È morto Francesco Guccini. A 86 anni si spegne il gigante della musica e dell’impegno

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Questa mattina a Pavana, circondato dall’affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari si è spento, a 86 anni Francesco Guccini. Lo rende noto la famiglia sottolineando che «nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata». La famiglia, «nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto. Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre».Francesco Guccini è mortoL’Italia saluta un gigante della nostra musica. Francesco Guccini è morto all’età di 86 anni. La vita, che lui ha raccontato, spulciato, spiegato, reso pura poesia, come pochi nella storia del cantautorato nostrano, lo ha abbandonato all’improvviso. La sua visione d’artista è andata ben oltre la composizione di brani meravigliosi, entrati in tutto e per tutto nella nostra cultura più alta, da Cirano a Quattro stracci, da Vedi Cara a Don Chisciotte: innumerevoli infatti anche le pubblicazioni, l’ultima nel 2023, Vola golondrina, come si legge nelle note di copertina «un grande romanzo sugli ideali per cui vale la pena di dare la vita», che potremmo definire come la massima che ha guidato tutta la vita e l’operare in musica, e non solo, di Guccini. Una scomparsa non attesa quella del cantautore, che ha rilasciato l’ultima intervista al Corriere della Sera il 31 dicembre, lasciandosi andare a dichiarazioni come sempre forti, nette, da osservatore acuto, mai spento, anche quando vagamente disilluso per quello che lui stesso, proprio nell’ultima intervista, ha definito «un periodo fosco, oscuro». Forse è stato questo il segreto di Guccini, il punto di vista, orgogliosamente provinciale, di uno che non ha mai desiderato il centro dell’attenzione, il clamore, i flash, in totale controtendenza rispetto al nostro tempo.La politica e l’impegno Cosa del tutto consona a quello che viene da sempre descritto come un uomo d’altri tempi, come di un altro tempo era la sua musica. Per cui, la politica affrontata con un impegno che possiamo definire militante, da anarchico «non comunista», lo ha specificato fino alla fine, ma con le idee ben chiare. Basta ascoltare, pescando a caso tra i suoi capolavori, Dio è morto: «Una politica che è solo far carriera / Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto / L’ipocrisia di chi sta sempre / Con la ragione e mai col torto / È un Dio che è morto / Nei campi di sterminio, Dio è morto / Coi miti della razza, Dio è morto / Con gli odi di partito / Dio è morto». Un distacco anche dalle proprie canzoni, alle volte quasi mal sopportate, come L’Avvelenata, per lui troppo piena di parolacce e sopravvalutata, ma che ci rivela molto più di quanto non potessimo sospettare del proprio autore: «Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni / Credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi avrei scritto canzoni». Tutto visto da fuori, da immenso pensatore, forse per questo così credibile alle orecchie di intere generazioni, che nella sua musica hanno individuato un pensiero neutro, scevro dalle dinamiche dello showbiz, dal quale Guccini si teneva dichiaratamente alla larga, anzi, sempre da L’Avvelenata: «Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa / Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia / Io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi / Vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso».La famiglia e l’esordio di Francesco GucciniGuccini nasce a Modena il 14 giugno del 1940, quattro giorni dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il padre Ferruccio è chiamato alle armi, passerà anche due anni in un campo di concentramento tedesco vicino ad Amburgo, cosa che costringerà lui e la madre a trasferirsi dai nonni a Pavana, lì dove poi dal 2012 deciderà di passare la vecchiaia e alla quale dedicherà Cròniche epafàniche, best seller del 1989 osannato da pubblico e critica. Guccini, gli inizi tra musica e studioFinita la guerra la famiglia torna a Modena, poi il giovane Francesco si trasferisce a Bologna, è lì che si avvicina in maniera definitiva alla musica. Il primo lavoro è come cantante e chitarrista in una band da balera, siamo nel 1958. È iscritto all’università, facoltà di lingue, ma non arriverà mai a prendere il famoso «pezzo di carta», nonostante, e torniamo a L’Avvelenata, «Mia madre non aveva poi sbagliato a dire: un laureato conta più d’un cantante». Ci permettiamo comunque di dissentire, dato che il primo vero brano scritto da Guccini è La canzone del bambino nel vento (Auschwitz), pubblicato prima dall’Equipe 84 e firmato da Lunero e Maurizio Vandelli, perché Guccini non