di Alessio Cuel –Per decenni, il sistema elettorale del first-past-the-post (il maggioritario uninominale secco) ha garantito al Regno Unito governi solidi, leader duraturi e alternanze prevedibili. Basti pensare che dal 1979 al 2016, in trentasette anni di storia, a Downing Street si sono avvicendati appena cinque inquilini (Thatcher, Major, Blair, Brown e Cameron), con una straordinaria media di oltre sette anni a testa al potere.Questo meccanismo è una spietata partita secca: assegna il seggio in palio in ognuno dei 650 collegi esclusivamente al candidato che ottiene anche un solo voto in più degli avversari. Penalizzando fortemente i partiti minori, il sistema concentra i seggi a favore delle due forze principali. Il risultato? Il vincitore ottiene spesso una maggioranza assoluta autosufficiente, mettendosi al riparo dai veti incrociati e dai compromessi tipici delle coalizioni.La scommessa di Cameron e il “vortice” dei premier.Il sistema elettorale ha quasi sempre prodotto esiti netti all’indomani delle urne. Un’eccezione si era verificata nel 2010, quando il sistema non era riuscito a produrre un vincitore chiaro, costringendo David Cameron a cinque anni di coalizione forzata con i Liberal Democratici. Nel 2015, però, il meccanismo sembrò tornare sui binari tradizionali, e Cameron ottenne la maggioranza assoluta. Il prezzo politico fu però altissimo: per blindare l’ala destra dei Tories ed evitare l’emorragia di voti verso gli euroscettici dello UKIP, Cameron promise un referendum sulla permanenza nell’Unione Europea. Una scommessa azzardata che avrebbe cambiato per sempre la storia del Paese.Il 23 giugno 2016 quasi il 52% dei britannici votò per la Brexit, decretando la fine politica di Cameron. Da allora la leggendaria stabilità britannica è evaporata: ben cinque primi ministri si sono succeduti a Downing Street (May, Johnson, Truss, Sunak e infine Starmer). La permanenza media al potere di un premier è vertiginosamente crollata da sette a circa due anni.L’Italia e l’inversione dei ruoli: la stabilità di Meloni.Cosa succedeva nel frattempo in Italia, il Paese che ha fatto dell’instabilità cronica il suo marchio di fabbrica? Il giorno del referendum sulla Brexit, a Palazzo Chigi sedeva Matteo Renzi, dimissionario sei mesi dopo a causa della sconfitta nella consultazione costituzionale del 4 dicembre 2016. Da allora si sono alternati quattro presidenti del Consiglio: Gentiloni, Conte (con due esecutivi di colore diverso), Draghi e infine Giorgia Meloni.Proprio la leader di Fratelli d’Italia rappresenta la vera anomalia rispetto al passato. In carica dal 22 ottobre 2022, il governo Meloni è già il secondo più longevo della storia repubblicana e punta dritto al record del Berlusconi II (1412 giorni tra il 2001 e il 2005). Se l’esecutivo restasse in carica fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2027, Meloni diventerebbe la prima presidente del Consiglio a governare l’Italia per cinque anni consecutivi senza mai aprire una crisi di governo. Una presidenza capace di superare indenne crisi interne e l’ostacolo di tesi passaggi politici, su tutti il delicato referendum costituzionale sulla separazione delle carriere nella magistratura svoltosi nel marzo 2026.Il cortocircuito Labour e il destino di Westminster.A Londra, la situazione per Keir Starmer si è fatta via via sempre più complessa. Tra le polemiche per i passati legami tra l’ex ambasciatore Lord Mandelson e il finanziere Jeffrey Epstein, un’economia stagnante e le pesanti batoste alle elezioni amministrative, la leadership ha subito scossoni durissimi. La pressione della corrente progressista, guidata dal sindaco di Manchester Andy Burnham, ha aperto una faglia profonda all’interno dei laburisti, logorando la parabola di Starmer e costringendolo infine alle dimissioni lo scorso 22 giugno. Un epilogo arrivato a dieci anni quasi esatti dal famigerato referendum sulla Brexit.Mentre in Italia, almeno per questa legislatura, non appare all’orizzonte una leadership alternativa capace di insidiare Meloni, complici le divisioni strutturali nel “campo largo” tra Elly Schlein, Giuseppe Conte e le fronde riformiste, nel Regno Unito le opzioni post-Starmer sono già emerse, sia dentro che fuori il Labour. Il futuro di Downing Street si gioca ora sulla capacità dei laburisti di rigenerarsi o di subire il definitivo sorpasso della destra populista di Nigel Farage. Il leader di Reform UK, l’uomo che più di tutti ha incarnato lo spirito della Brexit, guida oggi le intenzioni di voto a livello nazionale (dati Politico) e punta dritto alle elezioni generali del 2029.Verso le urne.Tra circa tre anni, resta da vedere se Farage riuscirà a disinnescare la trappola del first-past-the-post: un sistema che rischia di tradurre il boom di percentuali nazionali in una manciata di seggi a Westminster se i voti rimarranno dispersi sul territorio nazionale senza concentrarsi nei singoli collegi.In Italia la sfida elettorale si consumerà tra un anno. Da un lato la coalizione di centrodestra, composta da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega, dall’altro il centrosinistra guidato dall’asse Partito Democratico-Movimento 5 Stelle-Alleanza Verdi e Sinistra. Nei sondaggi, il partito della premier resta saldamente in testa con il 27,6% dei consensi (dati YouTrend), conservando un vantaggio di oltre sei punti sul Partito Democratico, fermo al 21,3%.I veri equilibri della prossima campagna elettorale dipenderanno dalla capacità dei due poli di attrarre le “mine vaganti” del panorama politico: da un lato Futuro Nazionale di Vannacci, che veleggia poco sotto il 6% insidiando la Lega, dall’altro Italia Viva di Renzi, stimata intorno al 2% ma potenzialmente capace di fare da catalizzatore per l’area riformista.Se nel centrodestra Meloni resta la leader incontrastata, nel centrosinistra regna ancora l’incertezza sui nomi e sulle modalità di scelta del candidato premier. Per il momento, l’Italia sperimenta un’insolita stagione di stabilità governativa, mentre il Regno Unito affronta una profonda crisi di identità politica. E questa, nell’atlante politico europeo, è già di per sé una notizia.