cioè un bene capace di generare ricavi e accrescere il valore dell’impresa. Quando si parla di impianti sportivi in Nord America, vengono subito in mente gli entertainment district americani in cui l’evento sportivo è solamente una parte dello spettacolo ma non l’intero spettacolo. Le franchigie incassano tutto l’anno, generano flussi di cassa attraverso naming rights, hospitality, eventi extrasportivi. Il principio, dopotutto, non cambia: la gestione di uno stadio genera ricavi molto più prevedibili rispetto ai risultati sportivi.Il modello europeo invece è più eterogeneo. In Italia, ad esempio, l’impianto è spesso di proprietà comunale e questo rappresenta un chiaro limite dal punto di vista finanziario. I club, in questo senso, controllano solo una parte delle fonti di ricavo: la biglietteria, gli abbonamenti e poco più. Allo stesso tempo, parcheggi, aree commerciali, musei non sempre sono sotto il controllo dell’entità sportiva.Questo introduce un’enorme differenza culturale: infatti, se negli USA l’arena è anche un’infrastruttura di business, nel calcio invece, lo stadio funge da “tempio” in cui si ritrova soprattutto l’identità della squadra. Il modello statunitense, dunque, dimostra al calcio europeo come la gestione diretta delle infrastrutture sia uno strumento decisivo per creare valore economico e sganciare il business dalla dipendenza dei risultati sportivi.In definitiva, la finanziarizzazione dello sport non ha solamente cambiato i proprietari delle società. Ha modificato il modo stesso di concepire il valore di un club. Ecco perché l’affermazione di una squadra, attualmente, non dipende più solamente dal percorso sportivo, ma dalla capacità di adottare modelli gestionali utili alla costruzione di un’impresa solida e sostenibile. In questo senso, oggi vincere resta fondamentale, ma creare valore è diventato indispensabile.(Image credit: Depositphotos)