E se fossero le regole per rendere il calcio più sostenibile a cristallizzare il vantaggio economico e competitivo dei grandi club rispetto alla concorrenza? Il tema è di quelli controversi, e non solo per le implicazioni economico-finanziarie che porta con sé. Si tratta di un’analisi che va di pari passo con i cambiamenti regolamentari che, come vedremo, influenzano, molto più di quanto possa apparire, e in via collaterale, anche i risultati di campo. Sul fronte europeo, in questo senso, non ci sono dubbi: la partita si gioca sul filo del Fair Play Finanziario e, più in particolare, sullo Squad Cost Ratio, regola già applicata progressivamente a partire dalla stagione 2023/2024 e che, attualmente, impone ai club partecipanti alle coppe di mantenere un costo della rosa entro i limiti del 70% dei ricavi rilevanti, considerando al contempo gli stipendi di giocatori e tecnici, gli ammortamenti dei cartellini e i costi di agenti e intermediari.È dunque il FPF, con le sue sfaccettature, a determinare i confini entro i quali i club possono operare, con un limite tuttavia tutt’altro che trascurabile: da una parte, infatti, se la regola nasce per imporre ai club il rispetto di alcuni parametri economici non negoziabili (quelli citati qualche riga più su), dall’altra, è sempre la stessa che “premia”, a livello regolamentare, la capacità di generare ricavi. In questo stato di cose, non poteva mancare una crescente tensione strutturale che separa le grandi del calcio continentale, capaci di generare volumi enormi di entrate, dal resto delle contendenti.Non vince chi può spendere di più solo un anno. Vince chi può farlo sempreLa Premier League, da questo punto di vista, è un caso piuttosto emblematico: secondo le stime, nel 2024/25, i club inglesi hanno prodotto complessivamente 6,8 miliardi di sterline; tuttavia, quasi il 73% dei ricavi commerciali della Lega è generato dai sei grandi club del calcio inglese, tra cui Tottenham, Liverpool, Arsenal, Chelsea, Manchester United e Manchester City. Il meccanismo che genera un vantaggio competitivo per le big del calcio d’Oltremanica si basa dunque sull’enorme concentrazione di una delle tre principali direttrici di ricavo, proprio quella commerciale: assorbirne una quota prossima ai tre quarti, ogni anno, significa in proporzione una maggiore capacità di spesa, una rosa più forte, maggiori probabilità di qualificarsi alle coppe e così via, in una dinamica che tendenzialmente permette alle società più importanti di migliorare in maniera incrementale i risultati sportivi ed economici.Ma a emergere è anche un altro dato altrettanto significativo: infatti, non è necessariamente il club che spende di più in una singola stagione ad avere più possibilità di raggiungere il risultato sportivo; è quello che, al contrario, possiede un’architettura economica tale da tracciare un solco sulla concorrenza, stagione dopo stagione. Salari e ammortamenti elevati, grandi investimenti sul mercato, strutture sportive, scouting, settore giovanile, infrastrutture, stadi. Il tutto sostenuto da una struttura economica in grado di replicare gli investimenti nel tempo. La questione dunque non è di barare, aggirare o esserne al di sopra: con queste regole, al grande club potrebbero bastare fatturati e organizzazione superiori per disporre di un vantaggio difficilmente colmabile.Ma è sempre il campionato inglese a rappresentare il caso studio più interessante. Gli inglesi infatti, a partire da questa stagione, hanno introdotto un sistema di controllo del costo della rosa basato su una Green Threshold pari all’85% dei ricavi calcistici rilevanti, per dare la possibilità ai club non impegnati nelle coppe di competere con quelli che invece ricevono ricavi aggiuntivi dovuti alla partecipazione alle competizioni europee. Un’ammissione implicita da parte della stessa Lega che, almeno nelle intenzioni, vuole essere a supporto dei club che, senza gli introiti derivanti dalla partecipazione alla Champions League, avrebbero poi l’obbligo di ridurre eccessivamente il costo della rosa (con il rischio di entrare in una spirale negativa). Tuttavia, tutto questo non risolverebbe il problema, anzi: la qualificazione alla massima competizione europea rappresenterebbe proprio una delle variabili più decisive per ampliare il gap economico e finanziario tra le parti in gioco. Accedere o meno alla League Phase di