CANBERRA — «Gli autisti chiaramente forniscono un servizio a Uber, facendo ciò che è necessario perché Uber ricavi le commissioni e continui la sua attività». Con questa frase cinque giudici dell’Alta corte dell’Australia, il massimo tribunale del Paese, hanno chiuso mercoledì una lite fiscale durata cinque anni: Uber deve al Nuovo Galles del Sud, lo Stato di Sydney, 81 milioni di dollari australiani di payroll tax, l’imposta che le imprese versano sui salari dei dipendenti, più le spese legali del fisco statale.La decisione, presa con sei giudici contro uno, respinge per intero l’appello della società, riferisce l’emittente pubblica ABC. La corte ha stabilito che le somme girate dalla piattaforma agli autisti sono «da considerare salari» ai sensi delle norme sui collaboratori esterni, anche se gli autisti non sono dipendenti in senso classico. Non è un verdetto sul loro inquadramento: la sentenza riguarda l’imposta, non la paga né i diritti di chi guida.In aula Uber si era presentata come un semplice «agente di riscossione dei pagamenti», con «mere modalità amministrative» di passaggio del denaro e nessun nesso fra tariffe e prestazione. La maggioranza ha risposto che «Uber ha strutturato il suo sistema di rideshare in modo che i pagamenti dei passeggeri siano convogliati attraverso di essa», con «controllo sostanziale sulle tariffe»: può trattenere la commissione o annullare la corsa prima di girare i soldi all’autista. Le norme sui contractor, ha aggiunto, erano nate per «colpire schemi concepiti per evitare la responsabilità sulla payroll tax».Il presidente della corte, Stephen Gageler, ha scritto che quelle norme, pensate prima degli smartphone, «hanno continuato a parlare sempre al presente» alla gig economy nata in questo secolo. Unico dissenziente il giudice Simon Steward.Il contenzioso era cominciato nel 2021, quando il fisco del Nuovo Galles del Sud aveva notificato a Uber sei avvisi di accertamento per gli esercizi dal 2015 al 2020, circa 81,5 milioni più interessi. Nel settembre 2024 la Corte suprema dello Stato aveva dato ragione alla società e annullato tutto; nell’agosto 2025 la Corte d’appello aveva ribaltato all’unanimità, e Uber aveva portato il caso all’ultimo grado.Il conto oltre i 100 milioniUna portavoce di Uber ha detto che la società rispetta la decisione ma continua a ritenere che i mercati digitali non debbano pagare l’imposta sul lavoro dipendente. «Questa decisione potrebbe avere conseguenze indesiderate significative oltre il rideshare, toccando modelli di business di intermediazione in tutta l’economia, inclusi mediatori di mutui, marketplace di servizi, studi medici e altri servizi sanitari», si legge nel comunicato. «Crea un precedente allarmante in un momento in cui le imprese australiane affrontano già burocrazia e pressioni sui costi». Uber chiede ai governi statali di «modernizzare le leggi sulla payroll tax perché riflettano il funzionamento delle piattaforme digitali».La partita si sposta dunque dai tribunali ai parlamenti degli Stati, dove Uber chiede di riscrivere la legge che la corte ha appena applicato. Gageler ha però ricordato che Nuovo Galles del Sud e Victoria hanno di recente riconfermato quelle stesse norme nella loro legislazione fiscale, e una commissione d’inchiesta del Parlamento di Sydney ha tenuto audizioni sul tema nel 2025.Il conto per gli anni successivi al 2020, secondo l’agenzia australiana AAP, porterà il totale dovuto da Uber «ben oltre i 100 milioni». La giurista Joellen Munton, professoressa emerita, ha spiegato alla stessa agenzia che la sentenza espone ogni impresa che metta in contatto clienti e prestatori tramite un’app, compresi i fornitori di assistenza alla disabilità del programma nazionale NDIS, e che Uber «potrebbe decidere di dare agli autisti una quota minore».Il segretario nazionale del sindacato dei trasporti, Michael Kaine, ha parlato di «un richiamo critico alla realtà per le aziende che cercano di aggirare le nostre leggi»: «I giganti tech hanno passato anni a convincere i governi di tutto il mondo che le leggi non valgono per loro. Il tempo è scaduto per i colossi della gig economy».La ministra delle Finanze del Nuovo Galles del Sud, Courtney Houssos, ha ricordato che solo il 5% circa delle imprese dello Stato paga la payroll tax, in prevalenza grandi aziende, e che il gettito finanzia i servizi essenziali. «Le imprese locali pagano la loro parte. Anche Uber dovrebbe pagare la sua».