di Enrico Oliari – Prima il Baden-Württemberg, poi la Renania-Palatinato e ora il terremoto della Sassonia-Anhalt. I tedeschi non sanno più come dimostrare la loro insofferenza per le politiche di una Berlino e di un’Ue distanti, incomprensibili e sempre meno capaci di dare risposte a un Paese che vede sgretolarsi il proprio modello industriale, aumentare i costi dell’energia e ridursi la competitività delle proprie imprese.I fiumi di euro investiti dall’Ue sui social e soprattutto sui media per presentare come prioritario il RearmEU e come inevitabile il sacrificio dell’industria europea, Volkswagen compresa, non hanno neutralizzato il sentimento del popolo reale, cioè quello che paga le bollette ma che vede sacrificato il proprio benessere sull’altare del dio Nato della guerra. E quando a mentire sono le istituzioni e a imperare è il doppiopesismo (vedi Nord Stream), chi vota si attacca a chi dice “basta”, non importa se rosso, se bianco o se nero.E così a marzo nel Baden-Württemberg, uno dei cuori industriali della Germania, l’Alternative für Deutschland (AfD) aveva raggiunto il 18,8 per cento, quasi raddoppiando il 9,7 ottenuto cinque anni prima. Due settimane più tardi, in Renania-Palatinato, la formazione di destra era salita dal precedente 8,3 al 19,5 per cento. Due risultati importanti perché ottenuti nella Germania occidentale e quindi difficilmente liquidabili come una peculiarità politica dei territori dell’ex DDR.Ma è in Sassonia-Anhalt che il fenomeno ha cambiato dimensione. Con un’affluenza record vicina all’80 per cento, Alternative für Deutschland ha conquistato quasi il 44 per cento dei voti, più che raddoppiando il 20,8 per cento del 2021. La CDU del cancelliere Friedrich Merz, che governava il Land dal 2002, ha invece perso quasi venti punti, mentre la SPD è precipitata attorno al 9 per cento.“Abbiamo fatto la storia”, ha rivendicato il candidato governatore dell’AfD Ulrich Siegmund, parlando di un mandato alla guida del Land. Difatti gli bastano tre seggi per fare la maggioranza: gli basterebbero quelli del BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht), formazione di sinistra ma che, sulla politica estera, la pensa bene o male come l’AfD. Nessun partito si è detto, al momento, disponibile a entrare in maggioranza con l’estrema destra, ma il risultato delle urne è stato impietoso: AfD 39 seggi, CDU 15 (ne aveva 40), SPD 8, Verdi 8, Linke 8, BSW 5. Altre maggioranze non sarebbero possibili, se non mettendo insieme tutti gli sconfitti e andando contro il mandato degli elettori.E pensare che nel 2021 CDU e SPD insieme raccoglievano il 45,5%; oggi insieme arrivano appena al 26,5%, mentre l’AfD da sola è al 43,8%. È il segno tangibile che i tedeschi chiedono un cambio di passo, e non solo loro.Perché dietro il risultato della Sassonia-Anhalt c’è qualcosa che supera ampiamente i confini del Land. Il voto arriva mentre il modello economico sul quale la Germania ha costruito buona parte della propria prosperità industriale attraversa una trasformazione profonda e dolorosa. Per decenni la formula tedesca è stata relativamente semplice: grande capacità manifatturiera, esportazioni verso i mercati mondiali, forti rapporti commerciali con la Cina e disponibilità di energia russa relativamente conveniente per alimentare un apparato industriale ad alta intensità energetica.Oggi non è più così.La guerra in Ucraina ha mandato definitivamente in soffitta uno dei pilastri di quel modello: l’energia russa a basso costo. Berlino e Bruxelles hanno scelto le sanzioni, la rottura con Mosca e un sostegno sempre più oneroso all’extracomunitaria Kiev, presentando queste decisioni come il prezzo necessario per allargare ulteriormente la Nato e liberare l’Europa dalla dipendenza strategica dalla Russia. Il risultato è che la Germania si è trovata a dover ripensare in pochi anni un sistema industriale costruito nell’arco di decenni, puntando sempre più sull’industria della guerra.Solo ieri, mentre altri 50mila lavoratori della Volkswagen venivano mandati a casa, usciva con enfasi la notizia che la Germania produrrà 5mila droni da guerra per l’Ucraina.A pesare poi ci sono la concorrenza cinese, i dazi americani, il costo del lavoro, la perdita di quote di mercato, la debolezza della domanda europea e gli errori commessi dalle stesse aziende. Ma sarebbe altrettanto semplicistico fingere che la rinuncia all’energia russa competitiva, la transizione energetica accelerata e l’aumento degli impegni militari non abbiano aggiunto costi e pressioni a un sistema produttivo già in difficoltà.Volkswagen è diventata il simbolo di questa contraddizione. Il gigante di Wolfsburg ha avviato una delle ristrutturazioni più pesanti della propria storia, mentre la produzione automobilistica tedesca continua a mostrare segnali di sofferenza. L’azienda paga certamente errori propri, il ritardo nella competizione sull’elettrico e la crescente pressione dei produttori cinesi. Ma la domanda politica rimane: quanto può reggere un’industria energivora se deve contemporaneamente affrontare energia più cara, regolamentazione ambientale crescente e concorrenti internazionali che operano in condizioni industriali profondamente diverse?È precisamente su questa domanda che l’AfD ha costruito una parte della propria avanzata. La sua ricetta è l’immagine rovesciata della politica seguita da Berlino e Bruxelles: abolizione delle sanzioni alla Russia, normalizzazione dei rapporti economici con Mosca, ripristino delle relazioni energetiche, stop alle forniture militari all’Ucraina e ricerca di una soluzione negoziata al conflitto. L’AfD è inoltre contraria all’ingresso dell’Ucraina nella Nato, prima causa della guerra, ma anche nell’Unione Europea.