GERUSALEMME — A mezzogiorno (le 11 in Italia) il giudice della Corte suprema Noam Sohlberg, presidente della Commissione elettorale centrale, ha consegnato al presidente Isaac Herzog i risultati ufficiali del voto del 27 ottobre. Nella residenza presidenziale, davanti ai dirigenti della commissione, Sohlberg ha detto che i risultati sono «vincolanti per tutti noi» e che chi getta dubbi sul voto è «un pericolo reale» per la democrazia israeliana. Con quella consegna si chiude una settimana in cui il primo ministro Benjamin Netanyahu e i suoi alleati hanno sostenuto, senza presentare prove, che le elezioni fossero state «rubate» dai partiti arabi con aiuti stranieri.La commissione ha riesaminato i verbali di 9.069 seggi e non ha trovato irregolarità capaci di alterare il risultato, riferisce l’Associated Press. Il direttore facente funzione Dean Livne ha spiegato che ogni reclamo è stato esaminato «individualmente e a fondo» e che i numeri «riflettono fedelmente le scelte fatte dagli elettori». Il blocco di Netanyahu si ferma a 53 seggi su 120, contro i 68 del parlamento uscente; quello guidato dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot ne ha 48 e i partiti a guida araba 19, il massimo di sempre.Il passaggio decisivo è avvenuto martedì sera nell’ufficio di presidenza della commissione, un organo di cinque membri. I rappresentanti dei partiti centristi Yesh Atid e Blu e Bianco hanno votato per la certificazione, quelli del Likud e del partito ultraortodosso Shas si sono astenuti. A sbloccare il voto è stato lo stesso Sohlberg, che poche ore prima aveva respinto la richiesta del Likud di rinviare la pubblicazione fino alla fine delle indagini sulle interferenze straniere: nessun partito, aveva scritto, «per quanto illustre o anziano», può trattenere i risultati.Il rinvio avrebbe tenuto aperta la partita per settimane; la certificazione la sposta nella residenza di Herzog, dove da oggi si decide chi riceverà l’incarico. Il presidente apre due giorni di consultazioni con i leader degli undici partiti eletti e, rompendo la consuetudine, comincia dai più piccoli: Sionismo Religioso, Shas e Yisrael Beytenu oggi, giovedì gli altri fino a Yashar di Eisenkot e, per ultimo, il Likud, scrive il Times of Israel. Avigdor Lieberman, Naftali Bennett e Yair Golan hanno già annunciato che raccomanderanno Eisenkot, che sulla carta conta su 48 indicazioni contro le 46 del primo ministro. Nessuno dei due arriva ai 61 seggi della maggioranza senza i partiti arabi.Il no della procuratriceMentre la commissione lavorava, il capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, David Zini, nominato da Netanyahu, ha chiesto alla procuratrice generale Gali Baharav-Miara l’autorizzazione a interrogare quattro deputati arabi, tra cui il leader di Ra’am Mansour Abbas e il presidente di Ta’al Ahmad Tibi. La procuratrice ha detto no: «In uno Stato di diritto non è possibile interrogare cittadini o eletti senza prove che lo giustifichino», ha scritto il suo ufficio, invitando il servizio a consegnare il materiale alla squadra investigativa congiunta con la polizia. L’indagine sulle interferenze straniere resta aperta.Netanyahu ha risposto nella notte su X definendo le notizie della serata «un terremoto per la democrazia israeliana». Il Likud ha accusato la procuratrice di «coprire questo grave caso di manipolazione del processo elettorale da parte di attori stranieri» e di «legare le mani allo Shin Bet». Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha chiesto a Zini di arrestare i leader dei partiti arabi anche senza il via libera della procura: «Le elezioni sono state rubate, Paesi stranieri sono intervenuti». Dopo la certificazione il primo ministro non ha ancora commentato.Il Qatar, chiamato in causa come presunto finanziatore, ha definito le accuse disinformazione. La Lista Unita accusa Zini di agire come «braccio politico» di Netanyahu: «Non permetteremo di trasformare i voti di centinaia di migliaia di cittadini arabi in una minaccia alla sicurezza». Eisenkot ha parlato di «un vero pogrom contro la democrazia e lo Stato di diritto».Netanyahu, sotto processo per corruzione, ha chiesto lunedì un «ampio governo nazionale» a sua guida, essendo il Likud ancora il primo partito con 27 seggi, nove in meno di quattro anni fa; se perde il potere perde anche l’immunità. Yousef Jabareen, leader della Lista Unita, ha detto che l’opposizione deve accettare la «realtà politica» e allearsi per rimuoverlo. Senza una coalizione, Israele tornerebbe alle urne all’inizio del 2027: sarebbe la settima volta dal 2019.