di Francesco Pontelli –La crisi di Volkswagen non può essere ricondotta a una sola causa. Dietro le difficoltà del colosso automobilistico tedesco si intrecciano le trasformazioni imposte all’industria europea, la crescente pressione dei concorrenti cinesi, l’aumento dei costi di produzione e una strategia aziendale che negli ultimi anni non è riuscita ad anticipare con sufficiente efficacia il cambiamento del mercato.Il gruppo ha ora avviato una delle più profonde ristrutturazioni della propria storia. Il consiglio di sorveglianza ha approvato un piano che prevede un’ulteriore riduzione di circa 50mila posti di lavoro a livello mondiale, che si aggiunge ai circa 50mila tagli già avviati. Una cura drastica con la quale l’amministratore delegato Oliver Blume punta a recuperare competitività, ridurre i costi e affrontare una sovraccapacità produttiva europea stimata dalla stessa Volkswagen in oltre 500mila veicoli l’anno.È proprio sulla posizione di Blume che si concentra una parte delle critiche. L’amministratore delegato chiamato oggi a guidare Volkswagen fuori dalla crisi è infatti lo stesso manager che ha avuto un ruolo centrale nella definizione delle strategie del gruppo durante una fase decisiva della trasformazione dell’automotive. Una circostanza che pone inevitabilmente il problema delle responsabilità manageriali rispetto alle scelte compiute negli ultimi anni.Attribuire l’intera crisi alla sola dirigenza sarebbe tuttavia riduttivo. L’industria automobilistica europea si trova stretta fra una regolamentazione sempre più onerosa, gli investimenti richiesti dalla transizione verso la mobilità elettrica, i nuovi dazi americani e soprattutto l’avanzata dei produttori cinesi. Volkswagen ha perso terreno proprio in Cina, mercato che per anni ha rappresentato uno dei principali motori della redditività del gruppo, mentre marchi locali sempre più competitivi hanno conquistato quote sia sul mercato interno sia in Europa.Il problema assume quindi una dimensione anche politica. Le strategie industriali dell’Unione Europea, orientate verso una rapida elettrificazione del parco automobilistico, hanno imposto ai produttori europei investimenti enormi proprio mentre la Cina costruiva una filiera delle batterie e dell’auto elettrica capace di produrre a costi difficilmente sostenibili per le fabbriche europee. A questo si aggiunge una struttura industriale tedesca caratterizzata da costi energetici e del lavoro elevati.Volkswagen rappresenta inoltre un caso particolare per la propria struttura di governo. Nel consiglio di sorveglianza siedono rappresentanti dei lavoratori e dello Stato della Bassa Sassonia, secondo maggiore azionista del gruppo, mentre la famiglia Porsche Piëch esercita la propria influenza attraverso Porsche SE. Questo sistema, nato per conciliare capitale, occupazione e interessi territoriali, ha garantito per decenni una certa stabilità, ma nelle fasi di trasformazione può rendere più complesso e lento il processo decisionale.Il risultato è una gestione nella quale interessi industriali, sindacali e politici devono continuamente trovare un punto di equilibrio. Ed è proprio questo equilibrio a essere messo alla prova dalla crisi attuale. Il futuro degli stabilimenti tedeschi di Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm è entrato nel confronto sulla riorganizzazione, mentre Volkswagen punta contemporaneamente a dimezzare nel tempo il numero dei modelli, ridurre la complessità produttiva e concentrare maggiori volumi su un numero inferiore di piattaforme.La questione centrale resta quindi capire se Volkswagen sia vittima soprattutto delle trasformazioni esterne oppure anche delle proprie scelte. La concorrenza cinese, i dazi statunitensi e le politiche europee rappresentano fattori reali, ma non cancellano le responsabilità di chi negli anni precedenti ha definito investimenti, prodotti e strategie industriali.Il paradosso è evidente: lo stesso management che ha accompagnato Volkswagen dentro una delle fasi più difficili della sua storia è ora chiamato a realizzare la più profonda ristrutturazione del gruppo. Una ristrutturazione il cui costo rischia di essere pagato soprattutto dai lavoratori e dai territori industriali tedeschi.La crisi Volkswagen diventa così qualcosa di più della vicenda di una singola casa automobilistica. È il simbolo delle difficoltà dell’intero modello industriale europeo, chiamato a confrontarsi con concorrenti che producono più rapidamente e a costi inferiori, mentre l’Europa continua a cercare un equilibrio tra transizione ambientale, competitività economica e difesa della propria base produttiva.