La Nato ha un’occasione da non sprecare contro la guerra ibrida russa nei Balcani. Ecco quale

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Per la Nato si è presentata una preziosa opportunità per limitare la penetrazione ibrida russa nella penisola balcanica, che l’Alleanza non dovrebbe lasciarsi sfuggire. Intervistati in due occasioni separate dalla testata Politico, i ministri della Difesa di Montenegro e Albania Dragan Krapović ed Ermal Nufi hanno chiesto alla Nato di inviare esperti per contrastare la crescente disinformazione russa, portata avanti presso campagne social mirate a destabilizzare i rispettivi Paesi in momenti di particolare sensibilità politica. Entrambi i Paesi mirano infatti a perfezionare l’adesione all’Ue entro il 2030 (Podgorica mira addirittura al 2028), e nei prossimi mesi si avranno tornate elettorali sia in Montenegro, che andrà al voto per le politiche nell’estate 2027, che in Albania, per le amministrative fissate per il maggio dello stesso anno.Il peso politico è forte in entrambi i casi, ma il contesto cambia. In Albania il premier Edi Rama ha attribuito a Russia e Iran le proteste anticorruzione in corso da maggio, mentre Nufi parla di un aumento delle campagne online che alimentano “odio e rabbia” e di organizzazioni “indirettamente legate alla Russia”. Dichiarazioni che però vanno prese cum grano salis. Blerjana Bino, cofondatrice del think tank SCiDev, riconosce che su altri temi esistono campagne documentate riconducibili a Mosca, contro l’adesione all’Ue e alla Nato o sulle guerre culturali sui diritti Lgbtq, ma che non ci siano prove a sostegno delle parole di Rama, che legge come un tentativo di delegittimare il malcontento dei cittadini.In Montenegro invece, sostiene l’esperto di influenza straniera dell’Arizona State University Ljubomir Filipovic, Mosca usa l’informazione per sostenere i partiti di opposizione filoserbi e russofili e sfrutta le reti della Chiesa ortodossa serba. Krapović ammette carenze nella modernizzazione, nel personale e nella comunicazione strategica, e chiede più visite di alto livello della Nato, anche per sensibilizzare la popolazione verso di essa (solo il 52% della popolazione, stando ai sondaggi, si dichiara a favore della permanenza nell’Alleanza, una criticità che può essere facilmente sfruttata da attori ostili).La Nato già dispone di uno strumento adatto, ovvero i “team di risposta ibrida”. Costituiti dall’Alleanza dal 2018. sono composti da una dozzina di esperti messi a disposizione dai Paesi membri, e hanno il compito di coordinare la risposta, monitorare le minacce e dare un segnale di sostegno politico. Questi team sono già stati impiegati con successo sia in Montenegro, nel 2019, che in Albania nel 2022. Riproporre il loro utilizzo tanto tanto in Montenegro quanto in Albania rappresenterebbe una scelta lungimirante, per due motivi principali.Il primo, e più immediato, è quello di prevenire frammentazione sociale e possibili destabilizzazioni in due Paesi che sono membri effettivi dell’Alleanza, con tutte le conseguenze che simili sviluppi comporterebbero. Il secondo invece è relativo al limitare la penetrazione di Mosca nella penisola balcanica, in un momento in cui il Cremlino attraversa delle difficoltà nell’area: la sconfitta della piattaforma politica “Serbia Unita” alle elezioni parlamentari tenutesi nel Paese dell’ex-Yugoslavia il mese scorso ha privato la Russia del suo partner storico nella regione, spingendolo a dover cercare altri punti di appoggio, che ad ora non possono essere reperiti con immediatezza, e devono essere “modellati” attraverso apposite campagne informative. Limitare l’efficacia di tali campagne in Montenegro e Albania è un ottimo modo per indebolire la pressione generale delle offensive informative russe, uno sviluppo che porterebbe giovamenti tanto al Fianco Sud quanto al Fianco Ovest della Nato. Il calcolo costi-benefici è dunque molto rapido e immediato. La speranza è che a questo seguano azioni concrete.