La guerra che Trump vorrebbe dichiarare finita non è finita: analisi di una contraddizione

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di Yari Lepre Marrani – C’è una contraddizione, nelle ultime ore della crisi americana con l’Iran, che vale più di molte dichiarazioni ufficiali. Donald Trump valuta la possibilità di dichiarare conclusa la guerra, ne ha discusso con i suoi consiglieri più stretti e continua a presentare la campagna militare americana come un’operazione nella quale gli Stati Uniti avrebbero ottenuto risultati decisivi. E tuttavia, contemporaneamente, Washington mantiene nel Golfo e nel Medio Oriente una presenza militare di circa 50 mila uomini, ha prolungato il dispiegamento di importanti forze navali e continua ad applicare un blocco marittimo contro l’Iran.Questa non è la situazione di una guerra conclusa. È, più precisamente, la situazione di una guerra che Washington vorrebbe poter definire conclusa senza rinunciare agli strumenti coercitivi che le permettono di continuare a esercitare pressione su Teheran.La distinzione non è semantica. È politica.Il Comando centrale americano ha comunicato che, al 3 settembre, le proprie forze hanno reindirizzato 87 navi commerciali, immobilizzato tre imbarcazioni e abbordato altre due nell’ambito dell’applicazione del blocco contro l’Iran. Una simile attività non appartiene alla fisiologia di un dopoguerra: è una forma di coercizione militare tuttora esercitata sul traffico commerciale.E il problema è che il blocco americano non agisce su una periferia irrilevante dell’economia mondiale. Lo Stretto di Hormuz è uno dei grandi colli di bottiglia energetici del pianeta. Nel 2024 vi sono transitati mediamente circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa un quinto del consumo mondiale di prodotti petroliferi; nel primo semestre 2025 il flusso è stato ancora superiore ai 20 milioni di barili al giorno. Attraverso Hormuz passa inoltre oltre un quinto del commercio mondiale di GNL.È dunque difficile sostenere che la guerra possa essere considerata politicamente “finita” mentre la principale arteria energetica della regione rimane sottoposta a una competizione militare fra Stati Uniti e Iran.Il punto debole della teoria della vittoria americana.La questione centrale è capire che cosa Washington intendesse ottenere dalla guerra.Se l’obiettivo fosse stato semplicemente distruggere infrastrutture militari iraniane, colpire le capacità missilistiche e ridurre temporaneamente il potenziale offensivo della Repubblica islamica, allora gli Stati Uniti possono rivendicare risultati importanti. Le forze iraniane hanno subito perdite e l’economia iraniana è sottoposta a una pressione straordinaria. Secondo dati citati da Reuters, il blocco navale ha portato le esportazioni petrolifere iraniane da circa 2 milioni di barili al giorno a marzo a appena 220-255 mila ad agosto.Ma una guerra non si giudica soltanto dalla quantità di infrastrutture distrutte. Si giudica dalla trasformazione politica che riesce o non riesce a produrre.Ed è qui che il problema iraniano rimane aperto. L’errore sarebbe confondere la vulnerabilità materiale dell’Iran con il collasso del suo sistema politico. Sono due fenomeni diversi.I Pasdaran, cioè il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, non sono semplicemente un esercito. Sono una delle architetture fondamentali dello Stato iraniano. Nati nel 1979 come strumento di protezione della rivoluzione khomeinista e concepiti anche come contrappeso all’esercito regolare, sono progressivamente diventati un’organizzazione militare, economica, politica e di sicurezza interna. Rispondono direttamente alla Guida suprema e dispongono di una rete che comprende le forze Basij, le strutture economiche collegate al Corpo e la proiezione regionale attraverso la Forza Quds.Questa storia è fondamentale per comprendere il presente.La Repubblica Islamica non nacque come una democrazia liberale nella quale le forze armate furono semplicemente subordinate al potere civile. La Costituzione del nuovo regime costruì fin dall’inizio una doppia architettura: istituzioni elettive da una parte, autorità religiosa e organismi rivoluzionari dall’altra. Il principio della velayat-e faqih, la tutela del giurista islamico, collocò la Guida suprema al vertice del sistema.I Pasdaran sono cresciuti dentro questa architettura.La guerra Iran-Iraq del 1980-1988 ne consolidò la legittimità