Un consigliere del presidente argentino Milei accompagnò Flávio Bolsonaro all’aereo per Miami: la fuga dal Brasile passò dall’Argentina

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PUERTO IGUAZÚ — Quaranta minuti. Tanto è passato, secondo le autorità migratorie argentine, tra l’ingresso di Flávio Bolsonaro in Argentina, la sera del 27 ottobre, e il decollo del jet privato che lo ha portato a Miami. Oggi il New York Times riferisce, citando tre persone coinvolte nell’operazione, che ad attenderlo nell’aeroporto di frontiera c’era un consigliere di primo piano del presidente argentino Javier Milei.Flávio Bolsonaro, 45 anni, senatore e figlio dell’ex presidente Jair, aveva perso il 25 ottobre il ballottaggio contro Luiz Inácio Lula da Silva. Il giudice della Corte suprema Alexandre de Moraes gli aveva ordinato di consegnare i passaporti e di non lasciare il Paese, nell’ambito di un’indagine per riciclaggio. Con la rivelazione del Times la fuga smette di essere un passaggio di frontiera e diventa un affare tra i governi di Brasília e Buenos Aires.Il nome lo aveva già fatto Clarín, il principale quotidiano argentino: Santiago Caputo, consigliere presidenziale che sovrintende alla Side, i servizi segreti dello Stato. Secondo quella ricostruzione Caputo raggiunse la zona di confine, incontrò Bolsonaro a Puerto Iguazú e lo accompagnò fino alla scaletta dell’aereo, evitando che il passaggio venisse documentato. Avrebbero partecipato agenti dei servizi, della Direzione nazionale delle Migrazioni e della polizia aeroportuale; almeno quattro jet privati sarebbero serviti da diversivo.Bolsonaro era entrato via terra dalla provincia di Misiones con la moglie e le due figlie, a bordo di un furgone con targhe diplomatiche argentine. Da Brasília lo aveva scortato, secondo le ricostruzioni della stampa brasiliana, un ex agente del Mossad naturalizzato statunitense, arrivato in Brasile il 19 ottobre. Il Gulfstream della compagnia argentina Baires Fly ha fatto scalo a Guayaquil, in Ecuador, ed è atterrato la mattina del 28 a Opa-locka, alle porte di Miami. Lì Bolsonaro è stato ammesso con un permesso temporaneo: avrebbe esibito un passaporto diplomatico scaduto.Il jet, aveva già scritto il Times, era stato organizzato da Jason Miller, operativo politico di Donald Trump e oggi collaboratore esterno della Casa Bianca. Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che l’amministrazione non ha avuto alcun ruolo diretto.La versione di Buenos AiresIl portavoce della presidenza argentina, Adrián Ravier, ha sostenuto martedì che il ruolo di Milei è «irrilevante». L’uscita dal Brasile e l’ingresso in Argentina sono stati «quanto meno formali», ha detto: documenti in regola, nessun ordine di arresto internazionale. «Non so se il presidente sapesse o no», ha aggiunto. Il capo di gabinetto Diego Santilli aveva detto la settimana scorsa: «È entrato attraverso Migrazioni, non aveva restrizioni Interpol».Flávio Bolsonaro nega ogni illecito. Dagli Stati Uniti ha ringraziato Milei per «coraggio, senso di giustizia e rispetto della legge» e il 30 ottobre, in diretta su Instagram, ha detto: «La persecuzione è cominciata prima di quanto immaginassi». La polizia federale brasiliana non ha alcun registro ufficiale della sua uscita dal Paese e valuta di chiedere alla Corte suprema il congelamento di beni e conti. I funzionari brasiliani parlano di un’operazione pianificata, nome interno «Operação Alba».Il 29 ottobre il ministero degli Esteri brasiliano ha convocato l’incaricata d’affari argentina per «fornire spiegazioni». Le relazioni erano già state declassate a luglio, quando Brasília richiamò l’ambasciatore dopo che Milei aveva definito Lula «ladro» e «corrotto». Il ministero degli Esteri argentino nega che il Brasile abbia chiesto chiarimenti.A Buenos Aires l’opposizione peronista chiede di convocare i ministri in Parlamento. «Bolsonaro è fuggito. Milei lo ha aiutato», ha scritto il deputato Agustín Rossi. I procuratori esaminano diverse denunce penali, una già archiviata, e un giudice ha ordinato al governo di rendere pubblici i dettagli dell’assistenza prestata. «Non abbiamo molto altro da dire», aveva risposto martedì la Casa Rosada, «e per noi la questione è chiusa».