Usa. Il 250mo anniversario della Dichiarazione d’indipendenza e la sfida delle democrazie

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di Maurizio Delli Santi * – Oltre le celebrazioni di rito, il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti impone una riflessione critica sul significato attuale di quell’atto fondativo che, il 4 luglio 1776, aprì la strada alle promesse di libertà, uguaglianza politica e tutela dei diritti individuali. La storia degli Stati Uniti viene oggi letta attraverso le sue contraddizioni originarie e le sue tensioni irrisolte: si rimarca così la deriva trumpiana, collegandola a un retaggio di continua distanza tra principi fondativi e realtà dei fatti. Dallo schiavismo ai genocidi dei popoli nativi, dalla successiva segregazione razziale degli afroamericani al cosiddetto «razzismo sistemico», si è arrivati alle logiche della guerra fredda, che hanno visto sostenere regimi dittatoriali in Sud America, e alle scelte controverse successive all’11 settembre 2001, con la guerra in Iraq del 2003 concepita su presupposti infondati, le torture di Guantanamo e la discussa gestione del conflitto in Afghanistan. Sono tali sviluppi ad avere contribuito a erodere l’autorità morale degli Stati Uniti e dell’intero ordine liberale internazionale. Così, anche con l’ultima guerra dei dazi, estesa pure all’Europa, con le pressioni sul Venezuela, le minacce rivolte a Canada, Groenlandia e Panama, le tensioni in Medio Oriente, con il dramma disumano ancora in divenire per i palestinesi, e con il recente fallimentare confronto strategico con l’Iran, emerge un’ulteriore deriva: non vi è più nemmeno l’intenzione di proclamare i principi, sia pure attraverso un’ipocrita interpretazione selettiva, perché la sola dimensione che conta è quella della pratica concreta della potenza nella visione personalistica di Trump.Rimane sullo sfondo una questione centrale: sul piano geopolitico, gli Stati Uniti hanno affrontato le sfide della globalizzazione sposando, di fatto, la stessa logica revisionista e neoimperiale della Federazione Russa e della Cina, a discapito dell’Europa e dell’idea stessa di una normatività occidentale universale costruita sulla Carta delle Nazioni Unite. Cosa devono indurre, allora, queste riflessioni inquietanti, per cercare qualche rassicurazione? Una prima risposta consiste nel recuperare la pars construens positiva che pure emerge dalla storia degli Stati Uniti. Nella Dichiarazione del 1776 si proclamava che «tutti gli uomini sono creati uguali», «sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili» e che «i governi derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati». Con Abraham Lincoln, nel celebre Discorso di Gettysburg del 1863, viene ridefinita la stessa architettura costituzionale della Repubblica statunitense come un ordinamento fondato sul «governo del popolo, dal popolo e per il popolo», legando in modo indissolubile la sopravvivenza dell’Unione al superamento della schiavitù attraverso il XIII Emendamento. Il diritto di cittadinanza per nascita viene definitivamente costituzionalizzato, trasformando la promessa politica dell’uguaglianza in un principio giuridico destinato a incidere profondamente sulla futura evoluzione della democrazia americana. Ancora, nel primo Novecento, Woodrow Wilson proietta gli ideali della democrazia americana oltre i confini nazionali con i Quattordici Punti e il progetto della Società delle Nazioni. Con Franklin D. Roosevelt, la tradizione della democrazia americana viene ripensata in chiave universale nel celebre discorso sulle Quattro Libertà, libertà di parola, libertà di religione, libertà dal bisogno e libertà dalla paura, che definiscono un orizzonte morale comune per le democrazie occidentali e per l’intero sistema postbellico. Questo patrimonio ideale ispirò poi la Carta delle Nazioni Unite del 1945, mentre fu Eleanor Roosevelt a presiedere la commissione incaricata di redigere la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. Da quei documenti prese forma l’architettura istituzionale del secondo dopoguerra, consolidando l’idea di una comunità globale fondata sul diritto, sulla dignità della persona, sul rispetto reciproco e sulla cooperazione tra le nazioni.