C’è un dato che, indipendentemente dalle appartenenze politiche, appartiene ormai alla storia della Repubblica italiana. Giorgia Meloni, prima donna presidente del Consiglio, è anche alla guida del governo più longevo della nostra storia repubblicana.Un risultato tutt’altro che ordinario in un Paese che ha fatto dell’instabilità politica quasi una propria caratteristica: governi brevi, maggioranze fragili, crisi ricorrenti, programmi iniziati e spesso interrotti prima ancora di poterne verificare gli effetti.L’economiaEppure non si è fatto in tempo a registrare il primato che dalla sinistra è arrivata puntuale la domanda: che cosa è stato fatto in questi quattro anni? È una domanda legittima. È compito dell’opposizione controllare, criticare, contestare chi governa. Ma proprio perché la domanda viene posta, vale la pena rispondere. Non con gli slogan. Con i fatti.L’occupazione ha raggiunto livelli storicamente elevati e la disoccupazione è scesa sensibilmente. Il governo è intervenuto sul cuneo fiscale e sull’Irpef, ha modificato il sistema del reddito di cittadinanza introducendo strumenti differenti, ha adottato provvedimenti in materia di sicurezza e immigrazione e ha perseguito una linea di maggiore disciplina dei conti pubblici.Naturalmente non tutto è risolto. La crescita italiana rimane troppo debole, i salari rappresentano ancora uno dei nodi più urgenti, la sanità necessita di risposte strutturali, il costo della vita pesa sulle famiglie, la natalità continua a precipitare e il debito pubblico rimane una delle grandi vulnerabilità del nostro Paese. Riconoscerlo non indebolisce un’analisi. La rende credibile.La politica internazionaleMa c’è un altro terreno sul quale questi anni meritano di essere osservati: la politica internazionale. Giorgia Meloni ha costruito una rete di relazioni che ha progressivamente rafforzato la sua presenza nei principali tavoli internazionali. Stati Uniti, Unione europea, Nato, G7, rapporti con il Mediterraneo, dialogo con l’Africa e con le grandi economie mondiali: piaccia o meno la sua impostazione politica, l’Italia ha cercato di presentarsi con una voce riconoscibile. E questo conta.Perché le relazioni internazionali non sono fotografie, strette di mano o occasioni per alimentare il prestigio personale di chi governa. Sono uno degli strumenti attraverso i quali si difendono gli interessi economici, strategici e industriali di una nazione. È questa, a mio avviso, la distinzione fondamentale.La politica estera non dovrebbe mai essere utilizzata come patrimonio personale del potente di turno, né diventare terreno sul quale prosperano interessi privati, di partito o di gruppi di potere. Le relazioni costruite grazie al ruolo istituzionale appartengono al Paese e devono produrre opportunità per il Paese.L’Italia ha bisogno di relazioni internazionali capaci di aprire mercati alle proprie imprese, tutelare il Made in Italy, attrarre investimenti, garantire approvvigionamenti energetici, rafforzare la sicurezza e offrire alle nostre eccellenze maggiore spazio nel mondo.Non servono relazioni costruite per riempire rubriche telefoniche personali da utilizzare quando termina un mandato. Servono ponti che rimangano all’Italia. Ed è su questo che dovrebbe essere misurata qualsiasi politica estera: non su chi conosce il presidente del Consiglio, ma su ciò che quelle relazioni riescono a ottenere per gli italiani.In questi anni il governo Meloni ha attribuito particolare importanza anche al Mediterraneo e all’Africa, facendo del Piano Mattei uno degli assi della propria strategia internazionale. Se riuscirà a produrre risultati duraturi dovrà essere giudicato nel tempo. Ma l’idea che l’Italia debba tornare a utilizzare la propria posizione geografica e politica come una risorsa strategica, anziché considerarla soltanto una fragilità, merita attenzione.E l’opposizione