militare. La ricostruzione successiva trasformò progressivamente il Corpo anche in un grande attore economico. Negli anni successivi la sua influenza penetrò nei settori delle costruzioni, dell’energia, delle banche, dei trasporti e del commercio. Le sanzioni occidentali, paradossalmente, contribuirono in alcuni settori ad accrescere il peso delle reti economiche informali controllate o influenzate dai Pasdaran.Il risultato è un’organizzazione che ha qualcosa che molte opposizioni politiche iraniane non possiedono: una catena di comando, risorse autonome, apparati coercitivi, esperienza bellica e accesso diretto ai centri decisionali dello Stato.Per questo è possibile bombardare l’Iran senza necessariamente abbattere il regime iraniano. Anzi, esiste una conseguenza politologica quasi paradossale: più il conflitto esterno si trasforma in una guerra esistenziale contro la Repubblica islamica, più può diventare difficile per le forze riformiste e moderate separarsi dall’apparato di sicurezza.Le analisi successive alla guerra indicano infatti una crescente concentrazione del potere nelle mani degli apparati di sicurezza e di una nuova generazione di comandanti dei Pasdaran. Il Consiglio per le relazioni estere americano ha osservato a sua volta che l’apparato di sicurezza iraniano conserva una notevole profondità organizzativa e che l’IRGC continua a essere profondamente inserito nell’economia e negli strumenti di controllo sociale.Questo è il vero problema strategico per Washington.L’Iran può essere indebolito senza essere sconfitto politicamente.Il fallimento dei negoziati va letto alla luce di questa realtà. Il 17 giugno era stato raggiunto un memorandum d’intesa mediato dal Pakistan, che avrebbe dovuto aprire una fase di 60 giorni destinata a portare a un accordo più ampio. Il memorandum prevedeva la cessazione delle operazioni militari, la riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine del blocco americano entro determinate condizioni e un percorso negoziale comprendente anche il dossier nucleare.Il meccanismo si è però rapidamente deteriorato.Una delle questioni decisive riguardava proprio Hormuz: chi avrebbe avuto l’ultima parola sul passaggio delle navi? E quali sarebbero state le conseguenze di una violazione dell’accordo? Il 25 giugno una nave commerciale battente bandiera di Singapore, la Ever Lovely, fu colpita mentre transitava in prossimità dell’Oman. Washington attribuì l’attacco all’Iran; due giorni dopo gli Stati Uniti colpirono installazioni iraniane sulla costa meridionale. L’Iran rispose attaccando obiettivi militari americani nella regione.Il cessate il fuoco era dunque già diventato un cessate il fuoco senza fiducia.Il 7 luglio Trump dichiarò che l’accordo era “finito”. Il memorandum è poi formalmente scaduto il 17 agosto senza produrre il trattato di pace che avrebbe dovuto seguirlo.Oggi la situazione è ancora più netta. JD Vance ha dichiarato il 3 settembre che gli Stati Uniti non stanno negoziando con l’Iran e che la cessazione del conflitto dipende dal fatto che Teheran smetta di attaccare il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz. Il vicepresidente ha inoltre rifiutato di fissare una scadenza per la fine della crisi.È importante tuttavia non confondere l’assenza di negoziati con l’assenza assoluta di diplomazia. Restano canali indiretti e mediatori, soprattutto attraverso Oman e Pakistan, ma non esiste oggi un processo negoziale diretto e strutturato capace di produrre un cessate il fuoco. Il punto politico è precisamente questo: la diplomazia non è riuscita a diventare il meccanismo principale di gestione della guerra; lo è ancora la coercizione militare. E questo rende prematura qualsiasi dichiarazione di vittoria definitiva.Il costo arriva al distributore.La guerra ha ormai sviluppato un secondo fronte, meno spettacolare ma potenzialmente più importante: quello economico. Il 4 settembre l’Associazione automobilistica AAA ha registrato negli Stati Uniti un prezzo medio nazionale del diesel di 5,850 dollari al gallone, contro i 3,7121 dollari di un anno prima. È il massimo storico della serie AAA.Il dato è particolarmente significativo perché il diesel non è semplicemente un altro carburante per automobili.