L’Iran rivendica 5 petroliere in fiamme sulle mine nello stretto di Hormuz: 3 portaerei Usa convergono nel Golfo

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TEHERAN — «Una grande petroliera che tentava di passare per il passaggio illegale a sud dello stretto di Hormuz ha preso fuoco dopo aver urtato una mina e si è fermata». Lo ha detto giovedì il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, i Pasdaran, all’agenzia iraniana Fars, vicina allo stesso corpo. Nel corso della giornata l’esercito regolare ha aggiunto, attraverso l’agenzia di Stato Irna, altre tre navi in fiamme a est dello stretto, due delle quali «verso mezzogiorno». In 24 ore Teheran rivendica almeno cinque petroliere colpite, più un rimorchiatore accorso a spegnere un incendio e bruciato a sua volta.Il bilancio arriva due giorni dopo il voto di metà mandato che ha tolto a Donald Trump la maggioranza alla Camera e al Senato, e riguarda il braccio di mare da cui passa circa un quinto del petrolio consumato nel mondo. Nessuna autorità marittima indipendente ha confermato le mine, nessun armatore ha dato nome o bandiera delle navi, e il Comando centrale americano, che segue la regione, non ha commentato. Da quando la guerra è cominciata, il 28 febbraio, l’Iran limita il transito nello stretto e stabilisce chi può passare e dove. Già mercoledì i Pasdaran avevano annunciato quattro petroliere distrutte dalle mine.Un episodio lo ha registrato l’ufficio della Marina britannica che raccoglie le segnalazioni dei mercantili nel Golfo, lo Ukmto: una petroliera colpita da due proiettili mercoledì alle 23:20 (le 0:20 di giovedì in Italia), a una novantina di chilometri a nord della costa del Qatar. Nessuna rivendicazione. Lo stesso ufficio ha ammesso il mese scorso di non riuscire più a contare gli attacchi, perché la maggior parte delle navi non li segnala.Il comunicato dei Pasdaran, diffuso per intero dall’agenzia semiufficiale Tasnim, lega le mine alle urne americane: gli Stati Uniti «non avrebbero subito queste pesanti perdite e un’umiliante sconfitta elettorale» se fossero stati «più prudenti nel liberare i fondi iraniani congelati». Lo stesso testo rivendica la cattura, con la guerra elettronica, di due droni d’attacco americani a basso costo fatti atterrare sulla costa.Trump ha riconosciuto il nesso. Mercoledì, davanti ai cronisti, ha definito «in gran parte vera» l’analisi del vicepresidente JD Vance, che attribuisce la sconfitta ai prezzi della benzina gonfiati dalla guerra: «Non avevamo scelta. Non puoi lasciare che l’Iran abbia un’arma nucleare». Alla domanda su quando finirà il conflitto: «Quando vorrò. Ma va fatto bene». Il giorno prima, in una telefonata di sei minuti con il Financial Times, aveva escluso un attacco imminente: «Sembra che stiamo ottenendo tutto quello che vogliamo».Tre portaerei in arrivoLa moratoria annunciata l’8 ottobre, nessun attacco all’Iran prima delle elezioni, è scaduta il 3 novembre. Lunedì aerei americani hanno colpito un impianto antiaereo sull’isola di Qeshm, la più grande del Golfo, 96 chilometri distesi lungo l’imboccatura dello stretto; Trump lo ha chiamato «attacco minore», «non era guerra». Il New York Times scrive giovedì che migliaia di militari, su più di una dozzina di navi e nelle basi della regione, sono pronti a riprendere operazioni di combattimento su ordine del presidente, con tre gruppi d’attacco di portaerei che convergono nell’area. Sul tavolo c’è un piano per una campagna di circa tre giorni contro missili, droni, centri di comando dei Pasdaran e infrastrutture energetiche. Trump non lo ha approvato.Alla Casa Bianca un funzionario si è limitato a dire che «non commentiamo piani militari sensibili che possono esistere o no» e che il presidente «tiene tutte le opzioni sul tavolo». Gli alleati del Golfo sono stati avvertiti di prepararsi a raid brevi e intensi già dal 4 novembre; un alto funzionario arabo non esclude che alcuni Stati neghino l’uso delle basi.Ali Vaez, vicedirettore del programma Medio Oriente dell’International Crisis Group, vede il rischio nella lettura che Teheran darà del voto: «La tentazione è scambiare la debolezza politica di Trump per debolezza militare e strafare, quando la mossa più intelligente è incassare un accordo finché Washington ne vuole uno». Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati, dice di sperare in «una svolta»: «non è nell’interesse della regione un altro round di confronto».Il canale resta aperto. Il Qatar, mediatore insieme al Pakistan, ha detto giovedì che Washington e Teheran continuano a scambiarsi proposte; una delegazione di Doha è stata tre ore a Teheran lunedì, e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha telefonato giovedì ai colleghi di sei Paesi della regione. Il Brent è sceso a 93 dollari al barile.Il prezzo iraniano lo ha scritto per esteso Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale: le sette condizioni di Teheran, dalla fine delle ostilità su tutti i fronti, Libano e Gaza compresi, alla revoca delle sanzioni, dalla fine del blocco dei porti allo sblocco dei fondi congelati, vanno «attuate» per intero. «Solo allora lo stretto di Hormuz sarà riaperto». La Guida suprema Mojtaba Khamenei, mercoledì, ha chiesto che non ci sia «nemmeno la minima inclinazione alla sottomissione» verso un’America ostile «qualunque sia il partito al potere».