Dai il permesso a un'app meteo e finisci tracciato da aziende che non conosci

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Avete dato il permesso di localizzazione a un'app meteo o di navigazione per ricevere informazioni precise sulla vostra zona. Fin qui tutto normale. Il problema è che quella stessa posizione potrebbe finire nelle mani di broker di dati pubblicitari che non avete mai sentito nominare, e senza che abbiate acconsentito a nulla del genere. Non è un caso isolato: è un meccanismo sistematico, e lo ha documentato la Electronic Frontier Foundation. Il colpevole non è quasi mai l'app in sé, né il suo sviluppatore: è il codice pubblicitario di terze parti che viene integrato nell'app per gestire gli annunci e misurare le performance. Questi strumenti, chiamati SDK pubblicitari, arrivano già configurati per raccogliere la posizione degli utenti, e chi sviluppa l'app spesso non se ne accorge nemmeno.Il meccanismo è semplice quanto insidioso. Voi concedete il permesso di localizzazione all'app, che lo usa per darvi le previsioni meteo o guidarvi nel traffico. Ma lo stesso permesso viene ereditato automaticamente dagli SDK pubblicitari integrati nell'app, che lo sfruttano per raccogliere dati e condividerli con reti di aziende specializzate nel tracciamento delle persone. In pratica, un solo consenso vale per tutti, anche per chi non avete mai autorizzato esplicitamente.La EFF ha identificato quattro SDK pubblicitari che raccolgono e condividono la posizione degli utenti per impostazione predefinita: InMobi, BidMachine, HyBid di Verve e Petal Ads di Huawei. Non è detto che siano gli unici: il rapporto precisa che probabilmente esistono altri SDK con lo stesso comportamento, semplicemente non ancora analizzati.Non si tratta di un problema teorico. In passato, dati di localizzazione ottenuti tramite l'ecosistema pubblicitario sono stati usati per tracciare militari statunitensi, supportare indagini di agenzie governative e alimentare strumenti di sorveglianza. Questo rende il problema molto più concreto di una semplice violazione della privacy individuale."Gli utenti possono adottare misure aggiuntive per difendere la propria privacy di localizzazione, ma non dovrebbero essere costretti a farlo. Sviluppatori, autorità di regolamentazione e legislatori devono agire per impedire che le app trasmettano i dati di localizzazione degli utenti alle aziende pubblicitarie e ai broker di dati", ha dichiarato Lena Cohen, tecnologa della EFF.Gli sviluppatori possono disabilitare la raccolta dati non necessaria prima di integrare un SDK nella propria app, ma queste impostazioni non sono visibili in modo immediato e richiedono una revisione attiva. Chi non lo fa, anche in buona fede, lascia che il codice di terze parti agisca indisturbato. La EFF chiede anche alle autorità di regolamentazione di esaminare le aziende i cui SDK incentivano questa raccolta massiva di dati.Dal punto di vista pratico, come utenti non possiamo fare granché: possiamo limitare i permessi di localizzazione alle app che ne hanno davvero bisogno, scegliendo "solo durante l'utilizzo" invece di "sempre", ma questo non risolve il problema alla radice. La pressione deve venire dagli sviluppatori, che dovrebbero revisionare ogni SDK che integrano, e dai regolatori, che dovrebbero imporre standard più severi su come questi strumenti gestiscono i dati sensibili.Il punto più scomodo di tutta questa vicenda è che anche un utente attento alla privacy, che legge le autorizzazioni prima di concederle, non ha modo di sapere quante mani stia stringendo davvero ogni volta che condivide la propria posizione con un'app.L'articolo Dai il permesso a un'app meteo e finisci tracciato da aziende che non conosci sembra essere il primo su Smartworld.