era ancora ai tempi iscritto alla SIAE ed è immediatamente capolavoro. Il brano, ancora oggi uno dei più iconici della discografia del cantautore modenese, fu scritto dopo la lettura del saggio di Edward Russell, II Barone di Liverpool, Il flagello della svastica e del romanzo autobiografico di Vincenzo Pappalettera Tu passerai per il camino.Da Folk beat n. 1 a Stanze di vita quotidianaL’esordio ufficiale di Guccini avviene nel 1967 con il disco Folk beat n. 1 ed è già storia. Non per il successo commerciale, «praticamente nullo» come ammetterà lo stesso Guccini con la sua solita schiettezza, ma perché già ci troviamo, oltre ad Auschwitz (come verrà abbreviata nel tempo), anche Canzone per un’amica (nota anche come In morte di S.F.) che è il brano con il quale per tutta la lunghissima carriera aprirà i suoi concerti, e L’antisociale, ancora oggi canzone per eccellenza della lotta al consumismo, il primo vero passo di Guccini nel cantautorato di impegno politico. Un impegno che sarà al centro, sempre per questa necessità assoluta di osservazione intellettuale della realtà, della produzione di Guccini e che si manifesterà quello stesso anno proprio con il capolavoro Dio è morto (se Dio muore, è per tre giorni poi risorge), brano ispirato da L’urlo di Allen Ginsberg e che fu cantato prima da Caterina Caselli e poi dai Nomadi, che lo portarono al successo, che lo portarono fino alla censura per blasfemia da parte della Rai, salvo, paradossalmente, essere molto amato da papa Paolo VI e trasmesso da Radio Vaticana.I primi passi verso il successo, La Locomotiva e IncontroI primi accenni di successo per Guccini arrivano all’inizio degli anni ’70, in quel periodo si passa dalle osterie, che rimarranno per sempre, dichiaratamente, la sua dimensione preferita, ai teatri. È in quel momento che Guccini diventa definitivamente l’artista che noi tutti conosciamo: quello con la barba lunga anche, con quella foto, ormai diventata una delle iconografie più conosciute della storia della nostra musica, ancora oggi utilizzata per i manifesti dei suoi concerti e scattata a Santorini, in vacanza con Roberta Baccilieri, che diventerà sua moglie nel 1971. Una fioritura che si materializza musicalmente nel 1972 con l’album Radici, quello che, per intenderci, contiene La locomotiva, uno dei pilastri della discografia di Guccini. 8 minuti di brano (quantità di tempo impensabile per qualsiasi circuito temporale discografico) sulla storia (vera) del macchinista anarchico Pietro Rigosi, che rubò una locomotiva nella stazione di Poggio Renatico e partì verso Bologna. Mentre la stampa italiana liquidava la faccenda come il gesto di un pazzo, Guccini ci vide qualcosa e in soli venti minuti scrisse un altro capolavoro assoluto. Sempre dentro Radici troviamo Incontro, che, spiega lo stesso Guccini in un’intervista, «parla di un’amica mia che, bontà sua, era innamorata di me. Era anche molto carina, ma aveva poche tette e io ero molto sensibile all’argomento». L’ironia tagliente e cruda di Guccini verrà fuori in tutta la sua arguzia nel 1973 nell’album Opera buffa, un disco quasi interamente registrato dal vivo tra le mura dell’Osteria delle Dame, locale di Bologna fondato da Guccini assieme al frate domenicano Michele Casali e dalla quale passarono nomi di esordienti del tempo come Lucio Dalla e Claudio Lolli, che deve proprio ad una segnalazione di Guccini l’inizio della propria carriera. «È un disco nato per caso – scrive nelle note all’interno Guccini –  ma non a caso. L’idea c’era da tempo, una specie di “altra faccia di…”, o fermare in un certo modo qualcuna di quelle serate “dal vivo”, col pubblico attore che parla e ride e io che gigioneggio, recito, mi diverto». Guccini in quel periodo è considerato popolare ed intellettuale, un artista di concetto, buono per un pubblico impegnato, cosa che si materializza nel disco Stanze di vita quotidiana, un disco più complesso, decisamente più alto, solo negli anni rivalutato dopo che la critica lo distrusse. Nel disco anche Canzone per Piero, brano che nel 2004 verrà citato tra le fonti della prova di italiano degli esami di Stato.Via Paolo Fabbri 43 e il successoIl disco con cui Guccini invece conquista il largo pubblico arriva nel 1976 e si intitola Via Paolo Fabbri 43, secondo la rivista specializzata Rolling Stones, il 29esimo album più bello della storia della musica italiana. Probabilmente il successo deriva da un punto di arrivo nella carriera di Guccini, che finalmente riesce a far convivere senza frizioni tutte le anime del suo fare musica e, più in generale, essere. L’intellettualismo, quel provincialismo del quale è sempre andato assai fiero, l’impegno politico, la dissacrazione