Come i lettori di questa rubrica ormai sanno, io sono, prevalentemente, uno studioso di filosofia antica che sta cercando di porre la filosofia al servizio dell’inclusione. Tra i miei filosofi preferiti, come ho talvolta dichiarato anche in queste pagine, vi è Platone, il quale, tuttavia, non si è mai occupato direttamente di disabilità. Quest’ultima, in effetti, non costituiva un argomento su cui la cultura classica eramolto sensibile, anche se sicuramente il mito presenta figure “disabili” di notevolerilievo (pensiamo solo al poeta cieco Tiresia, al dio Efesto, a Edipo, e ad altreancora).Detto ciò, il pensiero moderno ha spesso condannato, in maniera talora arbitraria, la filosofia greca su questo punto, affermando addirittura che essa avrebbe avallato la prassi sociale della esposizione dei neonati deformi (anaperoi). Tale prassi consisteva nel loro abbandono in luoghi pubblici o isolati, che equivaleva alla morte degli stessi qualora non fossero stati adottati, in tempi brevi, da altre persone. Plutarco, nella sua Vita di Licurgo (16), ha testimoniato che a Sparta questa era in effetti una pratica diffusa. Come ha però mostrato uno studio pubblicato sulla rivista Hesperia nel 2021, sono davvero poche, nonché molto incerte, le prove secondo cui l’abbandono dei bambini disabili sarebbe stata la norma anche in altre città della Grecia classica.Una soluzione più praticata – in un’epoca, ricordiamolo, in cui non vi erano le possibilità terapeutiche odierne – era in realtà quella di dare supporto a questi bambini in famiglia, all’interno della quale erano solitamente tenuti. Ad Atene, come emerso dalla Orazione XXIV di Lisia, era peraltro attiva una forma di assistenza pubblica per i cittadini disabili, nati o divenuti tali a seguito di eventi incidentali. Ciò mostra come la disabilità, nella cultura classica, contrariamente a quanto sostengono alcuni luoghi comuni storiografici, non era soltanto l’esito di una punizione divina conseguente ad una qualche colpa, ma anche un fatto umano cui far fronte. Non vi era insomma, in queste società, grande partecipazione inclusiva, ma nemmeno quella volontà di eliminazione delle persone fragili che una disinformata modernità attribuisce sovente al mondo antico, talvolta solo per apparire più progressista.Un “caso di scuola” è costituito, in merito, dall’opera di Platone. Non poche persone mi hanno chiesto infatti per quale motivo amo tanto Platone, se egli voleva destinare a morte i bambini disabili. Una delle ragioni è che le cose non stanno in questo modo. Nel V libro della Repubblica (459-461), in uno dei passi forse più fraintesi di questo scritto, il filosofo non sosteneva in effetti che i bambini nati con qualche deformità dovessero essere uccisi, bensì allevati da famiglie occupate nel lavoro agricolo o artigianale, come testimoniano in maniera più esplicita anche altri luoghi platonici (ad esempio Timeo 19). Questo era, peraltro, il modo in cui pure Aristotele, a lungo suo allievo, interpretava tali righe (Politica 1262 b).Per la mentalità odierna, questa posizione di Platone – nonché il consiglio, dato in Repubblica 409-410, di non curare a spese pubbliche i malati psicofisici gravi, per la loro inutilità alla polis – risulta comunque indifendibile. Del resto, il poco spazio che nei suoi testi egli dedica a tali situazioni, si presenta effettivamente come un’inaccettabile forma di indifferenza nei confronti di queste vite. Rimane il fatto, tuttavia, che le riflessioni dell’antico filosofo sono per molti altri aspetti umanamente ricchissime, per cui non devono essere tutte cestinate, dato che possono agevolare ancora oggi la formazione di un sostrato sociale comunitario favorevole all’inclusione.Prendiamo, come esempio, la tesi argomentata sempre nella Repubblica, essa pure fortemente discutibile, secondo cui gli uomini migliori, ovvero i futuri governanti della polis desiderabile, avrebbero dovuto procreare liberamente con le donne migliori, per garantire un esito preferibile alla generazione. Ciò avrebbe creato, per Platone, non solo una discendenza selezionata, ma anche l’effetto che nessuno avrebbe saputo chi era realmente il proprio figlio. Si tratta, senza dubbio, di un’idea che portava con sé notevoli problemi. Il fine cui essa mirava – per quanto, beninteso, con mezzi sbagliati – era però, a mio avviso, condivisibile. Se, infatti, nessuno avesse saputo chi era davvero il proprio figlio, tutti avrebbero verosimilmente trattato i giovani, almeno nel contesto comunitario auspicato da Platone, come se fossero effettivamente stati loro figli, ossia in maniera massimamente benevola. Quante volte i genitori di ragazzi con disabilità hanno pensato che le altre persone riuscirebbero realmente ad essere vicine alle difficoltà dei loro figli, solo se questi fossero figli loro!Platone, immaginando la polis per come dovrebbe essere, affermava in sostanza che, nella stessa, tutti dovrebbero cercare, contrariamente a quanto avveniva nel suo tempo (e nel nostro), di attribuire molta più importanza alle esigenze della comunità rispetto a quelle della individualità. Questo implicava l’avere una grande fiducia nel processo educativo. Se infatti, per Platone, il genere umano fosse stato costituito, come interpretava l’amico Mario Vegetti – grande antichista scomparso nel 2022, anch’egli collaboratore del Corriere della Sera –, da animali egoisti sempre esposti al pericolo della degenerazione, sarebbe stato quasi inutile dedicare tante pagine a delineare le migliori modalità della loro formazione. Poiché, tuttavia, ciò è stato effettuato da Platone, con molto impegno, in più di un dialogo, questo significa che, al contrario, vi era da parte sua una notevole fiducia nelle possibilità educative degli esseri umani, ovvero di un loro miglioramento sul piano etico.Rimane un fatto, in ogni caso, che i due più grandi filosofi classici, ovvero Platone e Aristotele, non hanno mai pienamente colto che, anche nella umanità considerata più “carente”, ovvero quella che oggi si definisce “disabile”, vi possono essere enormi potenzialità per una vita utile all’intero consesso sociale, nonché felice. A parziale loro difesa, va tuttavia detto che in quel tempo non vi erano effettivamente molti strumenti pedagogici, quali quelli che si utilizzano oggi, per far emergere tali potenzialità. In ogni caso, a chi studia la disabilità, chiederei di non buttare il bambino con l’acqua sporca, ossia di non scartare a priori, per un inveterato pregiudizio culturale, il pensiero umanistico dei filosofi greci, senza almeno, prima, averli letti, cercando di cogliere quanto di buono possono ancora offrire.luca.grecchi@unimib.it