Cosa nostra punge ancora

Wait 5 sec.

AGI - Mafia e sacro, l’abbraccio continua. “Finché non si avranno elementi per dire il contrario, la cosa logica è pensare che i riti di affiliazione si compiano ancora”. Secondo il filosofo palermitano Augusto Cavadi - che all’argomento mafia e Vangelo ha dedicato vari libri, l’ultimo “Dio e i mafiosi” (San Paolo, 2009) – “cosa nostra” non ha mai abbandonato spillo, immagine religiosa e fuoco per celebrare il rituale della “punciuta”. Cioè, con un ago d’oro, o una spina di arancio, pungere l’indice della mano con la quale il “soldato” da “combinare” (da aggregare) spara, dalla ferita versare gocce di sangue sulla figura santa tenuta sul palmo e poi darle fuoco, simboleggiando con la sua distruzione la fine che l’iniziato farebbe se tradisse l’”onorata società” di cui ora fa parte.La testimonianza del pentito Antonio CalderoneUn pentito quell’immagine la vide e la descrisse (come hanno fatto anche altri). “Era la Madonna dell’Annunziata, la santa patrona di ‘cosa nostra’, la cui ricorrenza cade il 25 marzo”, raccontò l’ex capomafia catanese Antonio Calderone (scomparso nel 2013) nelle sue rivelazioni-fiume (896 pagine) fatte nel 1991 al sociologo Pino Arlacchi, poi riassunte nel libro “Gli uomini del disonore” uscito l’anno dopo.Ma perché la mafia siciliana ha bisogno di riti e grilletto? “Sono riti identitari – precisa il saggista all’Agi, fondatore nel ’92 della Scuola di formazione etico-politica ‘G. Falcone’-. Certamente la società si sta sempre più secolarizzando disaffezionandosi dagli apparati religiosi. Quindi subisce cambiamenti pure la mafia, che è un pezzo della comunità in cui vive. Il caso più eclatante – continua - è stato quello di Matteo Messina Denaro, che diceva di non credere in Dio”.Il boss di Castelvetrano, nel Trapanese, morto nel settembre 2023, lo chiarì in uno dei suoi interrogatori con i magistrati: “Non sono credente, non sono ateo, ma agnostico”. Cioè, un indifferente religioso.L'analogia con la massoneria“Sembrano dichiarazioni inedite nella storia della mafia - riflette Cavadi - Però c’è da dire che questi riti, si creda o no, servono. È un po’ come nella massoneria copiata dai mafiosi. I ‘muratori’ che oggi giurano su Dio, sulla pace universale e sulla fratellanza dei popoli non si sentono massoni del Settecento – osserva il filosofo - ma questo non impedisce loro di rinunciare alla cerimonia. Di riti c’è bisogno”.La presenza invisibile nelle processioni religiosiDunque, pare difficile trovarsi di fronte alla separazione dell’unione (forzata) tra mafia e sacro, un po’ come la calce dal mattone. Per ora le tradizioni appaiono immutate. Anche quella che vuole la comparsa dei boss nelle processioni religiose?“In questa fase post-Riina – prosegue Cavadi - i mafiosi hanno scelto di mimetizzarsi. Nelle processioni, in prima fila non ci trovi il ‘puro’ boss, che è mafioso e basta, ma l’assessore regionale, il consigliere provinciale o comunale che tutti sanno essere un referente della mafia. Si trova lì in quanto soggetto politico, non malavitoso. Ma nella sostanza – conclude - la presenza della mafia nelle processioni rimane, anche se il fenomeno sta calando”.L'obbedienza magico-rituale secondo FerrarottiIn “cosa nostra” il ricorso al sacro serve anche a ottenere obbedienza. Lo aveva detto il sociologo Franco Ferrarotti nell’“Inchiesta sociologica sulla mafia in Sicilia” del maggio 1967, condotta per la Commissione parlamentare antimafia nata cinque anni prima. “Questa larga disponibilità ad essere comandati – sottolineava il professore riferendosi alla manovalanza mafiosa - porta a considerare il comportamento di obbedienza”. E viste le cerimonie di affiliazione che si tengono nell’organizzazione criminale, il sociologo parlava di un tipo di “obbedienza magico-rituale”. Mafia e sacro, l’abbraccio continua.