Cold Case d’Italia, Liguria: Maria Berruti e il «delitto del cioccolatino»

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Per gli inquirenti fu uno dei casi più difficili della cronaca genovese degli anni Ottanta. L’omicidio di Maria Maddalena Berruti, trovata strangolata nel suo appartamento il 17 febbraio 1987, sembrava destinato a trovare una spiegazione scavando nel passato della donna. Invece le indagini riportarono alla luce uno dei casi giudiziari più drammatici della Genova anni Trenta, senza mai riuscire a dare un nome all’assassino.Maria Berruti aveva 82 anni e viveva sola nel quartiere di Portoria. Agiata vedova di un marittimo, conduceva una vita riservata, scandita da poche abitudini: la spesa al Mercato Orientale, qualche visita alla chiesa della Consolazione e brevi conversazioni con i commercianti della zona. I vicini la descrivevano come una persona educata ma molto schiva, poco incline a parlare della propria vita passata.L’allarme venne dato da un nipote il 17 febbraio 1987 , perché da alcuni giorni non riusciva più a mettersi in contatto con la zia. Entrato nell’appartamento con un mazzo di chiavi che la donna gli aveva affidato, trovò il corpo riverso sul pavimento della camera da letto. Attorno al collo era ancora stretta una corda da bucato, legato per funzionare come una «garrota».Tra i primi ad arrivare sul posto fu il vicecommissario Giuseppe Gonan, allora da poco al commissariato Centro di Genova. Il sopralluogo fece emergere subito elementi incompatibili con una morte accidentale. La corda era stata annodata in modo da provocare lo strangolamento, il corpo sembrava essere stato trascinato fino alla camera e nell’appartamento comparivano strane tracce di vernice spray verde spruzzata sui mobili, un dettaglio che sarebbe rimasto senza mai una spiegazione.Le indagini si concentrarono inizialmente sull’ipotesi della rapina, data l’agiatezza della signora, ma nessun elemento concreto sembrò confermare la pista. Gli investigatori verificarono anche l’origine della bomboletta spray utilizzata per lasciare quei segni verdi interrogando i negozianti della zona, senza ottenere risultati. Furono sentiti tutti gli abitanti dello stabile, che ospitava anche alcuni uffici e l’ingresso di un cinema a luci rosse, ma nessuno riferì particolari utili all’identificazione dell’assassino.Con il passare delle settimane il lavoro degli investigatori si rivolse al passato della vittima.Fu così che riemerse una vicenda rimasta impressa nella memoria della città, avvenuta mezzo secolo prima. L’11 maggio 1937 Maria Berruti, allora trentaduenne, perse la figlia Irma Celle di dieci anni, morta dopo aver mangiato un cioccolatino avvelenato con la stricnina. Quel dolce era stato preparato da Guido De Grandis e Mario Fulpiani, due spiantati studenti universitari che avevano progettato di stordire la madre e derubarla dei suoi gioielli. Maria però non lo consumò ma lo offrì inconsapevolmente a sua figlia, che dopo averlo ingerito morì tra dolori strazianti.Fu la stessa Berruti, distrutta dal dolore, a riconoscere i due giovani e a farli arrestare. Entrambi confessarono di aver preparato il cioccolatino nel laboratorio della farmacia del padre di De Grandis, utilizzando la stricnina. Processati, evitarono la pena di morte prevista dal codice del ventennio ma furono condannati a vent’anni di reclusione. De Grandis, dopo essere evaso durante un bombardamento che colpì il carcere durante la guerra, si costituì spontaneamente per il rimorso e pochi giorni dopo si suicidò in cella. Fulpiani scontò invece l’intera pena, si rifece una vita e morì nel 1986, appena un anno prima dell’omicidio di della madre di Irma.Per un periodo gli investigatori ipotizzarono che il delitto del 1987 potesse essere legato a quella tragedia di cinquant’anni prima. Tuttavia nessun elemento consentì di stabilire un collegamento reale tra i due episodi e anche questa pista venne progressivamente accantonata e il delitto dimenticato nei faldoni della Procura di Genova come «cold case».Quasi vent’anni dopo si verificò un episodio che aprì nuovi interrogativi sul caso della signora Berruti. Nella primavera del 2005 un uomo si presentò alla Comunità di San Benedetto e chiese di confessarsi con don Andrea Gallo, il famoso prete dei centri sociali. Secondo quanto sarebbe stato successivamente riferito dal religioso, nel confessionale l’uomo misterioso avrebbe ammesso di essere l’autore dell’omicidio di Maria Berruti, spiegando di aver agito con l’intenzione di derubarla. Il contenuto della confessione, però, rimase coperto dal segreto ecclesiastico e non consentì alcun sviluppo investigativo. Don Gallo, morto nel 2013, portò con sé nella tomba ogni indizio. A quasi quarant’anni dal delitto, l’omicidio di Maria Berruti resta ancora senza un responsabile.L'articolo Cold Case d’Italia, Liguria: Maria Berruti e il «delitto del cioccolatino» proviene da La Verità.