Guerra cognitiva, il nuovo rapporto Nato sulle minacce alla capacità decisionale

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Perché distruggere un’infrastruttura quando si riesce a condizionare la decisione di chi deve difenderla? Perché convincere un’intera società di una narrazione alternativa se è sufficiente alimentare incertezza, sfiducia e polarizzazione fino a rendere più difficile distinguere un’informazione attendibile da una manipolazione?Su questo paradigma concettuale si muove il Chief Scientist Research Report on Cognitive Warfare della NATO Science & Technology Organization (STO), organismo che riunisce la ricerca scientifica e tecnologica dell’Alleanza. Il documento prova soprattutto a mettere ordine in un concetto spesso utilizzato con eccessiva elasticità: la guerra cognitiva.La premessa è che la cognizione umana non rappresenti un nuovo terreno di scontro in senso stretto. Propaganda, inganno, pressione psicologica e tentativi di orientare il comportamento dell’avversario accompagnano la storia dei conflitti. A cambiare sono però la scala, la velocità e la capacità di personalizzazione consentite dall’ambiente digitale, dall’intelligenza artificiale, dai big data e, in prospettiva, dagli sviluppi delle neuroscienze e delle biotecnologie.La guerra cognitiva non coincide – secondo le indicazioni del report – con le operazioni informative, le PsyOps, la comunicazione strategica o le attività cyber: le attraversa e, in alcuni casi, le combina. Il suo obiettivo ultimo consiste nell’interferire con la capacità di osservare, interpretare, decidere e agire. Può rivolgersi al singolo individuo, a un gruppo sociale, a un’organizzazione militare o al sistema politico nel suo insieme. E può produrre effetti senza che esista necessariamente una relazione immediatamente riconoscibile tra l’azione ostile e il comportamento che ne deriva.Per questo la Nato non riconosce oggi la cognizione come un dominio operativo autonomo sul modello di terra, mare, aria, spazio e cyberspazio. La considera piuttosto una dimensione trasversale, destinata a incidere sulle operazioni multidominio e sul rapporto tra strumenti militari e non militari. Una precisazione tutt’altro che secondaria, perché evita di trasformare la guerra cognitiva in un’etichetta buona per descrivere qualsiasi attività di influenza.Il problema diventa ancora più evidente osservando il tradizionale ciclo decisionale militare OODA – Observe, Orient, Decide, Act. Un avversario non deve necessariamente impedire materialmente a un comandante di agire. Può alterare i dati che osserva, saturarlo di informazioni, modificare la percezione del contesto, introdurre segnali ingannevoli o incidere sulla fiducia riposta nelle fonti. L’effetto si produce prima della decisione, agendo sulle condizioni che permettono di formularla.Dalla disinformazione alla capacità decisionaleLa Nato, nella propria strategia contro le minacce informative, osserva che gli attori ostili possono combinare operazioni digitali, manipolazione dell’informazione e persino azioni fisiche, comprese proteste orchestrate o sabotaggi, per produrre un effetto complessivo sull’ambiente informativo. L’intelligenza artificiale e i deepfake ampliano ulteriormente questa possibilità, rendendo più semplice produrre contenuti, segmentare i destinatari e moltiplicare le occasioni di contaminazione del dibattito pubblico.La guerra cognitiva diventa allora particolarmente rilevante proprio al di sotto della soglia del conflitto armato, dove attribuzione e proporzionalità della risposta risultano più problematiche. Il rapporto richiama l’ipotesi avanzata da alcuni esperti secondo cui le interferenze straniere possano inserirsi in una condizione di competizione pressoché continua, influenzando il comportamento collettivo senza arrivare a un confronto militare aperto.Cosa sta facendo la NatoLa STO ha trasformato il tema in un programma di ricerca strutturato. Nel 2022 il Science & Technology Board ha riconosciuto la guerra cognitiva come una sfida strategica per il proprio programma scientifico. Il rapporto censisce 20 attività di ricerca, avviate con il coinvolgimento di oltre 200 esperti provenienti da 26 Paesi alleati e partner, insieme a diversi organismi della Nato.Il lavoro spazia dalla situational awareness alle scienze comportamentali, dalle neuroscienze alla comprensione dei fattori sociali e culturali, fino agli strumenti tecnologici in grado di moltiplicare gli effetti delle operazioni cognitive. Intelligenza artificiale, big data, tecnologie dell’informazione, neurobiologia e biotecnologie rientrano nello stesso quadro analitico perché possono incidere, con modalità differenti, sulla formazione della percezione e della decisione.Il rapporto sintetizza il lavoro della STO attorno a tre esigenze: ridurre la capacità degli avversari di condizionare i processi decisionali alleati; migliorare le capacità cognitive umane e tecnologiche; aumentare la resilienza, cioè la capacità di mantenere e recuperare le prestazioni anche quando il sistema è sottoposto a pressioni cognitive.Il limite? Le attività della STO descritte nel rapporto affrontano la Cognitive Warfare da una prospettiva difensiva. E il rapporto contiene inoltre un disclaimer formale: analisi e conclusioni sono responsabilità della Science & Technology Organization e non costituiscono automaticamente la posizione ufficiale della Nato o dei singoli governi alleati.Resilienza materiale, resilienza mentaleSe il bersaglio può essere rappresentato dalla capacità di una società di interpretare un evento, mantenere fiducia nelle proprie istituzioni o assumere decisioni durante una crisi, la difesa non può esaurirsi nella protezione delle reti informatiche o delle infrastrutture critiche: serve anche una capacità istituzionale di individuare precocemente campagne coordinate, ricostruirne l’origine, comprendere quali vulnerabilità stiano tentando di sfruttare e distinguere l’influenza ostile dal legittimo dissenso politico e sociale.Non a caso la Nato insiste sempre più su un approccio whole-of-government e whole-of-society alla resilienza, fondato sul coordinamento tra autorità civili, apparati di sicurezza, comunità scientifica e settore privato. Anche la revisione del 2026 dei requisiti di base della resilienza dell’Alleanza ribadisce la necessità di una risposta intersettoriale ai rischi strategici. La superiorità tecnologica rimane essenziale, ma non basta quando l’avversario può tentare di intervenire sul modo in cui quelle tecnologie vengono impiegate, sulle informazioni che alimentano una decisione o sulla fiducia politica necessaria per sostenerla. La competizione cognitiva non sostituisce dunque quella militare, cyber o informativa, le attraversa. Ciò rende di fondamentale importanza la necessità di comprendere meglio il fenomeno, rafforzare la capacità di riconoscerlo e impedire che una vulnerabilità informativa o sociale diventi, nel momento della crisi, una vulnerabilità strategica.