È il carburante dell’autotrasporto pesante, di una parte essenziale della logistica, dell’agricoltura e dell’edilizia. Un aumento prolungato del diesel entra nei costi di trasporto delle merci, nella produzione agricola, nei cantieri, nella distribuzione alimentare e, attraverso la logistica, in una parte molto ampia dell’inflazione.L’equazione energetica è quindi meno semplice di quanto suggeriscano le dichiarazioni sulla presunta autosufficienza energetica americana. Gli Stati Uniti dipendono relativamente meno di altri grandi consumatori dal petrolio del Golfo. Nel primo semestre 2025, il greggio proveniente dai paesi del Golfo attraverso Hormuz rappresentava circa il 7% delle importazioni americane di greggio e condensati e soltanto il 2% del consumo petrolifero statunitense.Ma il mercato petrolifero non è nazionale.Il prezzo si forma su un mercato globale. Se viene messa in discussione una quota enorme dell’offerta disponibile o se aumenta il premio per il rischio geopolitico, il consumatore americano paga comunque una parte del conto.Il Brent è salito il 3 settembre fino a circa 97 dollari al barile e il WTI oltre 93 dollari, mentre il traffico attraverso Hormuz rimane fortemente ridotto.La guerra contro l’Iran, dunque, produce una forma di paradosso strategico: Washington cerca di strangolare economicamente Teheran, ma più a lungo dura la crisi di Hormuz, maggiore diventa il rischio che il costo della pressione ricada anche sull’economia americana e sui suoi alleati.Israele è il secondo problema.A rendere ancora più difficile una conclusione della guerra è la posizione di Israele.Per Israele, l’Iran non rappresenta semplicemente un problema energetico o nucleare. Rappresenta il centro di una rete regionale che, per decenni, ha sostenuto Hezbollah in Libano, Hamas nei territori palestinesi e altre organizzazioni armate nell’area. La guerra ha quindi sempre avuto per Israele una dimensione più ampia della distruzione delle capacità militari iraniane. È una lotta per ridefinire l’equilibrio strategico dell’intero Medio Oriente.Ma qui emerge la contraddizione.Israele può ottenere vantaggi militari dall’indebolimento iraniano e, contemporaneamente, avere interesse a non vedere rapidamente chiusa la partita finché non ritiene di aver neutralizzato le minacce regionali che considera esistenziali. Il problema è che la guerra iraniana si intreccia con Gaza, e Gaza continua a essere un problema politico non risolto.Il governo Netanyahu è sottoposto a pressioni contraddittorie: da una parte deve mantenere il rapporto strategico con Washington; dall’altra deve governare una coalizione nella quale le componenti della destra radicale hanno obiettivi molto più ambiziosi sulla Striscia.Le dichiarazioni delle ultime ore sono indicative. I ministri Itamar Ben-Gvir e Israel Katz hanno rilanciato proposte per favorire l’emigrazione dei palestinesi da Gaza; Ben-Gvir ha parlato di un piano pluriennale che prevederebbe perfino una struttura governativa dedicata all’emigrazione. Netanyahu, pur sostenendo l’idea di una “emigrazione volontaria”, ha preso le distanze da alcune delle ipotesi più radicali sulla ricostruzione della Striscia.Questo avviene mentre Israele si prepara alle elezioni del 27 ottobre.La politica interna israeliana diventa quindi parte della geopolitica della guerra. Netanyahu deve mantenere una coalizione nella quale la pressione per una soluzione militare resta forte, ma contemporaneamente deve evitare che il conflitto con l’Iran trasformi il rapporto con Washington in una crisi strategica.Vance e la guerra che non deve chiamarsi guerra.In questo quadro assumono particolare importanza le parole di JD Vance. Il vicepresidente ha detto che ciò che sta accadendo non dovrebbe essere definito una “guerra”, sostenendo che non vi sarebbe attualmente un combattimento continuo paragonabile a una guerra convenzionale. Ha però ammesso che il conflitto non ha una scadenza e ha subordinato la sua conclusione alla cessazione degli attacchi iraniani contro le navi.