“Voi critici, voi personaggi austerimilitanti severi, chiedo scusa a vossìaperò non ho mai detto che a canzonisi fan rivoluzioni, si possa far poesiaio canto quando posso, come possoquando ne ho voglia senza applausi o fischi”.C’è tutto Francesco Guccini in questo brano dell’Avvelenata, scritta di getto e cantata nel 1976 come uno sfogo diretto e rabbioso dopo che il suo album precedente “Stanze di vita quotidiana” era stato duramente stroncato dalla critica musicale. È la rivolta interiore, il ’68 permanente, il ce n’est qu’un début continuons le combat, di Guccini il tratto indelebile di uno fra più rappresentativi e popolari cantautori italiani.Un tratto che album dopo album, oltre una ventina in tutto, ha mantenuto l’originaria coerenza con una straordinaria e incontaminata purezza ideale.Con lui se ne va fisicamente, ma nient’affatto musicalmente e spiritualmente, una delle voci più autentiche della cultura e della canzone d’autore italiana.Dall’Avvelenata, ad Eskimo, a Cirano, Farewell, Bologna, Scirocco, Vedi Cara, Auschwitz, La locomotiva, Canzone per un’amica e tante altre, le sue parole hanno raccontato generazioni, dando voce ai valori della libertà, della memoria, della giustizia e dell’umanità. Parole e musica specchio dell’anima. Tanto da farsi rincorrere dalla domanda: canzoni o poesie?Riascoltarle o sentirle casualmente materializzerà di volta la sua figura imponente e paciosa intenta a suonare la chitarra, cantare e bere un bicchiere di vino.La sua inconfondibile voce profonda e sincera continuerà ad accompagnarci, perché come gli Dei della musica e dell’arte i grandi artisti non ci lasciano mai davvero: continuano a vivere nelle emozioni che sanno trasmettere.