di Giuseppe Gagliano – Gli Stati Uniti hanno assunto una partecipazione indiretta nel settore petrolifero venezuelano attraverso una società privata, senza acquisire quote della compagnia statale PDVSA. L’accordo annunciato dall’amministrazione Trump attribuisce infatti all’Ufficio per il capitale strategico del Pentagono il diritto a una partecipazione del 35 per cento nella North American Blue Energy Partners, società controllata dall’imprenditore venezuelano Alejandro Betancourt.La posizione americana è stata costruita attraverso strumenti finanziari esercitabili a condizioni particolarmente favorevoli, che permetterebbero a Washington di trasformare tali diritti in una quota societaria e di beneficiare economicamente dell’operazione.Parallelamente, le autorità venezuelane guidate da Delcy Rodríguez hanno concesso alla società diritti di lunghissima durata su 17 giacimenti con riserve complessive stimate in circa 65 miliardi di barili.Gli Stati Uniti potranno acquistare una parte della produzione a condizioni privilegiate e avrebbero inoltre un diritto preferenziale sulla quota restante. Non si tratta quindi di una nazionalizzazione americana del settore petrolifero venezuelano, ma di un sistema che garantisce a Washington un’influenza significativa sulla produzione, sulla destinazione del greggio e sui flussi finanziari collegati.L’accordo presenta una chiara dimensione geopolitica. La Casa Bianca lo inserisce nella strategia volta a ridurre l’influenza di potenze esterne considerate ostili nell’emisfero occidentale. Alcuni dei giacimenti coinvolti erano infatti precedentemente legati a interessi russi e cinesi.L’obiettivo di ridimensionare la presenza di Mosca e Pechino nel settore energetico venezuelano emerge quindi chiaramente. Più prudente deve essere invece il riferimento all’Iran: Teheran ha sviluppato negli anni una significativa cooperazione energetica e militare con Caracas, ma il suo contenimento non risulta necessariamente indicato come finalità specifica dell’operazione petrolifera.L’aspetto più innovativo riguarda comunque il ruolo diretto del Pentagono. L’apparato della Difesa americana non si limita più a proteggere le rotte energetiche o a sostenere la politica delle sanzioni, ma acquisisce un interesse economico collegato alla produzione petrolifera di un altro Paese.Politica estera, sicurezza nazionale e partecipazione finanziaria finiscono così per sovrapporsi. La presenza americana nel settore energetico venezuelano assume un carattere diverso rispetto alle tradizionali licenze concesse alle compagnie private.La nuova architettura è stata definita dopo la rimozione di Nicolás Maduro e il successivo riassetto politico di Caracas. La sequenza degli eventi mostra come pressione militare, controllo delle esportazioni e riorganizzazione del settore energetico siano ormai strettamente collegati nella strategia americana verso il Venezuela.Delcy Rodríguez, alla guida delle autorità provvisorie, non appare tuttavia come un soggetto completamente passivo. Caracas ha bisogno di investimenti, tecnologia, accesso ai mercati internazionali e progressivo allentamento delle restrizioni economiche. Washington, dal canto suo, necessita di un’autorità locale capace di mantenere il funzionamento dello Stato e garantire continuità amministrativa.Il risultato è un compromesso pragmatico. Gli Stati Uniti mantengono per il momento una parte delle strutture politiche e amministrative esistenti, mentre Caracas accetta condizioni energetiche favorevoli agli interessi americani in cambio della possibilità di rilanciare un settore petrolifero fortemente indebolito.Resta però aperta la questione della legittimità e della durata delle concessioni. Accordi centennali concessi da un governo provvisorio potrebbero essere contestati da future amministrazioni venezuelane, mentre negli Stati Uniti sono emersi interrogativi sul fondamento giuridico di una partecipazione del Pentagono in una società privata operante nel settore petrolifero.Nel nuovo assetto trova spazio anche l’Italia. Eni e PDVSA hanno firmato il 2 settembre un accordo della durata di 25 anni relativo a Junín 5, uno dei grandi giacimenti di petrolio pesante della Fascia dell’Orinoco.L’intesa assegna a Eni un ruolo operativo centrale nella gestione tecnica, finanziaria e commerciale del progetto. Le riserve certificate del giacimento sono stimate in circa 35 miliardi di barili, mentre la produzione attuale rimane molto inferiore alle potenzialità.Il piano prevede investimenti consistenti e punta ad aumentare sensibilmente l’estrazione entro la fine del decennio. L’obiettivo indicato è particolarmente ambizioso e dipenderà dalla capacità di riattivare infrastrutture, attrarre capitali e garantire condizioni operative stabili.Per Eni l’accordo ha anche un valore finanziario. PDVSA mantiene infatti esposizioni debitorie significative nei confronti della società italiana e delle attività collegate al giacimento di gas Perla. L’aumento della produzione può quindi contribuire a generare i flussi necessari al recupero di una parte dei crediti.Per l’Italia il ritorno di Eni in Venezuela rappresenta inoltre un’opportunità di diversificazione energetica. Roma può rafforzare l’accesso a una delle maggiori riserve mondiali di greggio, riducendo parzialmente la dipendenza da altre aree caratterizzate da elevata instabilità geopolitica.La possibilità di operare dipende tuttavia dal nuovo quadro politico e sanzionatorio costruito da Washington. L’ingresso italiano avviene quindi all’interno di una più ampia architettura americana che mantiene il controllo delle principali condizioni strategiche.Le dimensioni delle riserve venezuelane non devono comunque essere confuse con la disponibilità immediata di petrolio. Gran parte del greggio della Fascia dell’Orinoco è pesante e richiede investimenti considerevoli per estrazione, trasporto e trattamento.Le infrastrutture hanno inoltre bisogno di manutenzione e modernizzazione, mentre la capacità delle raffinerie in grado di lavorare questi tipi di greggio costituisce un ulteriore limite. Le cifre annunciate sugli investimenti dovranno quindi essere confrontate con il capitale effettivamente impiegato nei prossimi anni.L’operazione non determinerà necessariamente una rapida riduzione dei prezzi energetici negli Stati Uniti. Il suo significato principale è strategico: Washington punta a riportare sotto influenza occidentale una parte rilevante delle riserve venezuelane e contemporaneamente a limitarne l’accesso a Cina e Russia.Il nuovo quadro mostra quindi un cambiamento sostanziale nella politica americana verso Caracas. Gli Stati Uniti non vogliono più soltanto stabilire attraverso sanzioni e licenze chi possa acquistare il petrolio venezuelano, ma acquisire una partecipazione economica diretta nelle società che ne organizzano lo sfruttamento e condizionare la destinazione futura della produzione.