Champions League, infatti, potrebbe ampliare la forbice tra club a causa dell’effetto “San Matteo”, un effetto moltiplicatore che tende a favorire chi ha già un vantaggio proprio sul piano delle possibilità di spesa.Facendo un rapido calcolo, ad esempio, se un club oggi incassa 500 milioni, il costo rosa potrebbe arrivare fino a 425 milioni (considerando sempre come base la soglia dell’85%). Dopo un anno, con la qualificazione alla Champions League, il costo rosa teoricamente sostenibile potrebbe arrivare fino a 510 milioni (ipotizzando ricavi per 600). Viceversa, chi oggi può spenderne solo 127,5 (l’85% di 150 milioni) e non ottiene la qualificazione europea, vedrà il suo margine competitivo erodersi ulteriormente, a causa di un potere economico rimasto praticamente invariato.Il differenziale teorico nella capacità di sostenere il costo rosa è del resto evidente: se nel primo caso sarebbe pari a 297,5 milioni (425-127,5), nel secondo salirebbe a ben 382,5 milioni (510-127,5), con un margine tra l’una e l’altra stagione di 85 milioni di euro. Il significato dell’effetto San Matteo è tutto qui: per un club, una stagione negativa caratterizzata da investimenti incapaci di reggere il peso della concorrenza rischia di avere effetti che si propagano nelle stagioni successive: incassi UEFA a parte, a mancare inoltre sarebbe la forte esposizione internazionale del marchio, la capacità di attrarre giocatori determinanti e, di conseguenza, una ridotta possibilità di mantenere un costo rosa più elevato.E qui arriva il vero problema: la meritocrazia sportivaL’obiezione più naturale a questo stato di cose sarebbe semplicemente una: chi produce più ricavi ha il “diritto” di sostenere maggiori costi legati alla rosa. Certamente. Ma allora nasce una domanda: quanto deve essere “aperta” una competizione sportiva? Perché nel calcio esiste una tensione strutturale tra due principi: la meritocrazia economica e la meritocrazia sportiva. E il discorso si complica nel momento in cui il primo domina nettamente sul secondo.Il caso del Brighton è quello che spiega meglio il concetto. Non perché sia il club in assoluto più “povero”, ma perché rappresenta il modello opposto a quello di chi invece può mettere pesantemente le mani nel portafogli. Il club inglese infatti crea il suo vantaggio competitivo attraverso una serie di attività molto focalizzate: scouting, analisi dati, sviluppo giocatori, acquisti a basso costo, valorizzazione, rivendita. È un sistema che funziona. Ma è anche un sistema che, indirettamente, continua a favorire lo status quo e i grandi club che, attraverso il denaro, possono intervenire sui rapporti di forza della Lega acquistando i migliori giocatori del campionato. Di conseguenza, anche il mercato dei trasferimenti può diventare un meccanismo attraverso il quale il capitale si concentra verso l’alto.Il caso ChelseaCome già ampiamente sottolineato, non necessariamente il FPF impedisce di investire: cambia invece il modo in cui l’investimento viene effettuato e contabilizzato. Le nuove norme UEFA infatti hanno reso ancora più importante il rapporto tra il costo del cartellino, la durata del contratto e l’ammortamento annuale. Si può dire dunque che il Chelsea è un po’ il Brighton, ma con una logica opposta: acquistare anziché scoprire, investire anziché sviluppare. Ma i blues hanno fatto di più, facendo propria una “strategia” che, prima della stretta della UEFA, consentiva al club di ottenere competitività adottando un modello di gestione dei trasferimenti del tutto peculiare. In poche parole, il club londinese, soprattutto nelle prime sessioni di mercato, utilizzava la possibilità di sottoscrivere contratti a lunghissima scadenza per ridurre l’impatto degli ammortamenti sui costi di bilancio.Ad esempio, gli otto anni e mezzo di contratto sottoscritti con il centrocampista argentino Enzo Fernández consentivano al Chelsea di distribuire comodamente il costo del cartellino dell’ex campione del mondo (121 milioni di euro versati al Benfica come clausola rescissoria) prima che la UEFA introducesse una limitazione alla durata del periodo di ammortamento (fissandolo ad un massimo di cinque anni) per evitare che l’impatto economico dei trasferimenti venisse diluito indefinitamente. Una struttura finanziaria, quella creata da Boehly, chiaramente basata sulla capacità di sostenere grandi esborsi iniziali, sia attraverso