che ha fatto?E allora torniamo alla domanda dell’opposizione. Che cosa avete fatto in quattro anni? È giusto chiederlo. Ma sarebbe altrettanto giusto domandare: quale alternativa avete costruito in quattro anni?Perché una democrazia non vive soltanto della qualità della maggioranza. Vive anche della credibilità dell’alternativa. Dire che tutto è sbagliato, che nulla è stato realizzato e che questi anni sono stati semplicemente perduti può funzionare in un comizio. Molto meno quando si pretende di analizzare seriamente un Paese.Anche la stabilità una colpa?C’è poi un dato politico difficilmente contestabile: Giorgia Meloni è riuscita a mantenere unita una coalizione e a garantire una continuità di governo che l’Italia raramente ha conosciuto. Non è poco. Non significa che governare a lungo equivalga automaticamente a governare bene. Significa però che la stabilità è stata raggiunta.E forse proprio questo dovrebbe interessare anche chi non voterebbe mai Giorgia Meloni. Per decenni abbiamo rimproverato alla politica italiana governi troppo brevi, crisi continue, maggioranze costruite e disfatte nei palazzi, programmi interrotti. Adesso che un governo dura, possiamo e dobbiamo criticarne le scelte. Ma sarebbe paradossale trasformare anche la stabilità in una colpa.Prima donna a Palazzo ChigiPoi c’è qualcosa che va oltre la contrapposizione tra destra e sinistra. Giorgia Meloni è una donna. Quando arrivò a Palazzo Chigi nel 2022 infranse un soffitto di cristallo che aveva resistito per tutta la storia repubblicana. L’Italia aveva avuto donne ai vertici delle istituzioni, del Parlamento e dei ministeri, ma mai una donna presidente del Consiglio.Quasi quattro anni dopo quella donna non è soltanto ancora lì. È alla guida del governo più longevo della Repubblica. E qui, forse, una parte della politica dovrebbe avere la capacità di riconoscere il significato storico del momento. Si può essere radicalmente contrari alle idee di Giorgia Meloni e riconoscere contemporaneamente ciò che rappresenta il fatto che una donna abbia raggiunto e mantenuto il vertice del potere esecutivo italiano.Le conquiste femminili dovrebbero essere riconosciute anche quando la donna che conquista quel posto non appartiene alla nostra parte politica. Altrimenti rischiamo un curioso paradosso: difendere l’emancipazione femminile soltanto quando le donne emancipate la pensano come noi. Il valore simbolico di questo passaggio, invece, appartiene a tutte.Una bambina che oggi guarda Palazzo Chigi cresce in un’Italia nella quale sapere che una donna può guidare il governo non è più un’aspirazione o una promessa. È un precedente. È già accaduto.La stabilità non bastaNaturalmente rimane aperta la questione decisiva. La stabilità non basta. Avere avuto più tempo degli altri significa anche avere meno alibi degli altri. Quasi quattro anni di governo impongono di rispondere delle cose fatte, ma anche di quelle non fatte.È qui che Giorgia Meloni dovrà giocare la parte finale della legislatura. Perché il vero primato non sarà aver occupato Palazzo Chigi più a lungo degli altri. Sarà dimostrare di avere utilizzato quel tempo.E alla sinistra che domanda “che cosa avete fatto in quattro anni?” si può rispondere senza timore e senza tifoserie: guardiamo i numeri, discutiamo i risultati, riconosciamo gli errori e confrontiamo le alternative. Ma facciamolo sui fatti.Perché liquidare quattro anni con una battuta non è opposizione. È rinunciare all’analisi. E riconosciamo un dato che nessuna polemica può cancellare: per la prima volta una donna ha guidato l’Italia e lo ha fatto più a lungo di qualunque presidente del Consiglio l’abbia preceduta alla guida di un singolo esecutivo. La si può sostenere o contestare. Ma questo, ormai, è storia.L'articolo Giorgia Meloni: il primato di una donna. Ma qualcuno vorrebbe cancellarlo proviene da Nicolaporro.it.