Clima, dieci anni dall’Accordo di Parigi: l’EASAC avverte, «La crisi climatica è una crisi idrica»

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A dieci anni dall’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, il 4 novembre 2016, gli obiettivi internazionali di contenimento del riscaldamento globale rimangono lontani. Le temperature continuano a raggiungere livelli record e la dipendenza dai combustibili fossili rappresenta uno dei principali ostacoli alla transizione energetica. Alla vigilia della COP31, in programma ad Antalya, in Turchia, il Consiglio consultivo scientifico delle accademie europee (EASAC) richiama l’attenzione su una delle conseguenze più gravi del cambiamento climatico: la crescente insicurezza idrica.«La crisi climatica è una crisi idrica», afferma Fiona Regan, copresidente del Comitato direttivo per l’ambiente dell’EASAC. Secondo la scienziata, ogni ulteriore aumento della temperatura globale accresce i rischi per la disponibilità e la qualità dell’acqua, con conseguenze sempre più evidenti nei fiumi, nei bacini idrici e lungo le coste.L’Accordo di Parigi, sottoscritto da quasi 200 Paesi, ha fissato l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali, proseguendo gli sforzi per limitarlo a 1,5 gradi. Un decennio dopo, la distanza tra gli impegni assunti e i risultati raggiunti continua tuttavia a preoccupare la comunità scientifica.Regan sottolinea che anche variazioni apparentemente contenute della temperatura possono produrre effetti significativi. Ogni frazione di grado aggiuntiva aumenta infatti la probabilità e la gravità di siccità e inondazioni, mettendo sotto pressione le comunità, gli ecosistemi e le attività economiche che dipendono dalle risorse idriche.La disponibilità di acqua non riguarda soltanto l’ambiente, ma investe direttamente la produzione agricola, la sicurezza alimentare, la salute pubblica e la stabilità economica. La crescente frequenza degli eventi meteorologici estremi rischia inoltre di aggravare le disuguaglianze tra Paesi e regioni con differenti capacità di adattamento.«La sicurezza idrica non è una sfida che possa essere affrontata isolatamente», osserva Regan, ricordando che costituisce un elemento essenziale della resilienza climatica, della sicurezza delle popolazioni e della prosperità internazionale. Per questo, sostiene, ogni intervento destinato a contenere il riscaldamento globale può contribuire a ridurre i rischi futuri.Il richiamo dell’EASAC arriva in un contesto geopolitico particolarmente complesso. La COP31 si svolgerà mentre numerosi conflitti e tensioni internazionali mettono sotto pressione la cooperazione multilaterale, rendendo più difficile raggiungere compromessi sulle politiche climatiche e sugli impegni economici necessari alla loro attuazione.Secondo Regan, proprio questa situazione rende indispensabile evitare che la questione climatica venga considerata separatamente dalle priorità della sicurezza e dello sviluppo. Le conseguenze della scarsità d’acqua e degli eventi meteorologici estremi possono infatti accentuare fragilità economiche e sociali già esistenti.La scienziata auspica che il vertice di Antalya riesca almeno a dimostrare la capacità dei governi di superare le divisioni politiche e privilegiare la cooperazione internazionale. Il messaggio dell’EASAC è che la sicurezza idrica debba diventare una componente centrale delle strategie climatiche, perché gli effetti del riscaldamento globale non riguardano soltanto il futuro del pianeta, ma incidono già sulle condizioni di vita di milioni di persone.