Gli anticorpi dell’America e la lezione per i repubblicani. L’analisi di Alli

Wait 5 sec.

“Io non ero sulla scheda”, ha scritto Donald Trump nella notte su Truth. Formalmente è vero. Ma era nella testa di ogni elettore che si è messo in fila ai seggi. E le file sono state lunghe: secondo le prime stime dell’Università della Florida hanno votato oltre 124 milioni di americani, il 49,4% degli aventi diritto. È la seconda affluenza più alta per un voto di metà mandato da oltre un secolo, dopo il 2018.Primo segnale, e non il meno importante: gli americani non hanno sottovalutato l’appuntamento. Lo stile divisivo del presidente ha finito per generare gli anticorpi all’interno del sistema. La democrazia americana, che molti davano per malata, ha mostrato di avere un sistema immunitario ancora vigile.Il fronte internoL’elettore americano vota anzitutto con il portafoglio, e questa volta il portafoglio era leggero. Inflazione, potere d’acquisto eroso, tensioni sociali in crescita, molte promesse rimaste sulla carta: secondo gli exit poll, l’89% dei votanti ha indicato il costo della vita come fattore importante o decisivo. Il gradimento del presidente si è fermato al 38%, minimo storico per un inquilino della Casa Bianca al voto di metà mandato.Ma ridurre tutto all’economia sarebbe un errore. Hanno pesato anche le scelte di politica estera: le aperture a Mosca a spese di Kyiv, l’appoggio incondizionato a Netanyahu e soprattutto una guerra all’Iran che dura da otto mesi. Già a settembre, per il 71% degli elettori (sondaggio Fox News, non esattamente un covo di radicali), mancava una strategia d’uscita. Un quadro che ha compromesso l’immagine dell’America nel mondo e che gli elettori si sono ritrovati, puntuale, alla pompa di benzina.Le proporzioni della vittoria democratica sono andate largamente oltre le previsioni. Alla Camera i democratici veleggiano oltre quota 255, la maggioranza più ampia da quasi vent’anni. Al Senato hanno strappato sette seggi, tra cui Texas, Ohio, Kansas e il Maine di Susan Collins. Trump è il primo presidente da vent’anni a perdere entrambe le Camere in un colpo solo. Non si è trattato, dunque, di un semplice referendum sulla sua persona: sono emerse tendenze profonde, finora inespresse.Paradossalmente, Trump è riuscito dove i democratici avevano fallito: far nascere leadership in un partito che nel 2024 non aveva saputo esprimerne. In Michigan il progressista Abdul El-Sayed è diventato il primo senatore musulmano della storia americana, festeggiando con un “Michigan 1, Ohio 0” rivolto al vicepresidente Vance. Un caso da studiare, ma difficilmente replicabile su scala più vasta. In Georgia Jon Ossoff ha stravinto e Keisha Lance Bottoms è la prima donna afroamericana eletta governatrice negli Stati Uniti: un’impresa, in uno Stato che due anni fa aveva scelto Trump.Il volto della notte, però, è James Talarico. Trentasette anni, ex insegnante, seminarista presbiteriano, ha espugnato il Texas, dove un democratico non vinceva un seggio al Senato dal 1988, staccando Ken Paxton di oltre dieci punti. Ha festeggiato sotto lo slogan che ha accompagnato tutta la sua campagna: “Love thy neighbor”, ama il tuo prossimo. Fatte le debite proporzioni, mi ha ricordato l'”I have a dream” di Martin Luther King.Il coraggio di rifarsi ai valori, terreno che a destra era stato presidiato, spesso con toni estremi, da Charlie Kirk e dallo stesso J.D. Vance, potrebbe essere la chiave per conquistare l’elettorato indipendente. Secondo Gallup, nel 2025 il 45% degli americani si definiva indipendente, contro il 27% per ciascuno dei due partiti. È quella sterminata terra di mezzo, non fidelizzata, a decidere le elezioni. E martedì ha scelto: tra gli indipendenti, dicono gli exit poll, i democratici hanno vinto 56 a 39.Il messaggio al GopSulle conseguenze interne pesa l’imprevedibilità del presidente. Nella notte Trump ha alternato i registri: “Congratulazioni ai democratici, hanno fatto un buon lavoro”, poi “non lo considero un colpo contro di me”, poi l’attacco al governatore texano sconfitto, Greg Abbott, liquidato come “Rino”, repubblicano solo di nome. Al New York Times ha assicurato che lavorerà con i democratici. Ma ha anche ricordato di avere il veto, pronosticando che dopo “un paio di mesi di veti” saranno loro a telefonargli. Fidarsi è bene; qui, non fidarsi è meglio.Resta da vedere se il suo entourage saprà contenerne la voglia di rivalsa, che potrebbe tradursi in un ulteriore irrigidimento su posizioni Maga. Con una Camera democratica dotata di poteri d’inchiesta, l’ipotesi più realistica è un biennio di instabilità, minacce e vendette.Sul medio-lungo periodo le incognite sono due. La prima riguarda i democratici: sapranno organizzarsi attorno a una delle leadership emergenti o si consumeranno nelle consuete guerre intestine, sprecando per l’ennesima volta un’occasione storica? Gli stessi exit poll ricordano che il giudizio sul partito resta negativo: si è votato contro qualcuno più che per qualcuno. La seconda, la più importante, riguarda i repubblicani. Il partito di Lincoln e di Reagan deve chiedersi se sa esprimere una leadership meno estremista di quella di Trump e Vance, che gli elettori hanno chiaramente bocciato. Trump resterà alla Casa Bianca fino al gennaio 2029, ma la fase Trump si è chiusa martedì notte. Prima lo capiranno i repubblicani, meglio sarà per loro. E per l’America.Il fronte internazionaleÈ però sul piano internazionale che si avranno, probabilmente, le conseguenze più rilevanti. Un Trump indebolito è una buona notizia per l’Ucraina e una pessima notizia per Putin, che alla vigilia, avvertiva Zelensky, preparava un nuovo attacco massiccio contando sulla distrazione del mondo. Non è una buona notizia nemmeno per Netanyahu. A Pechino e a Teheran, invece, è probabile che si brindi.La politica estera di Trump, illogica, ondivaga e mossa quasi solo da logiche di consenso interno, ha prodotto paradossi. Come quello di una Russia che aggredisce l’Occidente in Ucraina e intanto rifornisce di intelligence e droni l’Iran, aggredito dall’Occidente: tanto che l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha accusato Mosca di aiutare Teheran a “uccidere americani”. Mentre la Casa Bianca continuava a trattare con il Cremlino. L’unico effetto certo di questo intreccio di conflitti è il progressivo indebolimento delle democrazie occidentali di fronte alle autocrazie.Anche qui è difficile prevedere a caldo cosa cambierà. La politica estera resta prerogativa della Casa Bianca, ma un Congresso democratico peserà su fondi, sanzioni e controllo delle scelte militari. Per l’Europa, e per il Regno Unito, si apre comunque una nuova opportunità: rilanciare il legame transatlantico, rafforzare la Nato come fornitore di sicurezza globale e tornare a sedersi da protagonisti ai tavoli che contano, a partire da Ucraina e Medio Oriente.L’Europa non può sbagliare le mosse. Né può limitarsi a fare il tifo. Martedì gli americani hanno dimostrato di saper correggere la rotta da soli. Ora tocca a noi dimostrare di essere un alleato all’altezza.