“Stanchezza, isolamento, paura, sofferenza accumulata: che cosa ci insegna la tragedia di Pietralata”

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La tragica notizia dell’omicidio – suicidio dei coniugi Luca Abbasciano e Valentina Pambianco e della loro figlia Bianca di 5 anni con una grave disabilità, avvenuto nei giorni scorsi nel quartiere di Pietralata di Roma, ha costernato l’intera opinione pubblica; terrificante è il movente del gesto: i due genitori, sentendosi soli e abbandonati, non sopportavano, incapaci di far fronte alla situazione della loro bambina. Un gesto estDott.ssa Battain, qual è l’aspetto che reputa maggiormente grave della tragedia di Pietralata?Ogni storia familiare è diversa dall’altra. Al momento non conosciamo tutti gli elementi di questa vicenda e sarebbe sbagliato trarre conclusioni affrettate o attribuire responsabilità senza conoscere a fondo i fatti. La prima cosa che colpisce è che queste tragedie ricordano quanto possa essere pesante il carico che alcune famiglie affrontano ogni giorno. Nell’associazione ABC, che da più di vent’anni supporta bambini con percorsi chirurgici complessi, abbiamo profonda consapevolezza che, quando si convive con una disabilità importante, non va considerata solo la gestione clinica del bambino, ma anche l’impatto emotivo, organizzativo, lavorativo ed economico che coinvolge l’intero nucleo familiare. L’aspetto più grave è la possibilità che una famiglia arrivi a sentirsi sola di fronte a tale carico. Nella nostra esperienza incontriamo genitori che continuano a fare tutto ciò che è necessario per i propri figli, anche quando sono esausti. Per questo è fondamentale che il sistema e la comunità sappiano cogliere i segnali di fragilità prima che la situazione diventi critica.Secondo lei che cosa ha portato i coniugi Abbasciano a compiere un gesto così estremo?Come dicevo, non conosciamo i dettagli di questa vicenda. Possiamo però fare una considerazione generale: quando una famiglia vive per anni accanto a una grave disabilità, si trova a sostenere un carico enorme a livello psicologico, pratico, economico ed anche sociale. Se a questo si aggiungono isolamento, mancanza di supporto o difficoltà nel chiedere aiuto, la sofferenza rischia di diventare davvero intensa. Per questo credo sia importante interrogarci su come riconoscere e sostenere per tempo le famiglie più fragili, prima che si sentano sole di fronte a problemi che appaiono più grandi delle loro forze.L’omicidio – suicidio è più facilmente attribuirle a un momento di estremo sconforto, o a una “decisione – soluzione” maturata nel tempo?Credo che l’omicidio-suicidio non possa essere ridotto ad un solo “attimo di sconforto”. Certamente può esserci un evento scatenante, un momento in cui una persona crolla, ma quel crollo spesso arriva al termine di un percorso molto più lungo, fatto di stanchezza, isolamento, paura e sofferenza accumulata.Da genitore so che esistono giorni in cui la fatica sembra insostenibile. Ma la fatica, da sola, non porta automaticamente a gesti estremi. Quello che dovrebbe interrogarci è ciò che accade quando una persona rimane per mesi o anni senza un adeguato sostegno psicologico, sociale e relazionale, fino a perdere la capacità di immaginare alternative. Il termine “decisione-soluzione”contiene un rischio, quello di far pensare che questa sia una risposta accettabile a una situazione di enorme sofferenza. In realtà siamo di fronte a una tragedia umana che nasce da una condizione di profonda disperazione e di grave compromissione della capacità di vedere altre vie d’uscita. La domanda da porsi è forse un’altra: quali segnali di sofferenza erano presenti prima? Chi li ha visti? Chi ha provato a intervenire? Perché il gesto estremo occupa le cronache per un giorno, mentre gli anni di difficoltà che lo hanno preceduto rimangono invisibili? C’è un aspetto importante a cui questa vicenda ci richiama. La solitudine non è solo una condizione oggettiva, ma anche una percezione soggettiva. Da quanto emerso pubblicamente, questa famiglia non era priva di sostegni istituzionali. Eppure, evidentemente, non è bastato a farla sentire accompagnata.Qual è stata, in base alla sua impressione, la reazione delle istituzioni e del mondo associativo?È giusto che una tragedia come questa susciti dolore e interrogativi. Credo però che il punto non sia tanto la reazione dopo un fatto così drammatico, quanto la capacità di essere presenti prima. Le istituzioni dovrebbero avere un ruolo fondamentale, ma questi eventi ci ricordano quanto sia importante investire non solo nella risposta alle emergenze e alla gestione ordinaria dei casi, ma nell’individuazione precoce delle situazioni di maggiore fragilità. Credo che questa vicenda debba spingerci a rafforzare la collaborazione tra famiglie, istituzioni e Terzo Settore, affinché nessuno si senta solo nel percorso di cura del proprio figlio. Le associazioni, soprattutto quelle che lavorano a stretto contatto con le famiglie come ABC, conoscono bene il rischio dell’isolamento percepito e da anni cercano di costruire reti di supporto, ascolto e accompagnamento.Quali possono essere le possibili soluzioni, affinché episodi simili non si verifichino più?Non esiste una soluzione unica, ma urge realizzare un sistema integrato in cui le istituzioni, all’interno del sistema sanitario territoriale creino possibilità concrete di supporto. Ad esempio, attraverso un referente che coordini i servizi e aiuti i genitori a orientarsi tra sanità, scuola, assistenza e Terzo Settore. È fondamentale non concentrarsi soltanto sul bambino, nel caso specifico Bianca era affetta da una malattia grave ed incurabile, ma monitorare il benessere dell’intero nucleo familiare. Quando il carico assistenziale è molto elevato, il sostegno psicologico e sociale dovrebbe essere proposto in modo sistematico, senza aspettare che siano i genitori a chiederlo. In ABC Bambini Chirurgici lavoriamo su questi temi da oltre vent’anni e sappiamo, anche grazie ai monitoraggi e alle ricerche che abbiamo condotto, che il bisogno non sempre viene espresso. Alle volte le famiglie più in difficoltà sono quelle che non chiedono aiuto, perché non hanno le energie o la consapevolezza di averne bisogno. Le associazioni, le reti territoriali e i gruppi di mutuo aiuto possono svolgere un ruolo importante nell’intercettare situazioni di fragilità. Infine, c’è anche una responsabilità che riguarda ciascuno di noi. Come singole persone ognuno può fare la propria parte: offrire ascolto, non con un gesto di pietismo ma di umana vicinanza. A volte è proprio la presenza di una comunità attenta a fare la differenza, assieme alle istituzioni che investono concretamente, non solo a parole, attraverso forme di supporto.