È una costruzione linguistica politicamente comprensibile.Definire una guerra “guerra” significa riconoscerne la durata, i costi, le responsabilità e soprattutto l’impossibilità di controllarne facilmente l’esito. Definirla invece come una serie di operazioni limitate consente all’amministrazione Trump di conservare una maggiore libertà narrativa: la campagna può essere descritta come sostanzialmente vittoriosa anche se le operazioni coercitive continuano.Ma la realtà militare è meno sensibile alla terminologia.Se 50 mila soldati americani rimangono nel teatro mediorientale, se quasi venti navi da guerra sono coinvolte nella pressione sulla regione, se gli Stati Uniti continuano a colpire obiettivi iraniani e a imporre un blocco navale, e se l’Iran continua a reagire, siamo di fronte a una guerra a bassa o intermittente intensità, non alla sua conclusione.Lo stesso Vance ha inoltre dovuto affrontare il caso del bombardamento americano che ha colpito un matrimonio nel sud dell’Iran. CENTCOM sta verificando l’accaduto; il bilancio riportato dalla Mezzaluna Rossa iraniana parla di vittime e numerosi feriti. La vicenda dimostra quanto sia difficile mantenere la distinzione narrativa tra “operazione limitata” e guerra quando gli effetti della campagna militare arrivano dentro la società civile.La vera partita è adesso politica.La questione decisiva, quindi, non è stabilire se l’Iran sia stato gravemente danneggiato. Lo è stato. Non è neppure stabilire se i Pasdaran siano usciti indenni dal conflitto. Non lo sono. La questione è se il danno inflitto all’Iran sia sufficiente a produrre una trasformazione del regime.Al momento non vi sono elementi sufficienti per sostenerlo.Il sistema di sicurezza iraniano è ancora operativo. L’IRGC conserva una posizione centrale nello Stato. La sua influenza politica ed economica non è stata cancellata. E il conflitto, anziché creare automaticamente uno spazio per un’opposizione democratica organizzata, rischia di rafforzare la logica dell’assedio e quindi il peso degli apparati coercitivi. È una dinamica già osservata nella storia contemporanea iraniana.Dopo la rivoluzione del 1979, la guerra con Saddam Hussein contribuì a consolidare la Repubblica islamica. L’attacco esterno non distrusse il regime: lo aiutò a costruire una narrativa di sopravvivenza nazionale. Oggi la situazione è molto diversa, ma il principio politico rimane riconoscibile: un regime autoritario può essere profondamente impopolare e contemporaneamente molto resistente.Il consenso e il controllo non sono la stessa cosa.La Repubblica islamica può avere una società stanca, un’economia devastata, una moneta collassata e una parte significativa della popolazione ostile al regime, senza per questo perdere la capacità di impedire che l’ostilità diventi una rivoluzione vittoriosa.Questo è il motivo per cui l’idea di una guerra breve capace di produrre rapidamente un nuovo Iran si è rivelata molto più difficile da realizzare di quanto lasciassero immaginare le prime settimane del conflitto.Una guerra senza un vincitore politico.La situazione attuale è quindi quella di un conflitto nel quale ciascuno dei protagonisti possiede una parte della vittoria e una parte della sconfitta. Gli Stati Uniti hanno dimostrato una superiorità militare schiacciante e sono riusciti a esercitare una pressione senza precedenti sulle esportazioni iraniane. Ma non hanno ancora trasformato questa superiorità militare in una soluzione politica.L’Iran ha perso capacità militari e risorse economiche, ma il regime non è crollato e i Pasdaran continuano a rappresentare una struttura di potere autonoma, profonda e difficilmente eliminabile con i bombardamenti.Israele ha ottenuto un ambiente strategico nel quale l’Iran è molto più debole di prima, ma non ha risolto né la questione palestinese né quella di Gaza e deve continuare a gestire il rapporto, indispensabile ma non privo di attriti, con Washington.Trump, infine, si trova davanti alla contraddizione più difficile: può forse dichiarare politicamente conclusa la guerra, ma non può ancora abbandonare gli strumenti che la tengono aperta.Il blocco di Hormuz continua. Le navi vengono deviate. Le forze americane rimangono nella regione. Il prezzo del petrolio incorpora un premio geopolitico. Il diesel americano ha raggiunto il record di 5,85 dollari al gallone. E non esiste, in questo momento, un negoziato diretto USA-Iran in grado di offrire una via d’uscita concreta. La guerra, insomma, può essere dichiarata finita prima di essere realmente finita.Ma una dichiarazione presidenziale non può dissolvere il potere dei Pasdaran, riaprire automaticamente Hormuz, ricostruire la fiducia fra Washington e Teheran o risolvere il conflitto tra gli obiettivi israeliani a Gaza e la necessità americana di stabilizzare il Medio Oriente.La storia delle guerre insegna che la superiorità militare e la vittoria politica sono due cose diverse. Ed è proprio nello spazio che separa queste due realtà che oggi si trova l’Iran.