la distribuzione dei costi lungo più esercizi, sia con la successiva monetizzazione della rosa attraverso le cessioni e la realizzazione di plusvalenze, strumenti diventati ancora più rilevanti in un contesto regolamentare divenuto progressivamente più restrittivo.Pertanto, rispetto al Brighton, che crea valore indipendente dal possesso del grande capitale, il club di Londra lo crea “attraverso” il possesso dello stesso: entrambi utilizzano il mercato, ma con capacità finanziarie e strategie completamente diverse. Ecco perché le sanzioni dovute alla violazione dell’SCR impongono una riflessione: le nuove norme hanno cambiato, seppur in parte, il comportamento dei nuovi proprietari dotati di grandi possibilità finanziarie. Perché prima di “comprare” giocatori e prestazioni, c’è bisogno di creare una base di ricavi. È questo il senso della nuova economia del calcio.Il FPF ha impedito ai ricchi di comprare il successo oppure ha stabilito che per comprare il successo bisogna prima diventare ricchi?È un aspetto fondamentale per la nostra analisi. Perché il “vecchio” calcio, quello del mecenatismo imprenditoriale, funzionava attraverso uno schema semplicissimo. La progressione logica infatti era: “proprietario ricco” uguale a “investimenti-nuovi giocatori-risultati-ricavi”. Il nuovo modo di fare calcio tende invece a funzionare molto diversamente: oggi infatti, come già sottolineato, si parte necessariamente da una base consolidata di ricavi per cominciare a ragionare sulla costruzione di una rosa che sia allo stesso tempo vincente e sostenibile.Sono due modelli totalmente differenti: il primo premia le possibilità economiche del proprietario, rendendo centrale la dipendenza del club da capitali che non appartengono direttamente alla società. Il secondo premia invece le capacità di sviluppare i principali asset industriali: infrastrutture, politiche espansive in nuovi mercati, la ricerca di una fanbase più ampia, la riconoscibilità del marchio, lo scouting. La ricerca di nuovi ricavi in questo senso, non è affatto marginale, ma è il risultato strutturato di una strategia finanziaria che, come già evidenziato in precedenza, dà ragione a chi già ha consolidato una base economica utile ad avviare, replicare e monetizzare un sistema che permetta scalabilità e crescita.Il cambiamento si evidenzia anche nello sviluppo di nuove competenze dirigenziali. Un direttore finanziario di un grande club, oggi, prima di acquisire contrattualmente le prestazioni di un calciatore, deve valutare una serie di variabili economiche di notevole spessore: quanto pagare, quanto offrire di stipendio, quanti anni di contratto, quanto ammortizzare ogni anno, quando vendere, quale valore contabile avrà il giocatore, che tipo di plusvalenza genererà la cessione. In questo senso, il mercato dei trasferimenti diventa quasi un portafoglio di asset, perché a cambiare è la natura stessa del calciatore: un atleta infatti non deve solo segnare gol, fornire assist o difendere una porta. Prima di tutto, dal punto di vista finanziario, è un’attività immateriale dotata sia di un valore contabile che di un valore di mercato.Il paradosso più evidenteSe il sistema si proponeva di impedire ai club di spendere senza controllo, il risultato è stato raggiunto solo in parte; contemporaneamente, ha spinto verso un’eccessiva ingegnerizzazione delle operazioni di mercato. La verità tuttavia, è che il FPF non ha livellato le forze in campo né ha eliminato le disuguaglianze tra piccoli e grandi club. Capitale, ricavi, accesso al credito, mercato internazionale, capacità di valorizzare i giocatori e di fare trading: una big può permettersi di acquistare a 50 milioni e rivendere a 100, oppure di acquistare direttamente il calciatore dal club che lo sta valorizzando, riducendone di conseguenza la competitività tecnica.Come si risolve il gap tra le parti? Al grande club non serve indebolire economicamente quello più piccolo: basta sottrargli il talento per continuare a imporre un dominio tecnico ed economico anche negli anni successivi. Detto questo, rimane chiara una cosa: il FPF potrebbe aver reso più difficile ai “ricchi” comprare direttamente il successo, perché ormai la regola impone che chi più ricava più può spendere. Viceversa, potrebbe aver affermato che, prima di poter comprare un vantaggio, bisogna diventare abbastanza ricchi da poterlo fare ogni anno.