Ad Assisi il Papa sfida la politica della potenza. E forse anche quella dell’AI

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Assisi – La parola che rimane impressa uscendo dalla Porziuncola è “potenza”. Oggi non è “pace”, ma quello che per Leone XIV ne è pressoché l’opposto. Il filo conduttore del suo discorso che da Santa Maria degli Angeli, in occasione dell’anno francescano, è una critica a una logica del dominio, di cui la guerra è espressione massima e la competizione una costante (con accezione negativa). Tra uomini e donne “non deve andare come tra i grandi della Terra e i potenti del mondo, che cercano visibilità e sovrastano gli altri”. Ai giovani, il papa chiede di “allargare la mente e il cuore, al di là di paure indotte dalla cattiva informazione e dai muri del pregiudizio” per, appunto, “sottrarsi alla cultura della potenza”. Concetto che evoca più volte, direttamente o indirettamente.Robert Francis Prevost parla dei “grandi della Terra”, ma non direttamente a loro: usa la massa arrivata per ascoltarlo nella terra di San Francesco per contestare la loro costante ricerca di competizione. Il papa mette in guardia contro la religione trasformata in strumento identitario, contro i “nemici inventati” dalla paura e dall’ignoranza, e poi chiosa contro una tecnologia che rischia di “disabituare a stare insieme, fra persone in carne ed ossa”.Il discorso di Assisi potrebbe lasciare un segno nel magistero di un papa che, fin dall’inizio del pontificato, ha scelto tra le varie direttrici di dedicare un’attenzione particolare alla trasformazione tecnologica. Il riferimento diretto all’intelligenza artificiale – motore di quella trasformazione – è in questo caso marginale, ma se tutto il suo intervento odierno viene ascoltato con in testa Magnificas Humanitas, il lessico scelto da Leone XIV sembra appartenere a un’unica architettura concettuale. Così come non è la guerra in sé, la questione non è l’AI in sé: la questione è quale idea dell’uomo e delle relazioni internazionali orienti l’uso delle nuove tecnologie in questa fase storica di rivoluzione guidata proprio dalle cosiddette cutting hedge technology.Negli ultimi anni, la corsa all’intelligenza artificiale è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso il linguaggio della competizione. Chi svilupperà per primo i modelli più avanzati; chi controllerà la capacità di calcolo; chi detterà gli standard globali; chi convertirà il vantaggio tecnologico in influenza economica, politica e militare. Questo perché l’AI è di fatto diventata uno degli assi della competizione tra potenze, insieme ai semiconduttori, alle infrastrutture digitali, all’energia che ne sono gli elementi attuatori e abilitanti dell’AI. Il papa non entra in questo terreno. Non cita Stati Uniti o Cina, non parla di chip o modelli LLM, ma la categoria che propone – la “cultura della potenza” – sembra offrire una lente attraverso cui leggere anche queste dinamiche.Se l’intelligenza artificiale diventa soprattutto uno strumento per consolidare rapporti di forza, allora il problema, nella prospettiva della Santa Sede, non è più soltanto etico o regolatorio. Diventa antropologico e poi, in ultima analisi, politico. È qui che Assisi dialoga con il percorso avviato dal Vaticano sull’AI. Non tanto perché Leone XIV abbia voluto aggiungere un nuovo capitolo alla riflessione tecnologica, quanto perché sembra ricondurre anche quella discussione a una domanda più radicale: la tecnologia rafforzerà una civiltà fondata sulla competizione permanente, sul tentativo di sovrastare gli altri attraverso la potenza, oppure contribuirà a costruire relazioni diverse?Da questo punto di vista, la fraternità evocata ad Assisi va oltre l’essere una categoria spirituale confinata alla pastorale e diventa un criterio di lettura dell’ordine internazionale. Quando Leone XIV contrappone il servizio al dominio, l’incontro alla contrapposizione, la riconciliazione ai nazionalismi religiosi, propone implicitamente un lessico alternativo a quello che oggi domina il dibattito geopolitico. Suggerisce che la logica della supremazia – qualunque sia il terreno su cui si esercita – rischia di produrre nuove forme di disumanizzazione, contro una Chiesa che cerca umanità.È così che il breve passaggio sulla tecnologia va letto in prospettiva. L’osservazione secondo cui essa “disabitua a stare insieme, fra persone in carne ed ossa” non condanna l’innovazione, ma richiama a un rischio: il progresso tecnico non deve finire per impoverire proprio ciò che dovrebbe servire, cioè la qualità delle relazioni umane. È parte del dibattito globale su AI, quantum computing, nuova fusione nucleare eccetera. Per il ruolo spirituale globale, il Papa non può che dire che prima delle regole, prima degli algoritmi, prima della corsa all’innovazione, viene la domanda su quale idea di persona e quale modello di convivenza stiano guidando lo sviluppo di cui siamo protagonisti.Da Assisi, Prevost racconta come sta provando a cambiare la grammatica con cui certi dilemmi vengono formulati. E forse è questo il messaggio più interessante: contro il paradigma della politica della potenza, ricondurre tutto a quello della responsabilità, del limite e della fraternità umana. Un’ambizione che resta tutta da verificare nella sua capacità di incidere sul dibattito internazionale, ma che contribuisce a definire con maggiore nitidezza il profilo del pontificato di Leone XIV.