L’anti-Trump della fede. Come Talarico ribalta quarant’anni di teopolitica conservatrice

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Nel Senato degli Stati Uniti entra un seminarista presbiteriano, James Talarico, viene dal Texas, stato repubblicano da decenni, dai tempi di Ronald Reagan. Ma lui non è di quella filiera, non appartiene alla galassia evangelicale, innamorata di quel letteralismo biblico che abbiamo imparato a conoscere proprio da quando lui, Ronald Reagan, chiese a Jerry Falwell di lanciare in politica i suoi pastori evangelicali, costola fondativa di quella teopolitica che ha dato vita a un fondamentalismo cristiano presto connessosi a integralismo cattolico. Ne sono scaturite tante guerre culturali, di cui loro sono stati i guerrieri.Hanno scritto su La Civiltà Cattolica, anni fa, padre Antonio Spadaro e il pastore Marcelo Figueroa: “Specialmente negli ultimi decenni negli Stati Uniti si è notato il ruolo sempre più incisivo della religione nei processi elettorali e nelle decisioni di governo: un ruolo anche di ordine morale nell’indicazione di ciò che è bene e ciò che è male. A tratti questa compenetrazione tra politica, morale e religione, ha assunto un linguaggio manicheo che suddivide la realtà tra il bene assoluto e male assoluto. Infatti dopo che Bush a suo tempo ha parlato di un ‘asse del male’ da affrontare e ha fatto richiamo e ha fatto richiamo alla responsabilità di ‘liberare il mondo dal male’ in seguito agli eventi dell’11 settembre 2001, oggi il presidente Trump indirizza la sua lotta contro un’entità collettiva genericamente ampia, quella dei cattivi (bad) o anche molto cattivi (very bad). A volte i toni usati in alcune campagne dai suoi sostenitori assumono connotazioni che potremmo definire ‘epiche'”. Un Vangelo tutto nuovo, quello della “prosperità”, ha consentito di saldare questo cristianesimo integralista e letteralista in alcuni richiami biblici (la loro nota condanna dell’omosessualità deriva da una fuorviante lettura dell’episodio biblico di Sodoma, dove l’ira divina viene attribuita agli atti sessuali che furono compiuti e non alla mancanza di ospitalità nei confronti dello straniero poi abusato) si è saldata all’idea che Dio ci vuole ricchi, prosperi, sani e felici. L’opulenza e il benessere sono dunque il segno dell’amore di Dio. Ecco un cristianesimo intimo alle grandi corporations e ai suoi Ceo.Ora con James Talarico la teopolitica si capovolge? Si può usare un altro termine per lui? L’influenza della fede in Talarico c’è, ma porta da tutt’altra parte. Richiesto in campagna elettorale di immaginare cosa avrebbe detto Gesù visitando il Senato americano, Talarico ha risposto: “Ero affamato e mi avete ridotto il sussidio alimentare, ero malato e mi avete escluso da MedicAid, ero straniero e mi avete deportato”. Il suo intento è quello di ancorare la visione evangelica a un impegno per i poveri, alla fratellanza con l’altro, all’incisività e al pluralismo. Non è un’operazione facile, ma già l’opposizione tra la sua scelta e l’opposta “liberazione dal male” di cui si è fatto cenno al riguardo del reborn George W. Bush, ci dice che ogni teologia non può che essere di liberazione. Tutto sta a vedere quale “liberazione”.Talarico fa frequentemente riferimento al pluralismo, indicando dunque una fede che lo ispira ma non lo separa dall’altro, dagli altri, lo pone in dialogo. Ma senza celare dove e come l’orienta. Per esempio: lui sostiene l’accesso all’aborto e contemporaneamente vuole vedere meno aborti, lo definisce un problema da trattare in termini di salute pubblica e non di guerra culturale. In ambienti a lui vicini ho letto l’idea che per sostenere la possibilità di poter abortire si deve partire da una considerazione: la creazione non può essere imposta.Il 23 ottobre 2026 il professor Jodi Hunt, con sua sorpresa e felicità, venne invitato a prender parte per un breve confronto diretto nell’ambito di un programma televisivo con il candidato Talarico. Suppongo che Talarico ne fosse al corrente, ma il punto è quanto ha scritto Hunt. Lui è un cattolico fermamente contrario all’aborto, per lui la linea rossa nella difesa del più debole tra noi umani. Raccontando il modo in cui si preparava a quel confronto televisivo ha scritto: “Come potrei accettare un senatore del mio Stato che da cristiano non conviene con me sul no all’aborto?”. Jodi Hunt subito dopo, nello stesso articolo per un’autorevole rivista, racconta quanto fosse rimasto positivamente colpito da quel confronto, un esempio concreto di come l’argomento possa essere affrontato da persone che partono da visioni diverse, direi che abbia espresso entusiasmo perché ha colto che è possibile un confronto civile, pur non convenendo su tutto; questo in sintesi il suo giudizio di quell’esperienza.Ma cosa vuol dire “capirsi”? Come possiamo immaginare questa comprensione tra diversi? Lui, fermo avversario dell’aborto in e per principio, più avanti ha scritto: “L’aborto non è una questione politica astratta. Coinvolge vite umane, circostanze difficili, responsabilità morali ed esperienze profondamente personali. Dietro le posizioni politiche ci sono persone le cui convinzioni sono state plasmate da storie familiari, sofferenze, paure, fede e speranza. Sebbene la Chiesa insegni che l’aborto diretto sia gravemente sbagliato, tale insegnamento non ci esonera dalla responsabilità di comprendere le circostanze che portano le donne a prendere in considerazione l’aborto. Anzi, comprendere tali circostanze è essenziale se speriamo di prevenire l’aborto e di costruire una cultura che accolga la vita”. È tanto? È poco? Questo a mio avviso è un esempio concreto di come un tentativo pluralista possa cambiare il mondo. Si può definire “pluralista” la teologia di Talarico? Io credo che il pluralismo ne sia un tratto decisivo e oggi questo fa una differenza enorme. Se lui, seminarista presbiteriano, quindi non cattolico, definisce Leone XIV “uno dei suoi eroi”, ci sarà un motivo. Che è un pluralista, che non ha frainteso la frase per cui noi siamo a immagine e somiglianza di Dio comprendendo che Dio è a nostra immagine e somiglianza. Infatti mi sembra che la fraternità sia al cuore della sua visione, del modo in coniuga la sua fede al suo impegno politico.Se ogni teologia è di liberazione, quella di Talarico potrebbe essere la teologia della liberazione dall’integralismo, dal rifiuto, dall’identitarismo sfrenato. Accanto a questo però, c’è in primo piano la passione, che per quanto ho letto appare “bergogliana”, per i poveri. Sorprendente e decisiva nel mondo d’oggi, soprattutto in quello americano plasmato da Trump e dai suoi amici della Silicon Valley, è una frase che ha pronunciato durante la sua campagna elettorale, in una affollatissima sala: “Il motivo per cui esiste la povertà non è perché non possiamo sfamare i poveri, ma perché non riusciamo a soddisfare i ricchi”. È il socialismo per i ricchi e l’individualismo ruggente per i poveri, avrebbe detto: espressione che colpisce, ma ancor di più lo è quella che ha pronunciato dopo la precedente, in quella stessa affollatissima sala texana: “Cosa spinge una persona ad accumulare ricchezze che non potrebbe spendere neanche in cento vite?”. E ha anche risposto: “L’accaparramento”.Talarico, con la sua idea evangelica di vicinanza ai poveri, con il suo pluralismo, offre ai democratici una visione.