È dunque in questo passaggio storico che la promessa americana diventa parte integrante della grammatica costitutiva della nuova Europa liberata e dell’ordine globale del secondo Novecento. L’Occidente moderno era diventato uno spazio storico e politico condiviso tra europei e americani, costruito anche attraverso continui scambi e trasferimenti teorici, giuridici e politici, testimoniati da pensatori come Hans Kelsen, che nel suo esilio negli Stati Uniti definì la democrazia come ordine normativo fondato sulla centralità delle Costituzioni quali limiti del potere; Raphael Lemkin, che coniò il termine «genocidio» e promosse la Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio; e Hersch Lauterpacht, tra i principali teorici della tutela internazionale dei diritti umani e del concetto di crimini contro l’umanità. Oggi è a questo spirit of America che ancora si può fare riferimento, nonostante la deriva trumpiana. Lo dimostra anche la recente pronuncia della Corte Suprema che, nel caso Trump v. Barbara, ha riaffermato la solidità del XIV Emendamento confermando il principio dello jus soli: la cittadinanza è «il diritto di avere diritti» e non può essere cancellata da un decreto presidenziale. Certo, la stessa Corte Suprema, nella quale prevalgono giudici conservatori, non ha assunto posizioni univoche sul sistema dei checks and balances: con altre decisioni sono state riconosciute ampie forme di immunità presidenziale e si è consolidata la discrezionalità del presidente nei poteri di nomina e revoca dei vertici degli apparati pubblici, contribuendo all’erosione dei principi di imparzialità e indipendenza della pubblica amministrazione e delle autorità di garanzia. Siamo tuttavia di fronte a uno scenario in costante evoluzione. Le pratiche di deportazione dell’ICE, gli effetti dell’inflazione percepiti soprattutto dal ceto medio e dalle fasce popolari come conseguenza della guerra dei dazi e delle spese militari legate alle controverse aggressioni contro Venezuela e Iran alimentano sempre più un’area di dissenso, insieme alle ritorsioni nei confronti del sistema universitario non allineato alle ideologie MAGA, alle epurazioni e ai tagli operati in tutti gli apparati dello Stato. Peraltro, le ultime inchieste giornalistiche hanno riaperto il confronto sul colossale conflitto di interessi che avrebbe consentito a Trump e al suo entourage di realizzare progressivi guadagni miliardari attraverso criptovalute e altri strumenti finanziari. Nel loro insieme, questi fattori contribuiranno verosimilmente a fare delle elezioni di midterm un possibile punto di svolta dell’era Trump.Vale, in ogni caso, una riflessione conclusiva. A duecentocinquant’anni dalla Dichiarazione del 1776, la questione non riguarda la sola sopravvivenza della promessa americana, ma la resilienza dell’intera comunità delle democrazie costituzionali nel conservarne il significato universale. Dall’Europa al Nord America, dal Giappone all’Australia, dal Canada all’India e al Brasile, oltre due miliardi e mezzo di persone vivono ancora entro ordinamenti che, pur attraversati da profonde tensioni, continuano a riconoscere la centralità della persona, della separazione dei poteri e dello Stato di diritto. Come ricorda Amitav Acharya nel volume Storia e futuro dell’ordine mondiale (2026), il futuro dell’ordine mondiale non sarà tracciato dall’egemonia di una sola potenza, considerate le forze contrapposte in campo; occorre pertanto ritrovare la capacità di costruire un ordine realmente inclusivo, pluralistico e fondato sulla legittimità. È questa la sfida che attende oggi Europa e Stati Uniti, i quali dovrebbero ritrovare le ragioni culturali della loro storica alleanza, non per difendere un primato, ma per dimostrare, con la coerenza tra principi e comportamenti, che la libertà, la dignità della persona e il diritto continuano a rappresentare il fondamento più credibile di un ordine internazionale nel quale abbia ancora senso parlare concretamente di rispetto, eguaglianza e cooperazione tra nazioni, popoli e cittadini finalmente liberi dalle guerre e dalle logiche di potenza.* Membro dell’International Law Association.