pressoché totale della notorietà, del concetto di successo, cosa che lo porterà a fare decisi e clamorosi e pubblici passi indietro rispetto L’Avvelenata, e poi, naturalmente, l’ironia. Ma dentro troviamo anche Canzone quasi d’Amore, una delle più visibili vette dello skyline musicale del Guccini poeta. Una pausa di due anni e poi torna con Amerigo (siamo nel 1978) e altre canzoni da repertorio come Eskimo, che racconta, tema fondamentale per capire il personaggio Guccini, della differenza di classe sociale con la moglie Roberta, cosa che porterà alla fine della storia. Una differenza che, nonostante l’affetto, lo terrà sempre in qualche modo separato da certi ambienti discografici, come successe con De André, suo amico, ma dal quale lo divideva la genesi sociale. Gli anni ’80Gli anni ’80 trovano un Guccini assai centrato, nell’83 colpirà nel segno con la pubblicazione di Guccini, album che vale la pena anche solo per Autogrill, uno dei suoi brani più belli, una poetica di rara intensità per un amore che vive in una surreale sospensione. Vedi, nuovamente, alla voce: capolavoro. Un termine che possiamo scomodare serenamente nel 1996, quando Guccini pubblica un’altra imperdibile perla: D’amore di morte e di altre sciocchezze, il disco che contiene Lettera, Quattro Stracci e, soprattutto, Cirano. Straordinaria canzone sull’amore ispirata al Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand, un inno di straordinaria attualità in difesa di un sentimento universale, contro chiunque lo utilizzi senza il giusto tatto («Voi con il naso corto / Signori imbellettati, io più non vi sopporto / Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio / Perché con questa spada vi uccido quando voglio ( Venite pure avanti poeti sgangherati / Inutili cantanti di giorni sciagurati / Buffoni che campate di versi senza forza / Avrete soldi e gloria, ma non avete scorza / Godetevi il successo, godete finché dura / Che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura»). È un Guccini, nonostante il titolo dell’album, positivo, ha una nuova compagna, Raffaella (Zuccari, che sposerà nel 2011), al quale dedicherà, in Vorrei, uno dei versi più belli della storia del nostro cantautorato: «non sono quando non ci sei».Ritratti, Guccini oggi, Guccini domaniOrmai ai concerti di Guccini si trova pubblico di ogni età, è ufficialmente considerato parte del gotha di quel cantautorato che noi tutti oggi rimpiangiamo e che oggi rimpiangiamo un po’ più forte. Nel 2004 esce Ritratti, dialoghi musicali immaginari con personaggi storici come Ulisse, Cristoforo Colombo e Che Guevara. Il brano che guida questo splendido ritorno alle incisioni del cantautore modenese è sicuramente Odysseus, una delle canzoni preferite del proprio repertorio. Questo perché l’Ulisse di Guccini non è un avventuriero ma uno sovrastato impunemente dall’avventura, da rischi che non vorrebbe correre, salvo poi accettare il destino impostogli dagli dei, con la spregiudicatezza tipica dei non-eroi che però poi eroi lo diventano loro malgrado («Ti esalta l’acqua e al gusto del salato brucia la mente / E a ogni viaggio reinventarsi un mito, ogni incontro ridisegnare il mondo / E perdersi nel gusto del proibito, sempre più in fondo»). L’ultimo album di Francesco GucciniLa carriera di cantautore di Francesco Guccini si chiude nel 2012 con la pubblicazione de L’ultima Thule, suo 24esimo album. Il cantautore dichiarerà che già da tempo aveva deciso che così si sarebbe intitolato il suo ultimo album, e anche che da lì in poi non avrebbe più scritto canzoni né fatto concerti. Forse anche per questo l’album risultò un successo commerciale, nonostante non fu mai presentato al pubblico in un tour. La promessa è stata rispettata, gli ultimi due dischi di Guccini, Canzoni da intorto e Canzoni da osteria, contengono delle cover, brani perlopiù della tradizione ai quali Guccini era particolarmente legato. Forse per mantenere una promessa con se stesso, quella di rimanere, appunto, se stesso, disinteressato ad essere altro da sé com’era. Altro da un cantautore profondamente dipendente dal significato del gesto artistico, dipendente dall’estraneità a quel mondo che oggi, a ben ragione, lo celebra come uno dei più grandi di sempre. Ora forse tocca a noi tenerlo a mente, far si che quella visione della realtà, così pulita, anche quando complessa, impegnativa, scomoda, rimanga comunque viva, ricca di una poesia che si va sempre più tristemente perdendo. Tocca a noi oggi, domani, per sempre, non dimenticare ciò che ha donato al mondo un artista dall’eccezionale valore.  L'articolo È morto Francesco Guccini. A 86 anni si spegne il gigante della musica e dell’impegno proviene da Open.