A Roma il verde non si cura: si vernicia. È questa la fotografia, amara e quasi grottesca, che arriva da largo Maresciallo Giardino, zona Foro Italico, dove il Campidoglio aveva appena celebrato la riqualificazione di un’aiuola presentata come piccolo gioiello urbano, laboratorio di biodiversità, simbolo della nuova sensibilità ambientale della Capitale. Video social, immagini patinate, prato brillante, sorrisi istituzionali. Tutto perfetto, almeno nella cornice.Poi, però, come spesso accade, qualcuno è andato a vedere da vicino. Daniele Giannini, esponente della Lega, è tornato sul posto e ha denunciato quello che, se confermato, avrebbe dell’incredibile: l’erba dell’aiuola sarebbe stata pitturata di verde. Non semplicemente curata, non rinvigorita, non irrigata. Pitturata. Una mano di colore verde acceso, quasi fluorescente, stesa sul prato per restituire all’obiettivo del telefonino quell’effetto “natura rigogliosa” che tanto piace alla politica da social network.Il punto non è soltanto estetico, anche se già l’estetica racconta molto. Perché una città può avere buche, rifiuti, traffico, alberi malati, marciapiedi dissestati, giardini abbandonati, ma se l’inquadratura viene bene allora il problema, nella nuova amministrazione dell’immagine, sembra risolto. Il verde non c’è? Lo si simula. Il prato non è abbastanza brillante? Lo si colora. L’importante è che la foto funzioni, che il post giri, che il video dell’inaugurazione restituisca l’idea di una città che cambia. Poi, a qualche metro di distanza dalla telecamera, resta la realtà. “Era una presa in giro per tutti i cittadini di Roma”, la denuncia di Giannini, che parla apertamente di “propaganda fasulla”. “Noi vi abbiamo smascherato, io mi nasconderei dalla vergogna”, ha rincarato la dose, senza utilizzare troppi giri di parole: “Dopo una settimana questo progetto è già fallito”.L’assessora Sabrina Alfonsi aveva inserito l’intervento nel più ampio “Piano aiuole”, un progetto da 5 milioni di euro per riqualificare 21 aree all’interno dell’anello ferroviario. L’obiettivo dichiarato è nobile: riportare natura, biodiversità e qualità ambientale nei luoghi quotidiani della città, migliorare il microclima, assorbire particolato, creare habitat per insetti impollinatori. Parole alte, altissime. Peccato che la denuncia di Giannini, ora, apra una domanda molto semplice: che idea di ambiente è quella che ha bisogno della vernice per sembrare verde?Secondo quanto denunciato, la sostanza utilizzata non sarebbe stata ancora identificata. Non è chiaro se sia innocua, se possa essere dannosa per il terreno, per gli animali, per gli insetti, per chi frequenta l’area. Difficile anche solo immaginarlo, sia chiaro. Ma al momento non sono arrivate risposte. Non è chiaro nemmeno chi abbia deciso di usarla, con quali autorizzazioni e con quale finalità. Di chiaro, almeno dalle immagini circolate, ci sarebbe lo spettacolo poco edificante dei marmi attorno all’aiuola macchiati dagli schizzi dello stesso colore. Il verde sostenibile che finisce sul travertino: una metafora quasi perfetta.Leggi anche:C’è un rischio enorme se Gualtieri vince di nuovo le elezioniNaturalmente, prima di emettere sentenze, serviranno chiarimenti. Il Comune dovrà spiegare se davvero si tratti di vernice, che prodotto sia stato impiegato, se sia compatibile con un intervento di rinaturalizzazione e se questa pratica fosse prevista nel progetto. Perché una cosa è utilizzare tecniche temporanee, traccianti o prodotti agricoli certificati, altra cosa è spacciare per rigenerazione ambientale un maquillage da set fotografico. La differenza non è sottile. È enorme.Eppure la vicenda colpisce proprio perché si inserisce in un clima politico ormai noto. Da anni Roma viene raccontata come laboratorio della transizione ecologica: fasce verdi, Ztl, limiti di velocità, ciclabili, divieti, piani ambientali, campagne sulla sostenibilità. Il cittadino viene educato, limitato, multato, corretto. Gli si spiega che deve cambiare abitudini, lasciare l’auto, accettare restrizioni, convivere con nuove regole in nome del clima e dell’ambiente. Poi però, quando tocca all’amministrazione dimostrare concretamente cosa significhi cura del verde, arriva il sospetto del prato pitturato.È qui che la questione diventa politica. Perché non si discute una singola aiuola, per quanto simbolica. Si discute un modo di governare: quello che sostituisce la manutenzione con la narrazione, il lavoro silenzioso con l’inaugurazione, la sostanza con l’effetto scenico. Roma non ha bisogno di un verde da brochure. Ha bisogno di alberi curati, parchi sicuri, pinete protette, giardini manutenuti, spartitraffico vivi e non abbandonati fino alla prossima cerimonia. Ha bisogno di meno slogan e più giardinieri, meno video e più responsabilità.Il paradosso è che proprio questa aiuola era stata presentata come un piccolo ecosistema urbano, con alberature, arbusti, piante da fiore, essenze pensate per dialogare con la flora romana e attrarre biodiversità. Un progetto che, sulla carta, aveva perfino un’ambizione interessante: trasformare un non luogo immerso nel traffico in uno spazio da guardare e custodire. Ma se la prima immagine che resta nella memoria dei romani è quella dell’erba colorata artificialmente, allora qualcosa è andato storto non solo nella realizzazione, ma nella credibilità del racconto.Se la denuncia sarà confermata, largo Maresciallo Giardino rischia di diventare il simbolo perfetto dell’ambientalismo all’italiana versione Capitale: severissimo con i cittadini, indulgente con se stesso. Pronto a predicare biodiversità, salvo poi colorare il prato quando la natura non viene abbastanza bene in video. A Roma, ormai, il verde non deve necessariamente crescere. Basta che sembri verde.Massimo Balsamo, 4 luglio 2026L'articolo “Hanno pitturato l’erba”. L’accusa al sindaco Gualtieri: è green, ma solo per gli spot proviene da Nicolaporro.it.